Alla mia donna

Tre poesie

 

 

 

 

Non siamo niente e forse ancora peggio

 

Non siamo niente e forse ancora peggio,

nondimeno i cuori ci pulsano colmi di rancori

e di odi e di guerre il mondo fecondiamo.

Ci ha resi parvenze d’uomo, il tempo.

Ma che ne sappiamo noi di cosa è l’uomo?

Anche il nostro sembiante di erranti fantasmi,

osceni e incapaci a provare vergogna,

immersi  fra  letali macerie e veleni donati

dall’asservita e torturata natura, non vediamo.

Conta – ne siamo sicuri – guardare alto nel cielo,

non quello grigio piombo acido delle nostre scorie

che pesa e ottenebra teste e polmoni,

ma il blu e bianco immaginato di nuvole,

conta lasciarsi incantare dal quel movimento,

e lasciarsi illanguidire e impoltronire, e perdersi,

e disquisire di vita e di infinito e di etica:

è il bello! il bello! il bello che ci rapisce.

(Dal quotidiano nulla nascono artisti potenti,

tristi a narrare il bello e a farci dimenticare

che ci infossa il mercato e il denaro.)

Non ci avvediamo neppure di quanta

vendicativa stanchezza la Terra trabocchi:

ci hanno fatto credere di essere simili a Dio.

Se non ci fossero il sole e la luna e le stelle,

il mare e la terra e i monti,

le lucciole, i vermi, gli animali tutti

e le piante e i fiori, i colori e i suoni,

se non ci fosse una celeste corrispondenza fra me e loro,

fra me e l’universo intero, vitale e compassionevole,

un intimo serrato legame di sangue,

come tra pelle e corpo e cuore e sogni,

come potrei amarti? portarti sulle labbra e negli occhi?

essere la tua ombra?

Ma fin quanto potrà reggere il mio sguardo?

Già mi sento svaporare nell’umano nulla invadente.

 

 

 

Rimarrà la polvere impazzita

 

Rimarrà la polvere impazzita,

vista in quel minuto raggio di sole

che la penombra squarcia e ferisce

come dirompente novità,

nella stanza ove mai nulla accade.

 

Dalla mia grande poltrona guardo

granuli indaffarati fuggire qua e là

in un febbrile esiziale lavorio:

si scansano gli uni con gli altri,

fuggono disperati e soli in ghirigori

degni dell’artista moderno e sognante.

Sono male assunti, come le vergini di Licini:

non c’è mai alcun vero che sale alto nel cielo,

è solo apparenza e inganno,

è solo il frutto di fragili menti sorde e cieche

che nel solipsismo soffocano senza avvedersene.

Sempre dilegua in alto, oltre la linea di luce,

la polvere,

e poi si deposita, non vista, nel basso che incrocia.

 

Ma quel granulo ballerino

che saltella e balletta è più bello,

più scintillante degli altri.

E’ anche più grande – mi sembra più fiero –

e attira il mio sguardo

e lo trattiene, e mi illude e rallegra:

sembra avvicinarsi voglioso

ad una compagna  piccina, quasi traslucida,

per poco la sfiora,

forse l’accarezza in un atto d’amore

ma poi veloce e improvviso schizza lontano.

La lascia,

come se la sua fosse una carica opposta.

Preferisce immaginarsi libero

imprigionato nel fascio di luce.

 

Cosa ti è successo, mi chiedi con occhi sgranati,

irrompendo al mio fianco improvvisa,

cosa ti è successo in questi ultimi dieci anni?

Ti guardo senza capire:

è solo un giorno che sono chiuso qua dentro.

Cosa ti è successo, mio amore dolce?

La tua voce mi colpisce, ipnotica come una cantilena.

Mi dici che non ti guardo da anni

che non ho saputo godere il passare lento del tempo

e che per questo motivo sono spaurito

dai segni profondi che ci ha lasciato sui corpi.

Mi dici che all’improvviso, un giorno d’inverno,

ho volto lo sguardo a cercare i tuoi occhi

ma non sapevo il tuo nome e non avevo parole da dire.

A me è parso passare davvero un solo giorno

da quando bella e felice saltellavi per casa e ti amavo.

Ma tu sei stanca e invecchiata e ormai sicura

di essere giunta alla fine di un ingiusto racconto.

E io ho perso il mio nome, la mia voce, le mie voglie.

 

 

 

Anche nei momenti in cui ti stringo più forte a me

 

Anche nei momenti in cui ti stringo più forte a me,

quando penso alla fortuna prodiga di doni e al caso

che mi ha fatto nascere fra gente che possiede tutto;

anche quando dovrei star bene ed essere sereno,

e lasciarmi solo stordire dal tuo odore,

rapire dalla tua pelle liscia e bianca,

dalla tua bocca, dai tuoi occhi,

quando le tue mani piccole e mai ferme,

tracciano sulla mia pelle, nel mio cuore,

i segni profondi di un amore eterno;

anche in quei momenti mi sento d’impaccio e confuso.

Mi sento tremante e fragile.

Ma non è la paura della morte che mi intristisce

ché lei è come un’abitudine.

Come una compagna che in fondo mi tiene in vita.

E nemmeno gli anni passati che hanno forse asciugato ogni lacrima

ma non sono riusciti a spegnere l’amore che conservo stretto nel cuore.

È il muso spaurito del cerbiatto cacciato

e il viso rattrappito e coperto di mosche del bimbo affamato,

la sua pancia gonfia e le sue abbandonate e gracili gambine,

è il belato dell’agnello sacrificato ogni giorno alla pasqua del Cristo,

e sono gli occhi della madre impotente a salvare i suoi figli.

È il dolore per la fame, la guerre, la crudeltà

che mi ha da sempre inferto ferite profonde

come fossi io a patire fame, guerra e crudeltà.

È l’offesa fatta ai più deboli,

agli schiavi, ai servi, ai diversi, agli animali,

a tutti coloro che, pur vivi, sono pensati senz’anima

da coloro che, arroganti, non meriterebbero l’averla.

È il dolore che aleggia nell’aria

quando stacchiamo la testa di un fiore,

che mi immalinconisce e mi fa tremare e spaurire.

È il pensiero che forse siamo già morti

quando non sappiamo,

quando non vogliamo sapere,

quando non ci importa di nulla

e chiudiamo gli occhi,

tappiamo le orecchie,

serriamo naso e bocca in uno spasmo rabbioso.

Che mondo sarà

quello che lasceremo ai nostri figli?

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>