Il progetto Pensieri randagi nasce dopo un incontro a Firenze con gli amici toscani che, sul finire del 2010, diedero vita a Walden Viaggi a piedi. La loro avventura professionale di guide espertissime si era fatta ne La Boscaglia, un’associazione che aveva saputo raggiungere e coinvolgere migliaia di persone ma che cessò di esistere proprio alla fine di quell’anno. Volevano, a partire dalla loro regione, inventare e proporre nuovi e vecchi trekking alla scoperta di angoli stupendi d’Italia e del mondo. Il loro progetto, mirato alla lentezza, era teso al recupero e alla valorizzazione di quella necessaria armonia che gli uomini e le donne che amano camminare conoscono bene: quella che lega nella solidarietà e nella pace tutti gli esseri umani, la stessa che insegna ad intrecciare con la natura, vegetale ed animale, un rapporto sano, rispettoso e consapevole.

Io fui felice di collaborare con loro.

Nel mese di gennaio del 2011 nacque A piede libero la newsletter del gruppo a cui avrei dovuto mandare articoli e recensioni di libri letti. Fra le molte cose, pensai a delle paginette di considerazioni, memorie e racconti di viaggi prodotte mensilmente che avrebbero potuto, in futuro, unirsi in un unico scritto a cui diedi subito titolo Pensieri randagi. A Piede libero pubblicò per i primi quattro mesi del 2011 i miei contributi, poi ci fu un ripensamento. Mi fu chiesto di cessare per un poco perché si era optato per una struttura più agile e leggera.

Continuo a seguire con il massimo interesse il meraviglioso e appassionante lavoro di quelle capaci guide, anche se ho cessato con loro la mia diretta collaborazione. Non finirò mai di ringraziarli per avermi offerto l’occasione di progettare Pensieri randagi, un disegno che io amo molto e che ho intenzione di continuare nel tempo, seppur lentamente.

Qui di seguito ho raggruppato ciò che ho scritto nel 2011.

 

 

Pensieri randagi

 

1 -

Perché non partire proprio da Walden?

Da quel lago, a due chilometri dal villaggio di Concord, Masssachusetts, sulle cui sponde per due anni, tra il 1845 e il 1847, Henry David Thoreau costruì la sua capanna, il suo esperimento e la sua utopia concreta?

Cominciare bene consente di andare lontano. Come quando, all’alba di un viaggio importante, si riduce lo zaino all’essenziale.

Thoreau sembra parlare direttamente a noi, per questo mi va bene. Non si perde in ciance. Non annoia.

Inizia il suo libro con l’economia. Sa che i buoni principi, le sane abitudini e l’esperienza dei vecchi sono nemici potenti perchè non hanno nulla da dire circa le enormi potenzialità che l’uomo ha ancora da dispiegare.

Vanno bene per il passato non per il futuro.

Di conseguenza, solitario fra i contemporanei, è consapevole di appartenere ad un altro mondo ma non ne è affatto disturbato. Anzi.

Mette subito in chiaro che il nostro non è l’unico modo di vita, che ve ne sono tanti altri “quanti i raggi che in un cerchio possono essere tracciati dal centro.” Dice che a determinare il fato di un uomo è l’opinione che egli ha di se stesso. E che gli uomini, essendo “in maggioranza presi da false preoccupazioni e da grossolani lavori”, non sanno più cogliere i frutti saporiti che la vita offre loro.

Ad un certo punto prende una decisione capitale: lascia tutto e tutti e va in un bosco dove è più conosciuto che nella comunità degli uomini e dove gli è possibile scoprire e verificare un nuovo percorso. “Agli occhi di miei concittadini, questo mio modo di vivere appariva, senza dubbio, estremamente ozioso; ma se, invece, i fiori e gli uccelli avessero pensato di giudicarmi in base alla loro maniera di vivere, certamente non sarei stato trovato in difetto.”

Da solo si costruisce un rifugio e vivendo del proprio lavoro evita ogni inutile commercio e baratto. Scopre che, a mantenersi, sono necessarie solo sei settimane di lavoro all’anno. “Tutto l’inverno e buona parte dell’estate li avevo liberi per studiare.” Basta essere disponibili a vivere con semplicità.

Dimostra che ci si può liberare dalla necessità del lavoro.

E’ incomprensibile “gettar via la maggior parte della vita umana guadagnando denaro per godere di una libertà piuttosto dubbia nel periodo meno prezioso dell’esistenza.” Questa follia vi fa ammalare nel tentativo di “metter da parte qualcosa per quando sarete malati.”

Per questa via Thoreau arriva a cogliere il senso vero della libertà. Che è sempre padronanza del proprio tempo. Della propria vita. Lo dice chiaramente: “Il costo di una cosa è l’insieme di quello che chiamerò vita che, subito o a lungo andare, bisogna dare in cambio per ottenere la stessa cosa.”

Prendiamo due suoi esempi. L’abitazione e il viaggiare.

Tenuto conto di ciò che un operaio guadagna, delle spese necessarie al suo mantenimento e del costo di una casa, Thoreau conclude che “prima di guadagnarsi il suo wigwams, egli deve consumare più della metà della (sua) vita”. E non va meglio a coloro che in “libertà” scelgono l’affitto: “pagano una tassa annuale che li fa restare poveri” per sempre.

Quando “qualcuno” gli chiede perché non mette da parte dei soldi per poter viaggiare che è cosa, anche per lui, piacevole e importante, risponde: “Io sono più saggio. Ho imparato che il viaggiatore più svelto è quello che va a piedi.”  E lo dimostra: a compiere trenta miglia lui impiega un giorno. Un altro che decidesse di fare lo stesso tratto in treno, impiegherebbe due giorni, dovendo trascorrere il primo a lavorare per poter poi acquistare il necessario biglietto.

Mi mette in crisi tutto ciò.

Sento che Thoreau mi sta indicando una via ma io gli faccio resistenza. Non voglio accettarne i consigli. Forse è solo un provocatore che parla per paradossi. Forse un romantico come molti nel suo tempo. O peggio, un egoista, un individualista.

Cosa vuole da me?

Thoreau è convinto che il camminare nella campagna arricchisce l’esperienza individuale fino al punto da creare differenze profonde – capaci persino di rompere amicizie – con chi, invece, non ne sa godere.

E allora smetto di riflettere. E, riprendendo il sentiero, mi lascio avvolgere dalla natura.

 

2 -                    

Riapparvero impetuosi quei pensieri, un giorno d’estate, e senza averli cercati. Ero sulla via che porta alla cima del monte Capio.

Alessandro camminava davanti, di buon passo. Maurizio dietro era in affanno, tanto che spesso dovevamo fermarci ad aspettarlo. Io, a metà, mantenevo una distanza di circa cento metri dagli altri, tenendo unito il gruppo con un filo invisibile. Quelli erano i miei sentieri di cui conoscevo alberi, pietre ed ogni piega della terra: avrei guidato gli amici ospiti fino alla vetta.

La giornata era splendida e luminosa, e il paesaggio, oltre l’alpe Campo e presa la cresta, si apriva vasto sulla pianura grigio-azzurra, fino a perdersi lontano, in un orizzonte infinito di cielo.

“Ecco il lago Maggiore e quella macchia biancastra laggiù è la Malpensa.”

Pensai alla mia casa, a meno di un chilometro dalle piste. Ai miei figli e a mia moglie, legati con catene d’acciaio dalla necessità del lavoro. Ma ero in un posto troppo bello per riuscire a pensarmi in un qualsiasi altrove, figuriamoci poi all’in-Ferno, fra i miasmi della civiltà. E poi quel camminare lento, ricco di pause e quei cento metri che mi isolavano dagli altri senza però farmi sentire solo, mi donavano una calma interiore che appagava ogni bisogno. Non volevo altro, neppure troppi pensieri.

Eppure d’improvviso – Maurizio aveva rallentato ancor più e Alessandro si era fermato a costruire un gigantesco omino di pietra – mi tornò in mente Thoreau. “Non vorrei che qualcuno adottasse il mio modo di vivere, per nessun motivo … desidero che al mondo ci siano tante persone diverse, quanto più è possibile.”

Non voleva indicarci un modo e una soluzione a cui tutti accodarsi, Thoreau. Ci diceva solo che i modi sono tanti e che è stupido vivere come fossimo costretti su un unico, angusto, sentiero. “Vorrei che ciascuno fosse così accorto da trovare e seguire la propria strada, non quella di suo padre, sua madre o un suo vicino.”

Oggi reclamerebbe consapevolezza.

Pensai che, forse,  ero giunto al cuore del pensiero di quell’uomo. A ciò che lo rende tuttora vivo e attuale. Ma non ero soddisfatto. Sentivo ancora qualcosa sfuggirmi.

Tornando verso casa riapparve, sulla sinistra, la cima tonda e imponente della Massa del Turlo. La sua parete scura e ripida, coperta di pini e abeti, mi guardava e mi invitava a tornare a calpestarla. Immaginai dietro e ben nascosto, il Mottarone più basso e, a valle, fra i due monti, la gemma d’Orta e la sua isola.

Quella visione mi fece sospettare l’esistenza di un nesso indissolubile fra ciò che andava dicendo Thoreau, la sobrietà della sua vita, la dignità alta della sua testimonianza e la natura in cui a lungo era stato immerso.

Era una chiave di lettura che si rivelò feconda. Finalmente avevo la possibilità di svelare il motivo che mi aveva reso Thoreau indigesto per anni. Il suo supposto egoismo e individualismo sono stati per me, da sempre impegnato in progetti politici tesi a vagheggiare mondi diversi, un ostacolo insormontabile. Ecco! Mi ero semplicemente sempre sbagliato. Perchè “può essere che colui che impiega maggior tempo e denaro per i bisognosi stia aumentando, con il suo modo di vivere, quella miseria che invano si sforza di alleviare.”

In seguito scoprii con grande piacere l’assonanza tra queste parole e quanto sostieneJohn Holooway nel suo recente Cambiare il mondo senza prendere il potere: “Il capitalismo non esiste perché fu creato cento o duecento anni fa, ma perché noi lo creiamo” con le nostre azioni quotidiane, quando ne accettiamo regole e valori come fossero le uniche possibilità che ci sono date. Quindi lamentele, proteste e grandi progetti ideali e politici a nulla valgono se non si è disposti a cambiare lo stile di vita che ognuno di noi liberamente sceglie e sul quale si fonda l’intero sistema.

Chissà se Thoreau si rivolgeva proprio a noi, uomini della solidarietà, quando diceva “Non si cerchi di diventare sovrintendenti dei poveri, ma piuttosto di diventare uomini migliori sulla terra”.  E’ duro da accettare ma forse, dopo tante chiacchiere da salotto, dopo tante iniziative tese a interpretare i bisogni degli altri, dopo tanto tempo passato ad immaginarsi avanguardie e guide di presunti sprovveduti, occorrerebbe tornare alla realtà delle nostre azioni quotidiane. Occorrerebbe smetterla di lambiccarsi il cervello in nobili intenzioni e sommi desideri e iniziare a valutare come grande ed importante ciò che a lungo e per malsana abitudine abbiamo considerato piccolo e avvilente. Gli atti della quotidianità non negano e non soffocano i nostri sogni, ma  disegnano, istante dopo istante, il nostro futuro. Quando avremo capito ciò, forse riusciremmo anche a dare nuovo senso alla nostra vita.

Allora pensai che, a misurare la nostra vicinanza o lontananza non solo da Thoreau ma da tutti gli altri uomini, è il rapporto che abbiamo con la natura.

E che, a frequentarla poco, la natura, si perde di certo in umanità.

 

3 -

Un signore carino, dal colore roseo e bene in carne, che aveva girato il globo e visto tante cose, un giorno ci disse: “Provate a pensare a cosa sarà il mondo se si continuerà a consumare natura più in fretta di quanto essa impieghi a riprodursi. Per quanti anni potremmo continuare? E pensate a cosa potrebbe succedere se i diseredati dell’intero pianeta si presentassero uniti, alle porte delle nostre case ad accampar diritti, a chiedere conto dei secoli di fame a cui li abbiamo costretti in nome della nostra superiore civiltà, dell’unica vera religione – la nostra -, delle nostre esigenze, fatte sempre prevalere con denaro sonante.  Cosa succederebbe se ci chiedessero delle materie prime rubate, degli schiavi deportati, dei  governi corrotti che noi, da secoli, imponiamo loro? Cosa potremmo mai rispondere a chi ci dicesse che le armi che noi fabbrichiamo e che fanno campare migliaia di nostre famiglie, vengono vendute ai loro leader e usate per tacitare sudditi riottosi, per fare guerre decise attorno ai tavoli dei consigli di amministrazione di nostre stimate e capaci industrie e affinché si crei un’enorme debito con il quale poter stringere i loro governi e popoli come in un cappio. Se un giorno tutti i popoli del mondo chiederanno di godere i nostri stessi diritti, le nostre stesse opportunità, noi saremmo costretti a rispondere elevando alti e possenti mura perché finalmente saremo costretti a capire che le risorse della terra sono limitate.”

Eravamo andati ad una conferenza, io e Lorenza, in cui si fecero denunce dettagliate e circostanziate, forti e commoventi ma, come sempre accade in simili occasioni, quando si giunse alla formulazione delle proposte, il relatore riuscì a farfugliare appena qualcosa.

Ci aveva convinto Cecco, l’amico che ci ospitava. “Sapete, da noi la politica e le amministrazioni locali non si occupano più di cultura e così i paesi della valle sono diventati un gran mortorio. Allora, ogni tanto, qualche singolo cittadino prende l’iniziativa e invita relatori amici e disponibili, esattamente come ho fatto io stasera.”

Quella sera io e Lorenza tornammo a casa commossi e insoddisfatti. Ci sedemmo di fronte ad un camino mentre leggeri e veloci guizzi di fiamma sbattevano forti contro l’aria, riscaldandola. Lingue rosse, gialle e arancio, giocando a rimpiattino, correvano impazzite. Qualcuna tentava di uscire per venirci più vicina e trascinarci nel suo vortice, qualcun’altra, disegnando fantastici ghirigori, schioccava secchi strepitii come un battito violento di mani. Tutte  ci invitavano a rimanere svegli, stimolando pensieri e voglia di ragionare, come da secoli, in quella valle, si era sempre fatto, la sera, attorno ad un fuoco.

Dissi che ci siamo abituati a separare il dire dal fare, il pensiero dall’azione e per farmi capire citai i nostri vecchi quando solevano dire, di fronte ad un prete corrotto, “fate quel che dice senza fare quel che fa”.  “Con questo artificio è possibile sentirsi indignati per i bimbi che muoiono di fame; è possibile ragionare di come sarà bello il mondo quando finalmente le nostre idee si realizzeranno e insieme continuare a vivere come se l’intero pianeta appartenesse solo a noi. “Parlate del cielo! Voi disonorate la terra.” Disse un giorno Thoreau.

“Però – rispose Cecco – sono in molti a donare parte del loro tempo e anche qualche consistente risparmio a chi soffre vivendo di stenti e di miseria.”

“E’ vero – risposi – Ma a che serve, se nell’agire quotidiano si continua nelle stesse sciagurate e vergognose abitudini di vita? Cosa potranno mai cambiare un’ora del nostro tempo e metà dei nostri soldi, se nel frattempo consumiamo come se avessimo a disposizione due o tre pianeti? Tutto ciò potrà forse riservarci un posto nel paradiso dei bigotti, ma essendo il globo uno solo, costringiamo altri a vivere di aria.”

Per Cecco era normale esser combinati così: essere buoni di principi si può ma a patto di avere la pancia piena, ci disse. “Cosa potremmo mai dare se non avessimo nulla?”

“C’è grande dignità nella sobrietà di chi sa vivere solo di poco.” Disse Lorenza.

“Attenzione però a non confondere la sobrietà con la povertà” Aggiunse Cecco. “Ché la povertà – ve lo dice uno che l’ha conosciuta bene – spesso si accompagna all’astio e all’invidia e, in generale non è una condizione capace di generare buoni sentimenti. Mentre la sobrietà, che è una gran bella cosa, è solo di chi è ricco.”

A me venne in mente il Budda e san Francesco che gli somigliava tanto. “Dovremmo liberamente separarci dal tutto che abbiamo se vogliamo, un giorno, ritrovarci.”

Cecco rispose stizzito: “Se tutti facessero così sarebbe il disastro. Nessuno lavorerebbe, nessuno avrebbe nulla da produrre. Si tornerebbe, in gran numero a morire di fame. Certi grandi santi non sono serviti ad indicarci una via, ché quella potevano percorrerla solo loro. Hanno estremizzato delle scelte per insegnarci la moderazione”.

Più tardi, quando fummo soli, Lorenza mi disse che forse era giunta l’ora di smetterla con quel gran chiacchiericcio. E che era tempo di iniziare anche noi un qualche “significativo esperimento”.

 

4 -

Va bene una qualsiasi strada.

Se ancora leggete un quotidiano, non avendo scoperto la rete o magari soltanto per abitudine o per gratitudine verso chi da quarant’anni sta con le minoranze; se la mattina ancora comperate pane fresco, essendo troppo pigri per farvelo da soli; e latte di giornata, non ancora consapevoli di cosa significherebbe per voi e per il mondo essere vegetariani, almeno andateci a piedi a fare i vostri acquisti. E se non potete perché avete fretta in quanto il lavoro, la famiglia e mille altri impegni non vi danno tregua, chiedetevi se fate una bella vita a dover correre di continuo, e in caso la risposta fosse negativa, domandatevi anche cosa potreste fare per cambiarla. Ma non prendetevela troppo se le vostre risposte non vi appariranno soddisfacenti. Se vi sentirete costretti come in una gabbia e impotenti a cambiare il mondo. Voi non dovete affatto cambiare il mondo e chi ve lo chiede, magari aggiungendo che è necessario, ottiene solo di farvi sentire piccini piccini, fino a rendervi incapaci di pensarvi diversi. Invece basterebbe soltanto e a poco a poco, cambiare semplici abitudini.

Va bene una qualsiasi strada per capire che passo dopo passo è possibile arrivare ovunque. Non serve giungere al colle del Termo e volgersi a guardare lontano il colle d’Egua, dove si era appena il giorno prima, per farsi stupire dalla distanza colmata.

Nonostante siano corti o lenti, i nostri passi riescono sempre a meravigliarci. Anche quando si percorre la via che da casa porta al negozio, al mercato o dal parrucchiere. In questi casi si cammina molto di più che in una settimana di trekking, una qualsiasi estate: alla fine del mese i chilometri percorsi saranno davvero tanti.

Ma perché dovremmo farlo?

Forse perché ci fa bene alla salute. Perché riattiva la circolazione sanguigna e fa passare tutti quei dolorini alle ossa che a star troppo fermi maturano fino a divenire insopportabili. Perché riduce l’eccesso di grasso, previene il diabete e allontana lo stress consentendoci attimi preziosi di serenità. (Søren Kierkegaard scrisse: “Stando fermi si arriva sempre più vicini a sentirsi malati … perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene.”)

O forse perché diminuiamo l’inquinamento dell’aria e dei terreni, e rallentiamo l’esaurimento delle energie non rinnovabili che forsennatamente ci ostiniamo a consumare.

Potremmo prendere quella decisione anche per intelligenza e sensibilità: non ce la sentiamo proprio di lasciare ai nostri figli un mondo più povero e più brutto di quello che i nostri padri lasciarono a noi. In fin dei conti, in questione, è pur sempre il nostro futuro!

Qualcuno, insensibile a tutte queste argomentazioni, decide di camminare per un semplice piacere personale, nonostante molti ancora lo considerino un pazzo.

Ma c’è anche un altro motivo, oltre tutti questi, che varrebbe la pena ricordare.

Il camminare ci dona il potere di guardare le cose da un’altra angolazione. Ci costringe a rallentare, a dilatare il nostro tempo e ciò consente di scoprire quei particolari che possono ancora riempire di senso la vita di ognuno.

Lungo la via che mi porta tutti i giorni in paese ho incontrato Enrico che mi ha raccontato di quando faceva il calzolaio e di come il suo e mille altri mestieri sono scomparsi per colpa della Malpensa che ha distrutto cultura e conoscenze diffuse. E poi Luciano, un pensionato un po’ traballante per le malattie e i patimenti che mi narra del tempo che impiega a fare volontariato e di quanta gente incontra, di quanto apprende da loro, e di quanto sia importante tornare ad essere padrone del proprio tempo, dopo una vita di lavoro in fabbrica. Incontro Piero, intento nell’orto che mi avvisa che è ora di piantare le cime di rapa e gli spinaci e che occorre stare attenti alla luna perché si rischia che vada tutto in canna. Natale, quando sarà tempo, mi dovrà insegnare a potare i kiwi e Giovanni la vigna e il melo: sono bravi e hanno appreso l’arte da giovani, nel Veneto da cui provengono.

E poi, che bello quell’arbusto di ibiscus coccineus: è ancora coperto di splendidi e enormi fiori rossi nonostante l’autunno inoltrato. Non se ne vedono, di simili, da nessun’altra parte in paese. Da quale terra lontana verrà? Un giorno dovrò farmi raccontare la sua storia.

E il melograno della Luisella che sembra aver sofferto quanto un ulivo ma a me appare, quando a lungo lo guardo, più fiero e meno attaccato alla terra, mi fa l’impressione che voglia trafiggere il cielo.

Una mattina incontrai Emilio che in bicicletta tornava dal paese. Ci fermammo a scambiare due parole e lui ebbe modo di raccontarmi che s’era appena fatto un forno per cuocere il pane e che funzionava a meraviglia anche per le pizze. Era talmente contento che mi convinse: l’avrei fatto anch’io, naturalmente con il suo aiuto.

Poi ripensai al colle di Termo.  E’ vero che ogni strada va bene e ti insegna qualcosa ma quel sentiero che lo percorre da Carcoforo a Rima, e il Tagliaferro gigante, nero e roccioso che improvviso appare quando sei sulla sua affilata cresta, e il vento a sfidarti forte che a momenti si porta via Lorenza, sono cose che ti rimangono dentro per sempre.

 

5 -

La mattina era pessima.

Lungo il Mastallone, tra Varallo Sesia e Fobello, si mise a piovere tanto forte da sentire l’acqua sulla pelle e nelle ossa anche dall’interno della vecchia, comodissima Panda.

L’entusiasmo stava svaporando lontano e la visibilità quasi nulla faceva sognare un letto caldo, una stanza calda, una casa ancor più calda.

Osvaldo disse che forse era il caso di rinunciare. Ma le donne, Lorenza e Maria Teresa, dissero di non aver fretta. “Quando potremmo liberaci dal lavoro e dagli impegni un’altra volta, tutt’e quattro insieme e per tre giorni di seguito? È troppo tempo che abbiamo organizzato questo viaggio per rinunciarvi così facilmente” “E poi, non abbiamo tutti la mantella?” “E che cazzo! Non pioverà certamente per tre giorni di seguito.”  Dissero insieme e senza nemmeno riprendere fiato.

Non c’era possibilità di contraddirle, quelle due ossesse. E anzi, si scaldavano sempre più ché, forse, avevano bisogno di incoraggiarsi da sole visto il mio mutismo e i dubbi di Osvaldo.

Ormai avevano deciso per tutti e quattro.

Avremmo proseguito in auto fino alla fine della strada, circa un chilometro oltre il posto tappa del GTA di Santa Maria di Fobello. Poi, seguendo il sentiero, saremmo arrivati ad Alagna nonostante il cattivo tempo esattamente nei tre giorni previsti, perché non è detto che il sole non possa riapparire improvviso, dissero ridendo.

Quando fummo all’imboccatura del sentiero, in località La Gazza, non pioveva più. Sembrava proprio che lì non avesse ancora neppure incominciato. Una nuvola nera e minacciosa, come sanno essere solo quelle disegnate nei fumetti più cupi, ci stava alle spalle, un po’ più a valle, quasi alla stessa altezza delle nostre teste. Sembrava dirci di fare in fretta. Di muoverci ad indossare gli scarponi e mettere in spalla gli zaini, perché stava arrivando tutta per noi senza nessuna clemenza. Muti, con i capi chini, pronti a ricevere qualsiasi brutta cosa fosse accaduta, ci incamminammo verso l’alpe Baranca.

Da una casa davanti a noi, alla sinistra della stradina, uscì una donna vestita di scuro, un po’ curva – probabilmente i suoi anni pesanti – e con il capo coperto da uno scialle nero che le arrivava fino alle anche. Aveva una bacinella di plastica giallo arancio fra le mani e il ventre a donarle un po’ di colore. Per il resto era grigia e dimessa.

I tre miei compagni di viaggio erano già avanti quando l’incrociai sul sentiero. Andava chissà dove con la sua bacinella, e quando mi fu proprio dinnanzi non alzò il capo chino e neppure salutò. Io riuscii a vederla ugualmente bene il volto perché era magra e alta più di me ma il saluto che le avrei rivolto volentieri mi si smorzò sulle labbra, tanto mi meravigliai.

Era anziana sì, ma ancora molto bella. Il disegno del suo viso era regolare e armonico e sebbene qualche ruga profonda lo segnasse ai lati degli occhi e sulla fronte, aveva una pelle lucente come fosse cosparsa di oli profumati. I suoi occhi, azzurro chiaro, mi guardarono una frazione di secondo e le sue labbra si piegarono appena appena quel tanto da comunicarmi qualcosa di confuso e di indistinto. Sembrava non avesse fiato a sufficienza per poterlo dire e io, infatti, non udii né capii nulla. Ma sentii sulla pelle delle braccia e del volto come un alito di vento in una fresca carezza. Un brivido lungo la schiena mi costrinse a fermarmi quasi intontito. Poi la vidi di spalle, allontanarsi col suo passino lento e costante.

Pensai alla leggenda della veronica comune, quel fiorellino che mi era sempre piaciuto molto e che da bambini chiamavamo occhi della madonna.

I suoi occhi avevano quel colore.

Mi guardai attorno per verificare se, sovrappensiero, non ne avessi calpestato qualcuno e poi immediatamente volsi lo sguardo al cielo alla ricerca di un qualche crudele rapace. Secondo la leggenda ce n’era sempre uno in agguato di particolarmente cattivo pronto a colpire agli occhi coloro che avessero osato distruggere quel minuscolo fiorellino e che sarebbe stato così feroce da non perdonare neppure le loro ignare madri. Mi sentivo sicuramente innocente ma ugualmente in ansia, come se vivessi un tremendo pericolo.

Allora mi venne in mente la mandolegia che nel dialetto valsesiano era la scopa di stracci usata per pulire i forni del pane e la mandòla la lunga veste sudicia sempre indossata dalle donne: mandòla, in Valsesia,  ha finito per indicare anche la povera donna patita e tribolata dai mille impegni e dai centomila doveri.

Il ruolo che gli uomini da millenni avevano appiccicato addosso alle donne è stato la causa reale di infiniti patimenti e soprusi in ogni parte del mondo ma qui erano stati straordinari: avevano trovato il modo di accomunare scopa, stracci e donna in un’unica parola.

Intanto, superato le alpi disabitate di Catolino e Lungostretto, stavamo passando il torrente incanalato su un brutto ponte in cemento.

Si stava ancora immersi nell’umido, e l’aria sapeva di acqua, quando pensai alle streghe.

“Oh! -  urlai, richiamando l’attenzione degli altri – La conoscete le storia della strìaGatina?” Non aspettavano di meglio. Un coro di no e di racconta, racconta non mi lasciò tempo. “Alla prima sosta” risposi deciso. “ E’ una promessa, ma ora conviene camminare!”

In meno di un’ora dalla partenza arrivammo all’Alpe Baranca. Le quattro casette e il masso enorme di roccia a cui erano affiancate, si stagliavano contro il prato verde e un cielo coperto. Le nuvole molto alte non impedivano la visibilità: rifrangevano luce d’intorno in uno strano chiarore. Ricordai quando, qualche anno fa, in compagnia di Lorenza, piazzammo la tenda in quel luogo, fra una casa e l’altra, una sera di maggio, mentre, con il buio veloce scendeva fredda la neve.

“Sembra si stia schiarendo”, disse Maria Teresa. “Davanti sì – rispose Lorenza – ma guardati dietro e poi dimmi” Osvaldo che era già girato verso la valle esclamò “Madonna! Sembra che l’acqua ci stia inseguendo di corsa.”

Non ci fermammo. Subito dopo incrociammo la chiesetta degli alpini ricavata in una grossa roccia e la mulattiera di sasso disegnata dal gran lavoro e dall’amore di molti uomini. Poi seguirono dieci minuti di salita sul fianco sinistro delle cascate del Mastallone. Infine fummo di fronte all’acqua scura del lago di Baranca che rovinava, appena superato il ponticello su cui ci eravamo fermati a riprendere fiato, nella bella cascata a picco, sulla valle ormai lontana.

Un’altra volta, sempre io e Lorenza, eravamo passati da lì, attraversando una valanga di neve con corda e ramponi, in bilico fra un cielo e una valle tenuti uniti dall’acqua che in verticale scivolava sulle rocce ghiacciate.

Il sentiero proseguiva a destra del lago e le cimette dei monti, che dal lato opposto dominavano la piana, si riflettevano sull’acqua increspata e sembravano venirci incontro mosse dalla leggera e improvvisa brezza. Ad ogni passo si avvicinavano o allontanavano ed erano vive e sembrava ballassero allegre in nostro onore.

Passato il lago e il vasto bacino verde alle sue spalle, dopo un breve pendio fummo al Colle di Baranca con la sua fontana e la vasca ricavata in un grande tronco scorticato. Sulla sinistra le baite dell’Alpe Sella e la via che ci avrebbe condotto al Colle d’Egua. Sulla destra l’erto Pizzo Moro, la cappelletta del seicento e il sentiero che scende a Bannio Anzino e a Piedimulera.

Pensai che quella era la via percorsa da antichi migranti alla ricerca di lavoro e, più recentemente da partigiani, ebrei e soldati alleati scappati dalle carceri fasciste.

Cercavano tutti rifugio in Ossola e in Svizzera.

Chissà quanti pensieri cupi e quante speranze nello loro menti, su quella strada.

 

6 -

Superate le belle baite in pietra dell’Alpe Sella, il sentiero devia a destra, inerpicandosi sul pendio della montagna. Noi decidiamo, invece, di proseguire diritto, verso il piccolo pianoro su cui sorgono, alti sulla conca del lago di Baranca, i resti della villa dei Lancia, la facoltosa famiglia costruttrice di auto originaria di Fobello. Il muretto di cinta e l’apertura a volta priva di cancello su cui spicca il nome Aprilia, danno su un cortile a prato perfettamente in piano, goduto ancora, nelle belle giornate estive, da qualche famigliola disponibile a venire fin quassù per respirare un po’ d’aria buona e fare picnic. Della villa c’è rimasto poco più che i quattro notevoli e slanciati muri portanti, salvo che a ovest, dove un bel portico sorretto da colonne l’affianca per tutto il lato sul filo di un profondo canalone.

Nei primi mesi del 1944, il comandante Vincenzo Moscatelli, detto Cino, ordinò ad una ventina di partigiani di presidiare l’Alpe Sella: erano comandati da Attilio Musati e Pietro Rastelli. Quel luogo era importante perché già a partire dall’8 di settembre del 1943 era diventato una delle principali via di fuga verso la libera e neutrale Svizzera.

Immaginai la neve a coprire tutto, e il freddo di quel lontano aprile.

Attilio Foglia, il giovane ventitreenne che di prima mattina era stato mandato sulla cresta a controllare la via proveniente da Santa Maria di Fobello correva quasi sfiorando il manto bianco, sbracciandosi come uno spiritato per potersi far notare. “Arrivano! Arrivano!” disse appena credette di poter essere udito senza essere costretto a gridare. Non ci teneva a far sapere al nemico che li aveva avvistati. Pensava che lui e i suoi compagni, con un po’ di fortuna, avessero ancora il tempo di preparare loro un’accoglienza coi fiocchi.

Vidi la scena davanti ai miei occhi come se la stessi vivendo. Vidi i volti degli uomini colti di sorpresa che uscivano dalle baite mezzo addormentati e ancor svestiti. Immaginai dei nomi per ognuno di loro ché un uomo senza un nome non esiste e loro, invece, erano ben vivi.

Udii le loro voci, basse ma concitate e sovrapposte, far vibrare l’aria.

“Sentite”, dissi ai miei tre compagni di viaggio, “Le loro parole sono ancora trattenute dalla terra come per magia. Sentite i primi spari dei fascisti. E gli striduli gorgheggi degli uccelli spaventati.” Ma senza avvedermene mi ero allontanato seguendo i miei sogni e loro si fecero lontani e sbiaditi, come in una nebbia.

Il giorno prima si era percepito l’eco di un combattere lontano, nella valle, in direzione di Fobello e delle sue frazioni e la sera e la notte s’erano visti i bagliori del fuoco dei molti casolari bruciati. Ma oggi era giovedì di Pasqua, faceva un freddo cane e c’era la neve. Nessuno si sarebbe aspettato che i neri della legione Tagliamento sarebbero giunti con così tanta fretta. Sembravano cani sull’osso e si misero a sparare ancora molto distanti, a mezza strada tra il lago e le baite. Avevano forse visto l’Attilio correre o forse volevano solo far paura ché la paura di solito blocca gli avversari più della forza. Avevano fatto così anche entrando in Fobello, il giorno prima, mercoledì 5 aprile verso le quindici e trenta, e avevano ammazzato stupidamente il dottor Tirozzo, il medico condotto, che essendo un fascista era corso loro incontro per ben accoglierli.

Ma ora, improvvisamente, comparvero altri fascisti a violare quell’Alpe. Provenivano da Macugnaga, dal versante opposto. Insieme ai primi avrebbero potuto stringere i partigiani in una tenaglia mortale.

I giovani garibaldini non si consultarono nemmeno. Abbandonate all’istante le paure e le ansie fomentate dalla noiosa attesa che aveva colmato tutti i lunghi giorni precedenti, decisero di correre verso la villa che aveva un solo lato da difendere e che nascondeva armi e numerose munizioni. Già il Michele, in maniche di camicia, disteso sulla neve con la sua mitraglia, sparava all’impazzata coprendo i compagni che ancora non erano al coperto. Poi da ogni porta, da ogni finestra e persino dal tetto di casa Lancia, un rombo pazzesco di fuoco e di piombo investì e avvolse il nugolo dei fascisti assalitori. La battaglia continuò intensa per più di tre ore. Attilio Foglia fu l’unico fra i quindici uomini di Moscatelli che cadde, ferito a morte. I fascisti che erano in centottanta subirono parecchie perdite fra cui il loro comandante. Si fermarono, cercando rifugio dietro possenti cumuli di pietra, sbigottiti da una reazione così furiosa. A quel punto avrebbero volentieri lasciato la vendetta agli aerei giunti a bombardare. Ma i partigiani che avevano esaurito le munizioni, non persero tempo. Quando ancora rimbombava nelle orecchie il frastuono dell’ultima bomba lasciata cadere dall’ultimo aereo, si erano già levati a ridosso del muro di cinta. Poi, uno dopo l’altro, uscirono dal cancello e salirono sul pendio ripido della montagna. Una curva e un costone di roccia li proteggeva dagli sguardi dei nemici.

Più avanti avrebbero incrociato il sentiero per l’Egua che, pur essendo coperto di neve, conoscevano a memoria.

I fascisti dopo un quarto d’ora di calma, ripresero a sparare contro la villa ormai ridotta un cumulo di macerie. Non ricevendo  risposta, con cautela si avvicinarono fino a scoprirla vuota d’ogni essere vivente. Si arrabbiarono molto. Le diedero fuoco insieme alle altre baite dell’Alpe e nelle fiamme bruciarono i corpi dei loro morti. Ma non seguirono i partigiani in fuga.

Se ne tornarono a Fobello contenti – così dissero – di aver sbeffeggiato la stragrande potenza di Moscatelli.

Osvaldo, Maria Teresa e Lorenza mi vennero incontro. Avevano girato attorno alla villa e ispezionato i tre lati del piccolo cortile che davano sul precipizio. “E’ davvero inespugnabile!” disse Osvaldo. Allora raccontai loro la storia così come l’avevo vissuta negli attimi precedenti, incurante di ogni verifica. Sapevo di raccontarla giusta perchè in quel luogo e proprio nei giorni antecedenti la pasqua del 1944 io c’ero stato di sicuro.

Maria Teresa, dopo aver ascoltato il racconto, disse di una strana coincidenza.

Gli era capitato, proprio qualche giorno prima, leggendo il racconto Aspettando l’alba di Mario Rigoni Stern, di conoscere un fatto accaduto proprio il giorno di Pasqua di quello stesso anno.

Il sabato santo, una bimba polacca, aveva di nascosto infilato nelle tasche del pastrano indossato dallo scrittore, un uovo sodo colorato “con erbe, foglie di cipolla e fondi di caffé.”

Il giorno dopo, mentre mangiava l’uovo addossato ad un angolo di un recinto, Mario Rigoni Stern, prigioniero nel lager 60/A, scorse nella campagna e fra le betulle i primi segni della primavera.

Lorenza disse che forse quelle che chiamiamo coincidenze sono qualcosa d’altro. E che quel luogo ci stava parlando.

“Sì, è un posto magico, questo. Ma ora ci conviene andare. Risposi io.

 

7 -

 Appena lasciato il dorso aperto della montagna entrammo in un canalone sul cui fondo, coperto di pietre, scivolava un rivolo d’acqua trasparente. Il sentiero appena segnato e in bella pendenza proseguiva avvitato attorno al ruscelletto come fosse una serpe.

Due grosse e ravvicinate gocce di sangue, sopra una grande pietra piatta, attirarono il nostro sguardo e ci misero in allarme.

E’ fresco, disse Osvaldo.

Ci guardammo in giro alla ricerca di qualche animale ferito. Le nuvole continuavano a seguirci da vicino come avevano sempre fatto fin dall’inizio del tragitto e, a guardare indietro, sembrava di essere a novembre, a casa nostra, nelle brumose lande padane.

Il cielo diveniva sempre più buio.

Non l’avremmo scampata ancora a lungo.

Le gocce di sangue apparvero ancora ogni tre, quattro metri e a noi venne da fantasticare su quel che potevano significare. Era di certo qualcuno che ci anticipava di poco.

Mi venne in mente la fantastica saga di Tex Willer, le sue battaglie contro i malfattori e le ingiustizie, la sua capacità di intuire da piccoli e quasi invisibili segni sparsi sul terreno come se la passava e persino cosa avesse in mente ogni bandito da lui inseguito. Pensavo che forse uno stupido incidente aveva ferito il viandante, uomo o animale, che ci stava davanti e che adesso poteva avere bisogno d’aiuto.  Forse si era accasciato, esausto, da qualche parte.

Poi improvvisamente Lorenza scorse due mucche far capolino dietro una roccia, in alto, davanti a noi. E ben presto ne apparvero altre, tutte intorno al sentiero.

Fra loro ce n’era di sicuro una ferita. Poco più avanti passammo proprio in mezzo al resto della mandria ma nessun animale sembrava sanguinare nonostante i nostri sguardi attenti e curiosi frugassero in ogni dove. Intanto il sentiero andava perdendo pendenza finché affiorò su un piano su cui brucavano una decina di splendidi cavalli. Davanti a noi, a cinque, dieci minuti, il breve e ripido pendio che ci avrebbe portato al Colle d’Egua ci rapì lo sguardo.

“Porca miseria!” Urlò Maria Teresa. “E chi è quel tipo lassù?”

Alzammo gli occhi insieme a vedere quello strambo elemento avvolto in ciò che sembrava un mantello – era probabilmente una semplice coperta. Aveva un cappellaccio scuro e un grosso bastone a sorreggerlo e faceva una cattiva impressione. Se ne stava in piedi, ritto su un roccione, proprio sopra le nostre teste. Sembrava un mostro minaccioso.

Dopo qualche secondo di spavento e di sbigottito silenzio, Osvaldo gridò al mondo e in particolare a noi, che era semplicemente il pastore. Allora io, rassicurato, dissi urlando che forse una bestia si era ferita, dacché avevamo visto tanto sangue lungo il sentiero.

Lui rispose, strascicando le parole con uno strano accento, “Tranquilli! Ha partorito da poco.”

Di sicuro è albanese o rumeno pensai. Qui i pastori ormai sono tutti stranieri.

Poi, ricambiato, ci salutò sbracciandosi e levando in alto il bastone. Per un attimo ritornai a pensare che ci stava minacciando e forse aveva davvero da dirci qualcosa di ostile, a noi che vagavamo tranquilli mentre lui era costretto a un lavoro fuori dal mondo e lontano da casa.

Ma le nuvole ormai ci avevano quasi raggiunto e per tenerle ancora un poco lontane non ci rimaneva che, con lena, riprendere a salire.

In un quarto d’ora fummo al colle. La nebbia ormai ci avvolgeva. Si vedeva appena la bella croce in metallo trafilato una decina di metri a sinistra dell’avvallamento, spostata in alto, verso la cima del monte Cimone.

Su una roccia, a fianco del sentiero, erano dipinti tre riquadri gialli con contorni rossi e una scritta in nero nel centro di ognuno. Col d’Egua m 2239, Baranca con la freccia a  sinistra e sotto Carcoforo, con la freccia a destra. Altri due  cartelli ci avvisavano del cambio di numero del sentiero. Si lasciava il 517 e ci si immetteva nel 122.

“Le indicazioni non mancano”, notò Maria Teresa. “Qui non ci si perde di sicuro.”

“Beh! Quello che stiamo percorrendo è il GTA. Ed è ben segnato per forza. Ma prova a uscirne. Non c’è anima viva e con questa nebbia forse si rischierebbe qualcosa.” Disse Osvaldo.

Poco più sotto, sempre a sinistra, era appena visibile la traccia del sentiero, ormai pochissimo usato che, aggirando il Cimone, porta alla Bocchetta di Striengo attraverso cui si può tornare in Val Mastallone.

Una volta, qualche anno addietro, avevo fatto un cerchio partendo e tornando da La Gazza, attraverso prima Egua e poi Striengo. Volevo rifare la strada fatta in qualche occasione dai partigiani, a tentare di riviverne pensieri e emozioni.

Lorenza, quasi a leggermi nella mente, disse che i partigiani passavano di rado per quella via troppo alta. Quando volevano andare in Val Sermenza dalla Val Mastallone o viceversa, preferivano passare più a sud, o attraverso la Bocchetta del Rosso o per laBocchetta del Cardone. In val Semenza scendevano poi verso l’Alpe Portile per giungere a Rimasco da cui la Resistenza nacque e si diffuse in ogni angolo della Valsesia. In val Mastallone potevano prendere per l’Alpe Cardone e poi attraverso laValle del Roj scendere verso Fobello o andare verso la Massa del Castello e, per creste, alla Massa della Sajunca e alla Bassa della Cuvàa fino sbucare fra gli alpeggi di Cervatto.

“Porca miseria! Erano ben affollate queste montagne per essere così ricche di passi e sentieri”, disse Osvaldo.

“Erano ricche di alpeggi e questo per secoli ha sfamato l’uomo che ci viveva.” Rispose Lorenza.

Maria Teresa ci diede la mossa, preoccupata dal nero che si andava diffondendo.   Riprendemmo il cammino, scendendo senza alcuna fatica.

Passammo l’Alpe Sellette, a cui arrivava una volta un vecchio sentiero da Striengo, e poi l’Alpe Egua. Più avanti, nei pressi di alcuni alberi sbagliammo direzione, forse la fretta, la nebbia che ci avvolgeva e l’acqua che stava arrivando. Se ne accorse Osvaldo fatto un centinaio di metri. Si stava scendendo troppo verso il centro della valle. Mi ricordai improvvisamente che mi era già capitato un’altra volta di fare lo stesso errore e mi diedi del cretino per non essermene ricordato. Poi ci volle qualche minuto a riprendere il sentiero giusto. Ma non poteva più essere un grande problema. Sapevo che ormai non mancava molto al rifugio Boffalora.

Un lampo incredibile e un tuono violento ci fecero rabbrividire. Poi altre scariche rabbiose e l’acqua di una gelida pioggia ci investì, violenta.

Ma il rifugio ci era davanti. Un ultimo scatto ad aprire la porta e poi tutti dentro di corsa.

Roberto, che se ne stava tranquillo in mezzo al locale, fra tavoli e panche come fra dune di un deserto, si girò di scatto. Noi a vederlo scoppiammo insieme a ridere felici. Eravamo in salvo e ancora asciutti. E poi era un piacere immenso rivedere quell’uomo allegro e cordiale. La sua pancia robusta e la maglietta nera con scritto: “Il vino e l’alcool sono nemici dell’uomo ma io non sono un vigliacco e non fuggo i nemici”  ci vennero incontro. E lui, sorridendo e allargando le braccia come a stringerci tutti, disse: “I vegani! Sono arrivati i vegani.”

 

8 -                    

Il 22 gennaio 1828 fu uccisa a botte e a bastonate, nel piccolo comune di Cervarolo a due passi da Varallo Sesia, Margherita Guglielmina, una vedova di 64 anni.

Entro la fine di quell’anno due suoi concittadini, Giovanni Antonio Degaudenzi e Gaudenzio Folghera, imputati dell’omicidio, furono dichiarati colpevoli e condannati in contumacia, il primo a dieci e il secondo a sette anni di carcere.

Il brevissimo lasso di tempo trascorso tra il tragico evento e la condanna fa pensare che i fatti accaduti fossero chiari, risaputi e quindi facilmente accertabili.

A scatenare l’omicidio fu l’abbattimento di un grosso noce in un terreno probabilmente appartenuto alla Margherita Guglielmina. I due uomini che svolsero quel lavoro furono in qualche modo accusati e maledetti dalla donna che purtroppo era giudicata dall’intera comunità una vecchia capace di far del male utilizzando potenti malefici.

Il suo truce aspetto, descritto a meraviglia dai cronisti dell’epoca – ad esempioGiuseppe Lana in Errori volgari nella fisica, pubblicato in Milano nel 1830 – e i suoi modi un po’ bruschi, giustificavano il fatto che fosse  ”dessignata dai più del paese per una strega e persino con tale nome veniva chiamata dai ragazzi, che nel dirglielo in passando, precipitosamente fuggivano e si nascondevano”. Il guaio fu che, nel giro di un anno, la nomea che aveva acquisito agli occhi dei suoi paesani venne confermata dalle circostanze: uno degli uomini da lei maledetto morì e l’altro si ammalò gravemente.

Una sera, nell’osteria del paese, fra un bicchiere di vino e molti altri ancora, si accusò di colpevolezza colei che ormai veniva chiamata da tutti strìa Gatina. Qualcuno invocò una giusta punizione e il Degaudenzi e il Folghera che erano pure parenti dei due che avevano tagliato il noce, si prestarono alla bisogna. Raggiunsero la vecchia nella sua abitazione e dopo aver rinchiuso sua figlia ammalata in un locale del piano superiore della casa, la massacrarono di botte a pugni e a bastonate. Infine si resero irreperibili.

Mentre parlavo la pioggia picchiava violenta sul tetto richiamando alla mente altri colpi e l’atroce sofferenza patita da quella povera donna. Ce ne stavamo tutti in letti vicini, infilati in meravigliose e pesanti coperte. I visi sporgenti erano rivolti al soffitto perlinato e alle grosse travi in legno, attenti e con un po’ di paura disegnata sopra, quasi a ricercare una qualche crepa o increspatura da cui potesse improvvisamente aprirsi un varco l’acqua che il cielo con ostinazione riversava sulla terra. Attraverso i vetri della finestrella che mi stava accanto, i lampi rischiaravano di continuo cielo e camera e spesso dovevo alzare la voce o smettere di parlare perché i tuoni potenti pretendevano la scena tutta per loro.

Quando finì di raccontare i miei tre compagni se ne stettero zitti per alcuni minuti.  Mi ripassò per la testa ciò che avevo pensato appena ci fummo coricati in quel calore che sapeva di casa. La stanchezza e la grande mangiata, non potevano che invogliare al riposo e al sonno. Allora fu Maria Teresa a smentirmi e a ricordarmi della storia promessa. Ora fu Osvaldo che con impazienza e rompendo quel silenzio di pace, mi chiese se la storia della strìa Gatina fosse tutta lì e come avevano potuto parlare di streghe per così poco.

“A me sembra piuttosto una storia comune, come tante ne succedono ancora.” Disse.

Maria Teresa aggiunse: “Intanto raccontaci dei due assassini e del perché ebbero una pena così mite.”

“Non lo so di certo”, risposi. “Probabilmente i giudici pensarono ad un omicidio preterintenzionale. Valutarono cioè che i due colpevoli si sarebbero anche accontentati di impartire soltanto una sonora lezione alla povera vecchia e che, quindi, la sopraggiunta morte andava oltre le loro intenzioni.”

“Ma che cavolo stai dicendo – disse Lorenza – come si potrebbe pensare una simile sciocchezza tenuto conto che a subire la lezione fu una povera anziana donna e che a infliggerla furono due – dico due – uomini che usarono pugni e bastoni?”

“Calmati! Non ho espresso ciò che reputo giusto o ingiusto. Ho tentato solo di spiegare cos’è frullato in mente a quei giudici alla luce dei pochi fatti che conosco.

C’è da aggiungere che nello stesso processo furono condannati anche altre tre persone, il vice sindaco di Cervarolo e due paesani, forse consiglieri comunali. Accusati di aver istigato, nell’osteria del paese, i due futuri colpevoli, i tre furono subito rinchiusi nelle carceri di Varallo ma dopo alcune settimane erano già liberi e prosciolti dalle accuse.

Il Degaudenzi e il Folghera – per concludere la storia e farvi incazzare ancor di più – non passarono neppure un giorno in galera. Di loro si persero le tracce. Qualcuno sospettò che fossero emigrati all’estero come i tanti senzalavoro di cui è sempre stata ricca questa zona. Comunque nel 1831, Carlo Alberto, succeduto a Carlo Felice sul trono sabaudo, concesse un indulto generale che li liberò definitivamente da ogni condanna o pena.” “Amen” – Disse Osvaldo. “E però ho l’impressione che si sia calcato un po’ la mano sulla storia della strega. Ricordo che quando ero bambino, quell’asino di mio fratello maggiore, mi faceva credere che tutte le donne anziane e sdentate che incontravamo, erano delle maledette e pericolosissime streghe. E io ne avevo una paura tremenda, tanto da rifiutarmi di percorrere certi vicoli del nostro piccolo paese perché sapevo di potercene trovare qualcuna. Le vere streghe, però, non sono queste. Non sono quelle giudicate tali dal vicino di casa. Le vere streghe furono processate, torturate e condannate ad una morte atroce in veri processi in cui giudici e preti si allearono nell’infamia.”

“Questo fu possibile perché le loro accuse poggiavano su radicate credenze popolari.” Dissi io.

“Non lo penso affatto. Diciamo che il potere ha strumentalizzato per suoi fini credenze popolari che erano sicuramente molto diffuse ma che di per sé non avevano mai prodotto grossi guai. Anzi, il popolo, pur temendoli, richiedeva i servigi di coloro che in qualche modo erano ritenuti possessori di conoscenze non comuni e con loro conviveva regolarmente e pacificamente.”

“Forse in questa storia c’entra la politica” disse Lorenza. “Mi sembra che la strìaGatina sia diventata un caso da quando il sindaco di Varallo Sesia ha fatto porre una lapide in sua memoria”

“In memoria di una strega? Chi? Il sindaco di Varallo?

Ma da quanto tempo ci sarebbe questa lapide? Perché non può essere certamente opera dell’attuale sindaco.” Disse Maria Teresa.

“Fu proprio lui, il 29 ottobre 2005!” Risposi io.

“Madonna mia – Esclamò Maria Teresa – come è possibile che la stessa persona onori una strega e insieme faccia collocare all’entrata del suo comune enormi cartelloni contro burkini, burqa, nikab e vu cumprà?”

“Li definisce proprio vu  cumprà?” chiese Osvaldo.

“Certo. Non hai notato i cartelli? Sono enormi e chi li ha voluti ha perso del tutto il senso della vergogna. Non mostra nessun rispetto per le altre culture e poi fa anche della spudorata demagogia: quale donna araba si metterebbe in burkini, a Varallo Sesia, lungo le sponde del Mastallone? Non capisco proprio come possa conciliare la lapide per la stria Gatina e quegli ignobili cartelloni.” Disse Maria Teresa.

Lorenza condividendo la sua indignazione aggiunse: “Hai ragione, tanto più che sulla lapide si legge - in memoria della Stria Gatina … custode dell’antica sapienza montanara.- E’ il riconoscimento della cultura e delle conoscenze custodite e tramandate dalle donne, di una cultura cioè molto diversa da quella dominante, proprio come oggi è diversa la cultura di minoranze che invece meriterebbero maggior rispetto.”

“Forse non ha letto bene quel che c’è inciso sulla pietra. O forse non l’ha capito. In fondo è deputato della Lega, sindaco di Varallo, vicesindaco di Borgo Sesia e penso che per un po’ di tempo sia stato anche consigliere regionale. Fa talmente tante cose che probabilmente non ha neppure il tempo di accorgersi dei nessi e delle contraddizioni che esso stesso produce.” Disse Osvaldo.

“L’uomo è quel che è. Passerà alla storia facendo sorridere i posteri perché ha dimezzato il prezzo del viagra a tutti i suoi concittadini, perché ha seminato Varallo di vigili di cartone con la sua faccia e con la faccia del ministro Maroni. Perché ha deciso di compensare con un caffè ed un gratta e vinci tutti coloro che nel territorio di Varallo prendono multe, e perché in una pubblica intervista ha portato a giustificazione dell’esistenza della padania il fatto che esistono sia il gazzettino padano sia il grano padano.” Disse Maria Teresa.

“Secondo me” intervenni io “State accanendovi ingiustamente contro il poveruomo. Non tenete nel giusto conto che il signor sindaco ragioniere ha un consenso enorme.”

“Questo non toglie che parlare di streghe nel caso accaduto a Cervarolo sia uno sproposito” mi interruppe Osvaldo.

“Ma sì. Posso concordare. Anzi ti dirò di più. Il fatto di scrivere sulla lapide che quello fu l’ultimo atto della caccia alle streghe in Italia fa pensare più che alle sofferenze delle donne, al Guinness dei primati o, comunque, a un qualcosa di attinente la spettacolarizzazione di un evento. D’altra parte anche il parroco di Varallo disse in un’intervista di quei giorni che quelle erano solo carnevalate. Ma non è questo il punto. Ciò che maggiormente mi interessa è che un tipo simile rimane uno dei sindaci italiani con il più alto numero di preferenze. È questo che mi duole e infastidisce perché denota un comune sentire fra lui e la maggioranza degli elettori che, a mio parere, è davvero preoccupante.”

“Non è tempo né ora di iniziare a discutere di democrazia. Prometto che appena potrò cercherò di documentarmi su questa Margherita Guglielmina perché la sua è davvero una storia interessante. Però adesso vi prego! Dormiamo che è tardi e domani ci aspetta una lunga e dura salita.” Disse Lorenza.

Dormimmo tutti profondamente e io sognai un gran rimbombare di passi sul pavimento in legno della grande camerata.

 

9 -

Alle sei di mattino il sole già illuminava il mio volto. La sua carezza tiepida mi svegliò. Andai subito ad aprire la finestra e curioso, guardai fuori.

Una volta, girando l’angolo di una baita in Val Vogna, Lorenza si trovò di fronte un cervo enorme e per la sorpresa non seppe trattenersi dal chiamarmi a voce alta. Quando giunsi di corsa era troppo tardi. L’animale spaventato era sparito in un attimo, nonostante la mole. E a Lorenza, incredula, rimase il dubbio d’aver avuto una visione. Da quella volta imparammo a fare il meno rumore possibile percorrendo sentieri, e a guardarci attorno con cautela e attenzione alla ricerca di quei timidi padroni del bosco, specialmente all’inizio giornata, quando sono soliti spostarsi. Incontrarne e fissarne qualcuno negli occhi è sicuramente una delle esperienze più belle che possano capitare ed è cosa che non si dimentica facilmente.

Dalla finestra non ne scorsi alcuno ma la delusione fu contenuta dalla visione di un cielo terso e bellissimo. Una leggera foschia che si alzava da terra, avvolgeva qualche larice in lontananza, nel bosco sul lato opposto del torrente Egua, ma sarebbe scomparsa da lì a poco.

La pioggia della notte aveva lasciato soltanto un’aria frizzante e leggera che avrebbe richiesto, più tardi, degli indumenti adeguati. Richiusi l’infisso facendo attenzione a non svegliare nessuno e mi rimisi a letto godendomi il tepore non ancora svaporato che ci avevo lasciato.

Roberto, la sera prima, ci aveva trattato come vecchi amici. Aveva portato due vassoi stracolmi di verdure crude e cotte d’ogni tipo e un altro con cipolle rosse crudeammontagnate su un lato e fagioli neri sull’altro. Aveva aggiunto due pagnotte di pane nero di segale e un bottiglione di barbera d’Asti ch’era uno spettacolo. Poi, mentre mangiavamo di gusto, ci aveva preso un po’ in giro perché, secondo lui, non era possibile privarsi del piacere di una buona bistecca. E quando servì i suoi amici, già seduti al tavolo accanto al nostro, ci fece passare i piatti di carne sotto il naso a sfidarci.

“Provate a dire che questo profumo non è eccezionale e vi uccido all’istante!” Sibilò cattivo con un gran sorriso su tutto il viso.

Ma noi non eravamo in vena di polemiche, specialmente in un contesto in cui non si poteva sperare nessun serio dibattito.

“A ognuno il suo” disse alzando il bicchiere a mo’ di brindisi Osvaldo. E la cosa finì li.

Mi aveva sempre lasciato l’amaro in bocca questo tacere con gli altri. Come se la scelta di essere vegetariano riguardasse solo me. Fosse una mania, un capriccio. O dipendesse da una cagionevole salute o da una fede religiosa vissuta un po’ troppo intensamente.

Gli atri, ad andar bene, sono propensi a pensarlo quanto mi incontrano, ma in generale pensano solo alla pazzia che mi è entrata dentro, e al rischio stupido e inutile a cui sottopongo la mia salute.

Mi ricordai di una pagina di Ogni cosa è illuminata, il romanzo di Jonathan Safran Foer. Ai tempi, leggendola, mi ero spanciato dalle risate. La stessa scena l’avevo poi rivista nel film tratto dal libro e lì, alle parole, si era aggiunto il viso straniato e spaventato di Eljiah Wood a regalarmi un po’ di allegria. Una sera il giovane studente ebreo-americano in cerca di radici nella lontana Ucraina, che è il personaggio principale della storia, aveva una fame del diavolo ma, prima di entrare nella locanda prescelta per la cena, confessò con un certo imbarazzo al ragazzo che gli faceva da interprete, di essere vegetariano. Costui meravigliato, dopo aver chiesto e richiesto cosa significasse quella strana parola, la tradusse a suo nonno che era l’autista del gruppetto. Il vecchio non poteva crederci. Si informò allora se non mangiare carne consentisse almeno di mangiare maiale. O mucca. O pollame.

“Ma il vitello lo mangi!” sbottò ai continui dinieghi dell’americano.

Poi tentò con le saporite salsicce e di fronte ad un altro deciso no, chiese sbigottito al nipote “Lui cos’ha che non va?”

Non convinto continuò ancora, sperando che il poverino potesse mangiare perlomeno un po’ di lingua o del fegato.

E che non fosse del tutto fuori di testa.

E’ una scena comica che non esagera per niente l’attuale realtà. Basta andare in un comune ristorante e persino in un ospedale per rendersene conto.

Qualche tempo prima mi capitò di passare due giorni in un ospedale in cui medici e infermieri erano oltre che qualificati anche molto attenti alle esigenze dei pazienti. Lasciandomi persuadere dalla loro disponibilità li avvisai di essere vegano e di desiderare per pasto solo carboidrati, verdure crude o cotte e frutta.  Il primo giorno mi tennero a digiuno perché fui operato nel tardo pomeriggio. Il secondo giorno, verso mezzogiorno avevo una discreta fame. Mi venne quasi da ridere dalla gioia a vedere il mio vicino di letto ricevere un vassoio contenente pasta asciutta al pomodoro, purè e prosciutto cotto e frutta. Già pensavo di scartare quell’immangiabile secondo e di dedicarmi con passione al resto. Mi portarono, invece, una tazza di un brodo schifoso – forse con dati contenenti proteine – e uno yogurt bianco e alle mie proteste mi dissero che il medico – a quell’ora irraggiungibile – mi aveva prescritto un pasto leggero. Ovviamente non mangiai nulla e incazzatissimo mi affrettai ad andarmene in anticipo di  qualche ora.

Mi sono chiesto infinite volte se è giusto far finta di niente.

Se il non dire che la carne uccide chi la mangia e il pianeta su cui viviamo significhi rispettare chi è diverso da te o invece serva ad esasperare una situazione che non consentirà ai nostri nipoti una vita dignitosa.

Mi sono roso a pensare come debbo comportarmi di fronte alla suscettibilità di amici e conoscenti e al legittimo desiderio dei miei familiari di non inimicarsi il mondo intero per colpa della mia esagerata “durezza”.

Mi dicono alcuni, che il mio atteggiamento è simile a quello di un integralista che blatera sull’unicità del proprio credo o di un fondamentalista che ha fede cieca in quel che sa essere il Giusto e il Vero. Ad accumunare me e quei fanatici è la volontà, sentita come urgenza, di cambiare le cose – è vero – ma come faccio a far comprendere che ciò che desideriamo è profondamente diverso e anche decisamente avverso se poi utilizziamo gli stessi metodi per comunicarlo agli altri?

“Non mi senti?” Mi disse Osvaldo scrollandomi un poco.

Aprii gli occhi di scatto “Porca miseria! Che ora è?”

“Calma. Tutto tranquillo.

Volevo solo dirti che sono le otto e che Maria Teresa e Lorenza sono quasi pronte per la partenza.

Sembravi in coma profondo e ho dovuto darti una mossa.”

Nessuno di noi fece colazione. Un solo caffè forte, caldo e ristretto, un abbraccio e un saluto cordiale a Roberto e ai suoi tre compagni che lo aiutavano a tener aperto il rifugio e poi, verso le otto e trenta ci incamminammo verso Carcoforo.

“Certo che quei quattro sono tutti dei gran simpaticoni” disse Osvaldo.

“Però hanno una gran pancia e non ce li vedo proprio a camminare. Mangiano troppo per essere gente di montagna” disse Maria Teresa.

“Forse mangiano soltanto male. Hai visto quanta carne hanno consumato? Sono simpatici di certo, ma anche dei grandi pazzi.” Rispose Lorenza.

“E’ lo stesso che han detto di noi quando ci han visto mangiare solo verdure.

“Hanno reagito al nostro modo di essere consumando carne ancor più di quanto avrebbero normalmente fatto.” – Disse Osvaldo – “E’ un atteggiamento comune a molti. Pensano di proteggerci mostrandoci che quello che fanno non solo non li uccide ma li fa addirittura star meglio.”

Io pensai a mia madre che è convinta da anni che prima o poi mi ammalerò, a non mangiare carne. E al fatto che la gente è davvero incurante dell’evidenza quando non si accorge dell’esistenza di molti vegani: non è forse la mia stessa esistenza a provare che è possibile sopravvivere senza ingurgitare nessuna proteina animale?

 

10 -

Stavamo attraversando la zona delle pasquate chiamate anche maggengo ove si produceva fieno o si portava per brevi periodi, tra aprile e maggio, le bestie al pascolo prima di condurle negli alpeggi in alta quota. Dietro di noi era visibile ancora l’Alpe Piovale e il rifugio Boffalora con il suo tricolore sventolante, impiccato in cima ad un palo.

In breve fummo all’Alpe Bruc. Il sentiero correva appena sopra l’agriturismo ricavato in vecchie baite. Poi fummo a fianco della gula scavata nella montagna dal torrente Egua. Qui era stata attiva per molto tempo una cava di pietra ollare, una pietra oggi molto conosciuta da chi possiede un barbecue, ma che in passato veniva usata per fare furnei (stufe o più semplicemente piani su cui cuocere) e lavecc (pentole).

Le case di Carcoforo, ormai vicinissime, erano sotto di noi con i loro tetti grigi. Ammassate, non lasciavano intravvedere neppure le strade. Solo il campanile della chiesa riusciva ad emergere, bianco e sottile,  e alla sua sinistra l’ampio parcheggio ricoperto di auto colorate come quelle di un luna park.

Ad una curva della mulattiera a zig-zag passammo davanti alla cappelletta chiamataChiesetta delle Torbe. E subito dopo ci apparve il famoso Frassu dal vote, un gigantesco frassino cavo che ha più di trecento anni. Ci sedemmo vicino ad accarezzarlo perché era bello e anche perché si racconta che il contatto fisico con gli alberi consente di assorbire un po’ della loro grande energia.

L’incavo che ha nel centro del tronco è enorme e sembra una grande vagina che inghiotte il mondo. O una grande bocca che inghiotte il mondo. In un caso o nell’altro incute rispetto e a stargli vicino vien da sognare e fantasticare. Sembra che in quel luogo venga facile raccontarsi storie perché affiorano alla mente un sacco di ricordi. Sarà senz’altro lui che fa partecipe il viandante di tutto quello che ha sentito dalle donne che nei secoli si sono sedute ai suoi piedi a raccontare quanto sapevano del loro mondo e del loro cielo.

Maria Teresa chiese perché la cappelletta avesse quello strano nome.

Risposi che torba è la casa tipica della Valsesia, quella costruita in legno, ma è nome che designa anche granai, stalle e cascine. “A Carcoforo sono famose le torbe mascherate – dissi – case costruite originariamente in legno e che, dopo il grande incendio del 1863, furono ricoperte all’esterno con mura in pietra.”

Dopo un quarto d’ora eravamo in paese, sulla via che proviene da Rimasco e che nell’altro senso, va a finire contro la montagna, in fondo alla valle.

Alla nostra sinistra il ponte sull’Egua. Davanti un altro sul Trasinera. I due rumorosi ruscelli attirarono la nostra attenzione. Il primo scende perpendicolare alla strada e poco più sotto va a raccogliere le acque pulite e molto ossigenate del secondo che scorre veloce sull’altro lato del manto asfaltato.

In entrambi i ruscelli regna la trota fario bella e colorata ma ambita, per motivi poco nobili, ai poco sensibili pescatori. Costoro accampano diritti di vita e di morte che le comunità locali accordano loro dietro pagamento di somme troppo modeste. Forse non sanno che è in gran parte un pesce nato e allevato in vasconi costruiti dall’uomo e poi immesso nei ruscelli, essendosi quasi del tutto estinto quello selvatico. E sognano stadi primordiali in cui cimentarsi con una preda scaltra e difficile che poi offrirà loro occasione di vanto. O pensano di svagarsi al sole tiepido di una bella giornata, torturando liberamente innocenti e indifesi animali.

Ricordai che il rio Trasinera, al contrario dell’Egua, è in gran parte protetto dalla pesca. Per un attimo pensai che ciò fosse una vera fortuna sia per i salmonidi, sia per tutti gli uomini sensati del mondo. Ma mi avvidi immediatamente di aver corso troppo perché non è sufficiente non essere condannati a morte per potersi ritenere fortunati. Infatti è possibile pescare anche nei molti tratti no-kill dei due torrenti. Basta poi liberare il pesce dall’amo e rigettarlo in acqua.

Non riesco a capire come sia possibile normare una così barbara usanza e come degli uomini ragionevoli possano trovare soddisfazione dall’arpionare un animale nelle sue carni, estrarlo con violenza dal suo ambiente e poi rigettarlo di nuovo in acqua come se nulla fosse accaduto.

Peter Singer e Jim Mason che si occupano del significato etico delle nostre scelte alimentari in un bel libro intitolato Come mangiamo, dicono che l’indifferenza ai patimenti dei pesci è diffusa anche in società inclini a preoccuparsi degli animali, altrimenti non sarebbe possibile che persone sconvolte alla sola idea di soffocare lentamente un cane possano trascorrere un’allegra domenica sedute sulla riva di un fiume con la canna da pesca. E che tale indifferenza nasce dalla convinzione che i pesci appartengano ad un gradino della scala evolutiva inferiore a quello occupato dai mammiferi.

Penso che la spiegazione data corrisponda a verità ma che non esaurisca del tutto la questione. Che si persegua questa pratica senza la consapevolezza di causare un enorme dolore quando è ormai risaputo che anche i pesci, come ogni altro animale, sono capaci di percepire tutta la sofferenza che infliggiamo loro, è cosa grave. Lo si fa di certo per pura ignoranza ma l’ignoranza non dovrebbe essere sancita dalla legge.

Sicuramente, quindi, lo si fa anche per una grande e diffusa inciviltà.

Il pensiero della tracotanza degli imbecilli che si sentono sovrani assoluti del mondo e che per di più sono anche invitati a crederlo da leggi semplicemente inumane, mi fece così incazzare da non riuscire neppure a parlarne.

Gli altri, d’altra parte, erano immersi, ognuno nei propri pensieri.

Decisi di assecondarli e di starmene zitto.

Girando a destra, verso il fondo valle, percorremmo la strada asfaltata, fino ad incrociare il sentiero numero 112, quello del Termo. All’incrocio ci fermammo a bere.

Frugando nello zaino Osvaldo si accorse di avere lasciato al rifugio Boffalora il libro che aveva tentato di leggere la sera prima. E anche la lampada frontale.

“Ieri sera, quando si decise di ascoltare la storia della stria Gatina, li avevo già in mano e, non avendo voglia di uscire dalle coperte per riporli nello zaino, li appoggiai per terra, ai piedi del letto”

“Ce li faremo conservare o riportare da Roberto. Organizzeremo una bella biciclettata lungo il Naviglio e andremo trovarlo a casa sua, a Boffalora Ticino. – Disse Maria Teresa – Oggi pomeriggio saremo a Rima. Gli telefoneremo e ci metteremo d’accordo.”

 

11 -

Lungo il sentiero si continuò a parlare poco perché eravamo attenti agli odori e ai rumori e ai colori che la montagna ci regalava. E forse eravamo anche un po’ stanchi.

Quando la salita si fece più ripida, superata l’Alpe Selva Bruna, percepii chiaramente lo sforzo nei muscoli delle gambe, della schiena e delle spalle. La mia mente sembrava vagare con il mio sangue all’interno di essi. Li vedeva pulsare, tendersi e poi rilasciarsi ad ogni passo. Uno per uno. E si faceva ammaliare dal colore denso che tutto ammantava.

Lasciava la mente che il rosso infondesse energia, che il suo tepore diffondesse un attivo  torpore, piacevolissimo, rilassante, in profonda armonia con il resto del mondo.

Era una esplorazione piacevole, verso l’interno del corpo, interrotta di tanto in tanto dall’irrompere del profumo resinoso di qualche sparuto rododendro e dall’acre odore della terra umida. Anche la luce tagliente che mi faceva giocare a nascondino con dettagli a volte nascosti e, appena cambiata l’angolatura, improvvisamente evidenti, contribuiva a produrre quell’entrare e uscire da me che era la ragione prima del mio sentirmi vivo, sano e forte.

Man mano che si proseguiva andavano prevalendo le felci e le erbe alte del magaforbieto. Qualche larice si stagliava alto sopra i costoni. Più vicini, e tutto intorno a noi, arbusti di ontanelle. Qua e là emergeva il sorbo degli uccellatori.

Giunti all’unica baita dell’Alpe Trasinera Brutta, decidemmo di fermarci. Lorenza si tolse le scarpe a far respirare un poco i piedi. Ci sdraiammo sull’erba con gli zaini sotto le schiene a vagare un po’ con la fantasia.

“Il larice è il re dei costoni – dissi indicandone uno, bello e contorto – Mauro Corona lo esalta a tal punto da affermare che i paesi della valle sono fatti di sassi, anime e larici.”

“Sicuro! Ne parla ne Le voci del bosco.” Disse Lorenza. “Secondo lui il larice veglia sul sonno degli uomini perché veniva usato fra le molte altre cose, anche per fare travi e solai, e proprio in virtù della sua posizione, sotto ai soffitti delle camere da letto, egli assisteva e spiava la vita notturna della gente.”

“Mi ha sempre colpito l’accortezza dei nostri vecchi nello scegliere e trattare i materiali che usavano.” Aggiunse Osvaldo. “Il larice, ad esempio, non è tutto uguale come ti fanno credere oggi. Venivano selezionate le piante più adatte ad ogni impiego. Le migliori erano quelle sparse su terreni impervi, appese a picchi e a coste, il cui tronco è composto da anelli sottili impastati dalla sofferenza e dai patimenti della scarsità.

Ne usavano solo i primi quattro metri e il più delle volte liberavano il tronco dall’alburno in modo da usarne solo la parte interna, più rossa e dura. Poi per rendere il legno ancor più indistruttibile, lo racconta ancora Corona, tagliavano i tronchi sul calar della luna, e dopo averli squadrati, venivano passati sopra la fiamma di un fuoco di carpine.

“Forse è per questo motivo – intervenni io – che Marco Vitruvio Pollione, il padre dell’architettura, dice che quel legno non è offeso da tarlo né da tignola per la grande amarezza del suo sugo ma neppure è capace di fare fiamma, o ardere da sé.

Ci racconta, nel suo trattato, che quando i romani, giunti sulle Alpi, lo videro per la prima volta, ne rimasero meravigliati perché si avvidero che le torri fatte con il suo legno a difesa dei villaggi degli indigeni, resistevano al fuoco delle fascine che loro gli appiccavano contro.”

Lorenza ricordò di un articolo del Corriere letto qualche anno prima in cui si raccontava di come le radici del larice raggiungano grandi profondità e che, proprio per questo motivo, riescono ad assorbire acqua più di ogni pino o abete o ogni altra pianta di montagna.

“Il giornalista sosteneva che, in un futuro in cui per l’effetto serra le temperature aumenteranno notevolmente, le Alpi saranno ricoperte per intero dai soli larici.”

“E’ vero” Specificò Maria Teresa. “Ricordo quell’articolo perché citava Dino Dibona che sul larice ha scritto un’eccezionale e completa monografia. Ma anche perché vi si parlava dei tre larici di Santa Gertrude che sono le piante più vecchie d’Italia.”

“Racconta, racconta” chiese Osvaldo “Non ne so niente!”

“Veramente ben prima di quell’articolo, uscito se ricordo bene verso la fine del 1999, ne aveva parlato Mario Rigoni Stern nel suo Arboreto Salvatico, pubblicato agli inizi degli anni novanta. Lo lessi subito come mi capitava con tutti i libri del grande vecchio di Asiago. Così venni a conoscenza di quelle meraviglie della natura proprio grazie a lui.

Verso la metà degli anni novanta andai appositamente a vederli e vi posso assicurare che ne valse la pena.

Santa Gertrude o Geltrude è l’ultimo paesino della val d’Ultimo (Ultental) vicino Merano in Alto Adige, a 1519 metri di altezza. Poco prima di entrare in paese si incontrano queste meravigliose cattedrali. Una volta erano quattro ma nel 1930 una bufera ne divelse uno. Fu possibile così, contare i suoi anelli e determinare che aveva ben duemiladuecento anni. Il più grande dei tre sopravvissuti, ha una circonferenza di 8,2 metri e un altezza di 28 metri e si calcola abbia più di duemilatrecento anni.”

“Madonna Santissima!” Esclamò Osvaldo “Era già vecchio ai tempi di Cristo.”

Eravamo talmente presi dalla chiacchiera che non ci avvedemmo dei quattro che ormai stavano accampandosi vicino a noi.

“Buon giorno” disse il più alto e magro di loro. “Non vi disturbiamo se ci fermiamo un poco anche noi?”

Dall’accento sembravano tedeschi. Uno di loro parlava perfettamente italiano.

“Di spazio ce né per tutti.” Disse Osvaldo

Non ci volle molto a fraternizzare. Ci scambiammo un frutto mentre venivano elencati i nomi e si stringevano le mani.

“Ho sentito che parlavate degli abeti di Santa Gertrude. Bellissimi!

Io invito ogni conoscente ad andare a trovarli come una volta si usava andare a trovare i vecchi saggi. Pur di stare un attimo con loro si era disposti a giungere fino in cima al mondo. E poi quando si tornava a casa ci si sentiva migliori e capaci di affrontare la vita.

Anche da quegli alberi si ha molto da apprendere. Forse abbiamo bisogno del meraviglioso, di quel che ancora ci incanta, per imparare a godere quello che invece è normale e ci circonda il più delle volte non visto.

Si chiamava Enno e con i suoi tre amici veniva da Sion, la capitale del Vallese. Erano tutti di lingua tedesca come i Walser, loro progenitori.

Geert, Harro e Knut stavano zitti. Qualche volta assentivano col capo e da ciò capii che forse intendevano l’italiano ma sicuramente non lo parlavano. Ma Enno non sentiva il bisogno di un loro intervento. Con la sua parlantina, la faceva da padrone.

Ci disse che erano partiti a piedi da Saas Fee nel centro della Saastal. Avevano risalito tutta la valle, costeggiando il grande bacino artificiale del lago di Mattmark, fino a valicare il passo del Monte Moro a 2868 metri sul livello del mare e ad entrare nella valle Anzasca. Avevano dormito e riposato al rifugio Oberto Maroli e poi erano scesi a Macugnaga disdegnando la funivia. Volevano inventarsi una personalissima grande via dei Walser.

“Ce ne sono tante” disse Enno “e sicuramente anche la nostra è ben battuta ma l’abbiamo studiata da soli a tavolino e abbiamo intenzione di ricavarne un libro per onorare i nostri padri.”

Da Macugnaga erano scesi fino a Molini di Calasca e poi all’altezza del santuario della Madonna della Gurva, con il suo enorme masso in bilico sul torrente Anza, presero per la splendida e selvaggia val Segnara.  Attraverso l’Alpe Camino e l’Alpe Lago valicarono il colle dell’Usciolo per scendere a Campello Monti.

“Fu fondato dai Walser di Rimella” ci disse Enno. “Un giorno che non fecero in tempo a tornare”. Era pieno di entusiasmo a raccontarci dei suoi avi e noi fingemmo sorpresa nell’ascoltare di posti e storie che ben conoscevamo.

“Fino al 1749 i loro morti venivano seppelliti nel cimitero di Rimella che è almeno a quattro ore di distanza. Quando, nei loro lunghi inverni, il sentiero non era percorribile conservavano i cadaveri nella neve fino alla bella stagione. Per noi questo tragitto è un pellegrinaggio.”

Quando giunsero a Rimella, la loro Remmalju, si sentirono come in un santuario e vi rimasero per due giorni. Poi raggiunsero Santa Maria di Fobello e fecero il nostro stesso sentiero.

Dopo Alagna avrebbero valicato il Col d’Olen per scendere a Gressoney e, infine, attraverso St. Jacques e il Colle del Teodulo sarebbero giunti a Zermatt.

Li lasciammo andar via di buon passo. Avevano un gran sogno per la testa.

Pensai che non c’è cosa più bella al mondo di quello che loro stavano facendo.

E che noi forse non avevamo ancora perso del tutto la capacità di godere di tutto ciò che ci capitava. “Siamo circondate da ontani e quelli, laggiù, sono sorbi.” Dissi. “Avremo modo di parlarne”

 

12 –

L’Alpe Trasinera Bella era a due passi. Più in alto, a 2081 metri, raggiungemmo l’Alpe Termo. Qui il paesaggio, ormai spoglio di alberi, fu avvolto da una leggera nebbiolina che si spostava velocemente, addensandosi e diradandosi, sotto i colpi nervosi di correnti d’aria di cui, fino ad un attimo prima, non ci eravamo accorti. In alto incombeva la parete di roccia chiara della cima Lampone. Il sentiero, volgendo ad ovest, dapprima si incuneava in una conca che sembrava dirigersi verso la Cima del Tiglio, poi, attraverso un ripido pendio erboso, ci condusse al colle, una sottile striscia di terra fra le due cime del Lampone e del Tiglio.

Nonostante qualche nuvola il paesaggio era notevole. Alle nostre spalle la valle di Carcoforo e in lontananza il colle d’Egua. Davanti, a picco, la val Sermenza e in faccia la sovrastante parete nord, rocciosa e nera, del Tagliaferro, una delle cime a cui mi sento più legato. Come al solito rimasi incantato a guardarla. Era forse la forma triangolare, o il colore scuro, o il prevalere della roccia dura e compatta, o il nome che da solo incute rispetto, a farmela amare. Sicuramente i ricordi dei suoi sentieri, percorsi svariate volte in compagnia di Lorenza, la Bocchetta della Moanda, il Passo del Gatto, la sua cresta rocciosa ed affilata non erano facili a dimenticarsi. Alla sua sinistra il colle di Mud e in mezzo il valico che avremmo dovuto fare l’indomani per giungere ad Alagna. Ero conquistato da quella vista e avrei desiderato fermarmi a lungo ma il vento che era divenuto forte ci consigliò di affrettarci ad affrontare il ripido  sentiero che, su un terreno brullo, disegnava lunghissimi e ravvicinati tornanti.

Più in basso macchie di pino mugo stavano diffondendosi ovunque, anche ai margini del percorso. A volte, per poter passare, occorreva strofinarcisi dentro e con i pantaloncini corti non era affatto piacevole. I rami calpestati erano talmente resistenti e duri che le piccole piantine non sembravano risentirne affatto.

“I suoi rami abbarbicati alla terra forniscono una validissima protezione contro le valanghe.” Disse Maria Teresa. “Forse lo hanno impiantato per questo motivo vista la grande pendenza di questo tratto di terreno.”

“Ma è così tanto fitto da non permette alla luce di penetrare e questo provoca l’isterilimento del sottobosco. Non vi nidificano uccelli e persino gli ungulati sono costretti ad andarsene altrove.” Aggiunse Lorenza. “Se davvero ce lo hanno impiantato non mi sembra una buona soluzione”

“Visto che è un così grande colonizzatore ed è anche difficile da estirpare, potremmo raccoglierne un po’ senza far danno” disse Osvaldo “So che dalle cime dei ramoscelli più teneri si estrae un ottimo olio essenziale. Anche se non saprei come fare ad ottenerlo.”

“Lo danno per miracoloso come antisettico e mucolitico. In più sembra regolare il flusso sanguigno, elimina i dolori reumatici e da crampi e rafforza le difese immunitarie.” Dissi io. “E lo si estrae facilmente in corrente di vapore”

“E che diavoleria è?”

“E’ semplice. Immagina un recipiente con due colli in cui metti acqua e un tritato fine di ramoscelli teneri. Da un collo immetti vapore acqueo che tramite un capillare fai gorgogliare nel fondo del liquido contenuto nel recipiente. L’altro collo lo attacchi ad un refrigerante, ad un tubo cioè in cui i vapori che escono vengono condensati dall’acqua fredda che gli circola intorno. Il condensato che si ottiene è una miscela di acqua e olio essenziale.”

“Ci sono degli oli che rimangono sospesi nell’acqua. Come si possono separare?”

“Con il tempo o, se necessario addensando l’acqua sciogliendoci dentro un po’ di sale”

Osvaldo sembrava soddisfatto della lezione ma decidemmo di non raccogliere i preziosi ramoscelli perché ad ottenere un buon risultato sarebbe servito lavorarlo appena colto e noi avevamo ancora parecchio da camminare.

Ci fermammo all’Alpe Ciaffera. Ormai Rima era vicina, era ancora molto presto e non avevamo nessuna fretta. Pensammo ai quattro svizzeri che, da quando erano partiti in tromba, sembravano svaniti nel nulla.

Li avremmo senz’altro rivisti a Rima. Al posto tappa del GTA avremmo diviso con loro la camerata.

“Vi dovrei parlare dell’azotofissazione” dissi io ridacchiando.

“E’ meglio parlare di alberi” intervenne Maria Teresa. “Io ho in sospeso qualcosa sul sorbo degli uccellatori.”

“Ma l’azotofissazione riguarda gli ontani che noi conosciamo bene. Ed è cosa curiosa ed interessante che ci consentirà di spaziare molto.”

“Allora va bene, inizia tu che sei il più logorroico. Poi io col sorbo vi addolcirò le bocche.”

“A proposito di bocche, mentre voi raccontate, io e Lorenza prepareremo il pranzo.”

“Nel medioevo – iniziai tenuto conto dell’accusa ricevuta e promettendomi di essere il più sintetico possibile -, i nostri vecchi, in assenza di concimi chimici erano costretti a rispettare i tempi della natura lasciando sempre a maggese una parte dei loro campi. Attorno all’anno mille, scoprirono che la rotazione triennale dei terreni era molto più vantaggiosa che la biennale non solo perché utilizzando più terreno aumentarono i raccolti, ma anche perché ne variarono la qualità. In autunno seminavano frumento e segale da raccogliere in inverno e in primavera orzo o avena e legumi. L’anno seguente seminavano il grano dove il terreno era stato a riposo e legumi ed avena dove invece c’era grano.  Riuscirono così a non forzare la natura, ad aumentare il raccolto riuscendo a sfamare anche i loro animali e in più arricchirono di proteine la loro dieta. Ma i piselli, le lenticchie, i ceci, le fave e i fagioli servirono anche ad altro. Si accorsero che seppellendo le piante secche il terreno diveniva più grasso.

Noi oggi sappiamo perché.

Abbiamo scoperto che si crea una simbiosi fra le leguminose ed alcuni batteri che vanno ad insediarsi nelle loro radici. Questi, per nutrirsi, sottraggono alla pianta alcuni composti organici e qualche sale minerale ma, essendo in grado di trasformare l’azoto atmosferico gassoso e non assimilabile direttamente dai vegetali in sali di ammonio, riescono a sostentare gli arbusti e ad arricchire i terreni. Quando la pianta muore, muoiono anche i batteri e essendo questi ricchissimi di composti azotati, se seppelliti fertilizzano il terreno molto di più di quanto possa succedere con la semplice degradazione di una qualsiasi pianta morta.

Gli ontani hanno questo stesso comportamento, caso rarissimo al di fuori delle leguminose. Ovviamente il tipo di batterio cambia ma il risultato è lo stesso. Ed è per questo motivo che  vengono utilizzati per biorisanare terreni impoveriti o li si impiantano lungo i corsi d’acqua.

Ma l’ontano ha anche altre grandi qualità.

Vitruvio dice di lui che quel che non può durare che poco tempo fuori dalla terra, dura molto quando è seppellito nell’umido. Infatti, sebbene il suo legno non offra apprezzabili risultati né nelle costruzioni, né quando lo si brucia, è ottimo nelle palizzate. Dura eternamente, [e] regge ogni gran peso di fabbrica, ci racconta il grande latino. La dimostrazione che lo attesta sono le fondamenta su cui è retta a Ravenna, fatte proprio di legno di ontano. E qualcun altro sostiene che anche Venezia sia sorretta da pali di ontano provenienti dai boschi della Croazia.

Per giungere a tempi più vicini a noi aggiungo che la sua corteccia era usata per abbassare la febbre e le sue foglie per preparare decotti capaci di far urinare di più e sudare di meno.”

“Forse perché contiene gli stessi composti contenuti nella corteccia della betulla che appartiene alla stessa famiglia e da cui è stato ricavato, fin dalla prima metà dell’’800, l’acido acetilsalicilico che è poi la strausata aspirina.” Aggiunse Lorenza.

“Comunque quello che abbiamo incontrato noi è l’ontano verde, qui chiamato dros, che è più piccolo e a forma di arbusto, mentre l’ontano comune o ontano nero è un albero ben più alto e da queste parti è chiamato onicccia o auniccia o anche onizza.

“Adesso venite a mangiare.” Gridò Osvaldo. “Ma prima vi dico io l’ultima sull’ontano. Da quel che so la Fender, che è una tra le migliori chitarre al mondo, ha il corpo fatto proprio con legno di ontano. E ora, visto che siete rimasti tutti a bocca aperta, venite a mangiare.”

Aiutato da Lorenza aveva predisposto su un bel sasso piatto un affettato di zucchine, pomodori, peperoni verdi e rossi, cetrioli, cipolle e spicchi di arancia. Intorno alcune fette di pane integrale. Era un vero spettacolo. Ci sedemmo attorno al sasso, per terra e a gambe incrociate, felici come pasque. E ci buttammo sul cibo ma solo dopo averlo fotografato. Era troppo bello a vedersi.

Mentre si mangiava Maria Teresa ci raccontò del sorbo degli uccellatori.

“Intanto è una bellissima pianta. I suoi fiori bianchi resistono fino a primavera inoltrata. Sono tutti avvolti a grappolo su un corimbo eretto e lungo fino a quindici centimetri. Quando sfioriscono lasciano bacche rosse che fanno risplendere e risaltare l’albero fino in inverno, attirando uccelli e uomini. Sono piccolissime mele che, fino a non molto tempo fa, venivano usate per preparare salse adatte ad accompagnare piatti di selvaggina o per preparare bevande contro lo scorbuto essendo ricche di vitamina C.

Sono alberi magici, i sorbi. I sacerdoti celti usavano i loro rami gettati a caso su una pelle di toro per interrogare gli spiriti. L’Ogham, l’iniziazione segreta dei futuri druidi, era basata sulla conoscenza di un’unica serie di nomi che univano alfabeto, alberi, mesi e divinità. Agli alberi era connessa magia e farmacologia. E il sorbo era la seconda pianta del’anno celtico che copriva il periodo dal 21 gennaio al 17 febbraio, il tempo del ritorno della luce. Per questo motivo il sorbo era chiamato Luis, cioè luce o fiamma. A metà del suo mese, esattamente il primo di febbraio, cadeva la festa dell’Imbolc oOimelc  in cui si celebrava la venuta alla luce degli agnellini e l’abbondante latte delle pecore da cui si ricavava il prezioso formaggio.

In quel giorno si accendevano molte candele perché si volevano ringraziare gli dei per aver concesso alla luce di allungare le giornate.

I cristiani dedicarono il giorno successivo, il due di febbraio, alla festa della candelora in memoria del vecchio Simeone che presentando il bambin Gesù al tempio, lo definì luce per illuminare le genti.

L’imbolc sopravvive tuttora come festa neopagana. E’ il primo dei cosiddetti cross-quarter day , i giorni cioè che stanno a metà di un equinozio e di un solstizio, e in cui si crede che le streghe e i demoni festeggiano i loro sabba girovagando impazziti ed ebbri per le contrade.

Per proteggersi da loro gli uomini piantavano il magico sorbo davanti alle case e alle chiese.”

“Bellissimo!” Esclamò Osvaldo “Ma ancora una volta lasciatemi aggiungere un piccolo ma gustoso particolare.

Se in un vaso chiuso ermeticamente mettete a macerare per quaranta giorni delle bacche di sorbo, un po’ di zucchero e della grappa, mescolando di tanto in tanto, otterrete, dopo filtrazione, un ottimo liquore.”

Mentre Osvaldo parlava ci eravamo già rimessi in cammino. Attraversammo un bosco di larici ed abeti bianchi e, senza neppure rendercene conto, sbucammo in Rima giusto in tempo per prenderci le prime gocce freddissime di uno stupendo acquazzone.

 

 

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