Federico Tonetti

 

Dizionario del  Dialetto Valsesiano

 

Arnaldo Forni Editore,  2008

Ristampa anastatica del testo pubblicato nel 1894 in Varallo  dalla tipografia Comaschella e Zanfa

 

Lamentava il Tonetti, nella prefazione al volume datata 1 gennaio 1894, che se “il vero e antico nostro dialetto scompare”  forse varrebbe la pena “conservare almeno la memoria di quelle forme tipiche che sono una peculiarità del nostro linguaggio” anche perché “collo studio dei dialetti spesse volte si argomentano le origini dei popoli.”

Ma questo non è l’unico scopo che motiva la stesura del dizionario.

Ce n’è uno più pratico che immediatamente cala il lettore nella realtà di una terra povera, in cui il fenomeno dell’immigrazione costituisce l’unica vera via di scampo. “La maggior parte dei Valsesiani … costretti fin  dalla fanciullezza ad emigrare in estranee contrade… perdono l’uso e l’abitudine di esprimersi nella lingua patria”. Lontani dalla loro terra conservano solo il dialetto che usano normalmente conversando in famiglia così, quando tornano, hanno bisogno di un dizionario che li aiuti a tradurre in italiano “quella tal idea che [sanno] benissimo enunciare con una parola in dialetto”.  Il fenomeno dell’immigrazione, specialmente verso la Francia, è riscontrabile nell’uso di molti termini. Il più specifico, mafoà, indica colui che, dopo essere emigrato in Francia, torna in patria parlando “linguaggio infranciosato”.

L’autore mostra una padronanza metodologica assai utile ancora oggi. Ci avvisa, nella prefazione, quasi a prevenire coloro che potrebbero idealizzare troppo le sue realistiche intenzioni, che il dialetto valsesiano non ha forme e regole precise tali da consentire un suo utilizzo in forma scritta, perché nei “diversi paesi e villaggi in cui è parlato … esso è variabile nella pronuncia e nella inflessione delle voci quantunque la sua natura sia sempre la stessa.”

Ma questo, aggiungo io, vale per la maggior parte dei dialetti italiani. Il radicamento in un territorio e alla sua piccola comunità, è proprio ciò che rende vivo il dialetto. Ed è proprio il contrario di quel che vorrebbe qualche politicante rozzo ed ignorante quando ne propugna l’insegnamento nelle scuole della propria regione o addirittura esige che gli insegnanti conoscano il dialetto inesistente di immaginarie macroregioni.

Il lavoro di Federico Tonetti è una miniera da esplorare.

Fra termini di origine celtica (Baranca significa passo –anch- di monte –bar-Barone significa monte – bar – alto –on-) e altri di origine tedesca (tival, diavolo, bresca, favo) immaginiamo la storia di quel popolo.

Vi si trovano usanze alimentari: i canestrei, la cialda fatta di farina, zucchero e droghe; ilcappuneit, le polpette di carne trita con erbe e uova avvolte in fogli di cavolo o lattuga e cotte al brodo o arrostite; il cerighin, semplici uova cotte al burro; il mach, fatto di patate o di castagne cotte e schiacciate; la paniccia, minestra di diversi latticini e la panigâa, minestra fatta con latte e riso; i bargùlli o bargullètti, le castagne disseccate sulla graticciata; lo srach, un intruglio di cacio, ricotta, pepe, sale, acquavite, che fermentando diviene molto forte.

Vi si trovano ritornelli usati dai bimbi nei loro giochi – Barba rossa quenc agn che mi costa, mi costa un carantan, sutt i porti da Milan, mi costa na biboja coust l’è dinti coull l’è föra-; sciarade – ‘L prim l’è lu, ‘l secund l’è sempri lu (ciula), e ‘l terz agh lus ‘l bus dèl cu (è la lucciola detta gagafeuch)-; canzoni – O  cravi, belli cravi, l’è tant temp ch’j heu vardavi. Adess che l’amor a m’ha colpì belli cravi vardemmi mi-; storielle – Contava ‘l Barone che na vòta ‘l ghera un becché ca ‘l gheva na Berta cla parlava e la ripeteva i parolli cla sentiva. Un dì entra in botteja n’avventor e gh’domanda un toch d’manz e la berta in cul mentri la dis: l’è vacca. Sentend ciò ‘l becchée ‘nrabbià, ciappa la berta par ‘l ciuff e glu struppa via. N’auta vộta capita ‘n botteja n’aut avventor cl’eva tutta la testa biutta e spelàa, e la berta agh dis … Anca ti t’hai dicc vacca!-; modi di dire – Al ghé na bisa (brezza) ca taja j’ orèggii e ancora La bissa (biscia)l’ha mordù ‘l ciarlatan-; usanze – la brénnâa è la striscia di crusca o di altra materia farinosa che si spande sulla via di una casa all’altra dei due oramai noti innamorati o promessi sposi.-  “Si usa ancora in Valsesia (racconta il Tonetti nel 1894) avere il focolare (fogolée) in mezzo alla cucina (ca dla fum) e senza camino o senza canna per ricevere il fumo, che sorte per una finestra o per la porta”.

I proverbi, disseminati ovunque, sono innumerevoli. Ne riporto qualcuno: La strâa bella l’è mai lungaLa prima as pardoña, la seconda as bastoñaChi l’è bùsard l’è ladruLa fumna l’è la roviña o la fortuña d’ na càPër savevi di, per giudichée ben agh guenta sempri sentì tutti duvi i campañiLadru pittu l’va ‘n prisun, ladru gross in processiunChi gh’nu sta jin sempri i braghi d’teilaQuand la merda la monta ‘n scagn, o ch’la spuzza o ch’la fa dagnQuand i nuvli i van vers Fobell, lassé la mëula, tollè ‘l restell; quand che i nuvli e van vers Créula lassè ‘l restell tollè la mëulaNée a Varal senza née a Orta, l’è comè vugghi ‘l paradis senza la porta.”

Si trovano ancora, nel dizionario, molti nomi di piante, di erbe e di località: in pratica Federico Tonetti ci mostra tutto un mondo che è assai diverso e lontano dal nostro.

La dimensione profonda di quando appena detto si coglie dall’elenco dei giochi fanciulleschi in uso nella Valsesia: balla beuggiu, bara, batti o spannarola, brusa, ciugnée, crava, cross e lettra, ghirighingaia, iaromu sauta, lippa, lena o scundi, pan e seramò, pari e dispari, picchetta, scarica barili o cavalletta, smana, spiattacciai, tecchi o bij, tirée la bruschetta, tira mulin, tottu o cina-ciana, tuppa, uccel vola, vetta. Chi di noi è in grado di citarne altrettanti?

Ci sono ancora moltissime cose curiose, leggere e allegre in questo libretto.

Ne cito solo alcune per non farla troppo lunga. C’è la definizione di loffa: “flato o vento che esce dalle parti posteriori con poco rumore … ma con molto odore”. C’è il nome Mastellun che alcuni vorrebbero scrivere Mastellone perché deriverebbe da mastell – fracasso – mentre altri lo farebbero derivare da un guerriero moro di nome Mastallone che sarebbe passato per i monti della Valsesia. Vi si ritrovano la giarola e la tapiola, – il tafano d’acqua e il tafano-, il bercòi - il Bonus Henricus -, la ribeba - uno strumento musicale fatto in ferro che ricorda lo scacciapensieri – e, interessantissimi, i moltissimi nomi che vengono affibbiati alla donna.

Cadanace o Cainaee (catenaccio) è una donna vecchia, sdrucita; ciacia, donna mal vestita, cenciosa, mal in arnese; cialla, donnaccola vanerella, ciarliera – probabilmente da ciall, leggero di mente, fatuo -; ciamberla, donnaccia ignorante e grossolana; cianforgna, sgualdrina, donna vile e sfacciata; ciavatta, donna mal portante; cieuspa, donna cui più non sorride la primavera;ciorgna, cattiva femmina, pars pudendaciovetta, donna vanerella, civettuola; comari, (fée la comari) far la ciarliera, perdersi in chiacchiere; fomna o fömbra, donna, femmina, moglie; fregnafrigna, donna vana, civettuola; fùria, donna impetuosa; garsa (dal francese),  puttana; ghêtta, donna di cattivi costumi; loggia, puttana, donna di cattivo affare che dà facilmente alloggio a chicchessia si presenti; mandraula, donna mal vestita e male in arnese; mandòla o mandolegia, lunga veste succinta, scopa di stracci per pulire i forni, donna male in arnese; maroveggia o maroggia, donna attempata e d’ingombro, carne macellata di vacca vecchia; merla, donna di facili costumi; mëula o mevla, piccola falce ma anche donna di mal affare; patalicca, donna loquace; piaiga, piaga, in senso figurato dicesi specialmente di donna; piattola, donna piagnolosa;plandra, donna di male affare, scioperata, baldracca; plozza, mala femmina; plufia, donna spregevole, senza garbo, inerte, cascante; rancheggia, donna piena d’acciacchi; röncia, donnaccia,pezzente, male in arnese; rost, arrosto e anche donna brutta e male in arnese;sccianca, femmina rotta al vizio; singra, zingara, maliarda, donna brutta e cattiva; strivall, stivale e anche donna male in arnese; strùsa, meretrice; tamberla, donna ignorante, sorda; troja, scrofa, la femmina del porco, ed anche qualche Elena la cui conquista non è fatica da Ercole.

 

Giuseppe Laino

 

 

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