Questo articolo è stato pubblicato il 13 giugno 2013 nel sito sinistrainrete.

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Comunità

 Egoismo o stupidità?

Davvero pensate che chi pulisce gli interni della propria casa fino allo splendore asettico dell’ospedale per poi, incurante, buttare dalla finestra tutti gli scarti che produce finendone sommerso o chi, fregandosene altamente di ciò che gli succede attorno – la devastazione del territorio, l’immiserimento delle condizioni di vita, la cosalizzazione dei rapporti umani – possa definirsi egoista o individualista?

A mio parere è solo e semplicemente un cretino. E il fatto innegabile che sia in numerosa compagnia, non può modificare né ammorbidire in alcun modo il giudizio testé espresso.

Certo, il cretino ha molte attenuanti a cui aggrapparsi.

Innanzitutto la possibilità di autodefinirsi egoista o individualista e non cretino gli è offerta da eminenti ideologi e non è cosa da poco conto.

 Sembra assodato, infatti, che le prime due caratterizzazioni siano naturalmente insite nell’animo umano, mentre la seconda, al pari dei suoi sinonimi stupido ed imbecille, è ritenuta appannaggio di pochi o di molti ma sempre e comunque dell’altro.

Ad esempio «negli orientamenti della psicologia dinamica moderna si riconoscono due sistemi motivazionali fondamentali. Uno è il sistema affermativo (o autoaffermativo), detto anche affermativo-esplorativo, che cerca il proprio interesse, stacca sé come soggetto dagli altri, è autorivendicativo e quindi, per così dire, non consonante, e può condurre alla competizione. L’altro sistema motivazionale, opposto, è quello cooperativo, che comprende la disponibilità a stare insieme, a fare insieme, e a chiedere e dare aiuto.” [1]

Ma i sistemi motivazionali fondamentali ce li siamo inventati a descrivere ciò che abbiamo voluto o saputo vedere. Non a caso Mario Alcaro, commentando il libro di Jervis appena citato, nota che la preoccupazione dell’autore è di impegnarsi “a confutare l’anti-individualismo progressista e di sinistra che ha dominato la scena delle ricerche psicologiche fino agli anni settanta del secolo scorso”. E che, invece, non ha “mostrato un analogo impegno critico e confutativo nei confronti di autori, che pure egli cita, come Karl Popper, Ludwing von Mises, Friedrich von Hayek, i quali sostengono che ‘contano solo gli individui’ e che per comprendere ‘come si comportano le collettività’ occorre occuparsi unicamente delle motivazioni dei singoli individui.” [2]

Quali motivazioni razionali possono giustificare convinzioni quali quelle dei tre eminenti studiosi appena citati? E quella dei loro epigoni secondo cui l’individuo è tutto e la società niente? Lasciando perdere Margaret Thatcher e Ronald Regan, i quali poco avevano a che fare con la teoria e molto con i particolarissimi e meschini interessi dei loro finanziatori e sostenitori, sappiamo che dietro queste teoriche robinsonate, fin dai tempi dei padri fondatori, c’è poco più del nulla.

La visione antropologica negativa del padre della scienza politica moderna Thomas Hobbes – homo hominini lupus – non ha nessuna rilevanza scientifica essendo stata costruita con il solo scopo di ingenerare l’accettazione di un leviatano – lo Stato – a cui delegare il monopolio della forza. E anche Lutero, rendendo incolmabile la distanza fra trascendenza ed immanenza, elabora una concezione tragicamente pessimistica con l’identico fine.

“Di natura egoistica, gli individui umani agiscono per i propri singolari interessi e si pongono in conflitto ed in competizione gli uni con gli altri. … Immerso in questo ‘orizzonte disperatamente negativo’ Lutero non può fare a meno di assegnare al sovrano un compito unicamente coercitivo e autoritario.” [3]

In generale “possiamo dire che la rivalutazione del male come elemento centrale dell’esistenza e della natura dell’uomo (come parte ‘umana’ dell’uomo) è componente essenziale nella genesi del paradigma politico moderno”([4]) e che, proprio su questa base, si forma ideologicamente il suddito, vera causa della morte di ogni politica e del concomitante, continuo prosperare di liberisti e neoliberisti che, ammantati di nero, di azzurro, di rosso o più sobriamente in loden, continuano a governarci.

Se però, confutiamo la dominante percezione negativa che l’uomo ha di se stesso mostrandone gli effetti devastanti in campo politico, non per questo rivalutiamo quelle visioni ottimistiche – alla J.J.Rousseau, per intenderci – che concepiscono la natura umana come fondamentalmente buona allo scopo di conseguirne poi un ordine democratico che lascerebbe miracolosamente concretizzarsi quella pura astrazione che è la volontà generale a cui, singoli individui e singole comunità, dovrebbero poi immancabilmente sottostare come di fronte ad un nuovo onnipotente dio.

Il problema è che noi umani non siamo, per natura, né buoni né malvagi. E l’egoismo e l’individualismo non sono motivazioni cattive da accettarsi come naturali e da mitigare con altruismo e cooperatività. Lo sono solo quando si confonde l’uomo reale con l’isolata monade di Leibniz.

Per quale motivo l’amore di sé e il proprio desiderio di vita, dovrebbero collidere con l’amore per l’altro e la coesistenza solidale? Chi mai ha stabilito che la comunità debba segnare la morte dell’individuo? Che la differenza debba essere omologata ad unità? Che l’altruismo debba essere realizzato a discapito di sé? Che occorra sacrificarsi fino alla morte per il bene degli altri?

Certo è che la sinistra ha finora contribuito molto a confondere le acque. Attraverso la sua bicentenaria esperienza sono purtroppo passati parecchi mistici e il centralismo democratico ha fatto e continua a fare molto male. Ma perché, a destra e a sinistra, si persiste nel considerare l’uomo quel che è nei propri desideri, quel che serve ai propri scopi, rifiutando nel contempo quel che è realmente?

Se si partisse da noi stessi, dall’individuo che siamo, dalla nostra voglia di essere e di esserci e dalla nostra reale esistenza, potremmo capire facilmente che siamo il frutto di molteplici relazioni, a partire da quelle che instauriamo fin dalla nascita con i nostri genitori. E che al di là delle relazioni che ci fanno di questo mondo, a volerle cioè ignorare, perdiamo in carne, ossa e sangue, diveniamo pure astrazioni.

I lupi sono mammiferi intelligenti e sensibili capaci di cooperare fra loro nonostante Hobbes, e l’evoluzionismo darwiniano non sostiene che a sopravvivere sia l’individuo più forte ma gli individui e i gruppi che sanno cooperare. Ma le distorsioni della realtà servono a confondere le menti e ad ingenerare quel senso di impotenza su cui si regge la distinzione governati/governanti. Lo sfornare teorie capaci di convincere  che la natura umana è buona e/o malvagia, è egoista e/o altruista è consono al potere: così lo Stato e le sue leggi potranno assumersi il compito di insegnare – o costringere – a scegliere il centro, ad essere un po’ l’uno e un po’ l’altro, né carne, né pesce.

L’egoismo è di colui che si preoccupa del proprio bene e del proprio interesse e l’individualismo è l’affermazione dei propri diritti, mai calpestabili da nessuno, tanto meno dal gruppo d’appartenenza.

Ma noi siamo stati abituati a ragionare manicheisticamente, a forza di dicotomie, di bene e di male, di inferni e paradisi, e allora ecco che l’egoista, pensando a sé stesso, diventa automaticamente incompatibile con il bene comune. Ecco che chi sostiene i propri diritti e la propria autonomia diventa incompatibile con la comunità fino ad essere percepito come criminale. Già il grande individualista, e proprio per questo poco e mal studiato David Henry Thoreau, ci consigliava di non “diventare sovrintendenti dei poveri, ma piuttosto di diventare uomini migliori sulla terra” perché “può esser che colui che impiega maggior tempo e denaro per i bisognosi stia aumentando, con il suo modo di vivere, quella miseria che invano si sforza di alleviare”. [5]

Perché, a ben vedere, una persona che tiene al proprio bene individuale non dovrebbe isolarsi ma prima di tutto riconoscere i legami che naturalmente ha con gli altri e da cui non potrebbe prescindere e poi rafforzarli. E’ l’unica cosa che avrebbe convenienza di fare. Che serve alla sua vita. Al suo bene.

Non dovrebbe inquinare il mondo perché sa che deve mangiarlo, berlo, respirarlo. Una persona che ha come massimo principio il proprio bene individuale, dovrebbe rispettare gli altri perché sa che solo il rispetto è ricambiato con il rispetto. Dovrebbe donare agli altri perché sa che il dono è sempre ricambiato. Dovrebbe diminuire al minimo la propria impronta ecologica perché sa che lui continuerà a vivere nei suoi figli e costoro vivranno solo se avranno un mondo in cui vivere.

La comunità è proprio questo: è il modo di concepire la relazione necessaria alla vita che ci lega agli altri uomini e alla natura intera (vegetale ed animale). E’ la possibilità di sfuggire all’esigenza del possesso per entrare in una dimensione relazionale fatta di scambio e rispetto reciproco che comprenda esseri umani e natura tutta. [6]  Finora c’è stato un fraintendimento che ha consentito al pensiero politico conservatore di appropriarsi del concetto di comunità costruendoci sopra mitici ritorni al passato. Si è potuto, in questa logica, considerare la politica come l’arte del possibile. Che è un modo di dire che ogni cosa, ogni decisione, si deve adattare alle circostanze.

In realtà la politica è l’arte e, insieme, la scienza dello stare assieme. E lo stare assieme non è mai compatibile con il possesso.

La comunità che risulta da questo chiarimento di senso non può essere data da ciò che si possiede in comune. E nemmeno può corrispondere al possesso di ciò che viene considerata cosa pubblica. Non è mai un possedere una cosa, né un bene.

Un terreno, un campanile, una tradizione, una lingua, una religione sono cose che abbiamo sempre posseduto e nonostante ciò abbiamo perso la comunità, per il semplice motivo che di per sé non potevano, tutte queste cose, costituire nessuna comunità. Non potevano perché il possesso – qualsiasi possesso – esclude l’altro, non solo e semplicemente un altro che aspira a possedere contro o insieme a te, ma esclude ciò che si possiede o, per dirla in altro modo, rende ciò che si possiede – uomo, animale o natura – una cosa di cui si è signori e a cui nulla si deve.

E’ ormai diventata un’ovvietà sostenere che nel mondo in cui viviamo non c’è comunità, essendosi illusoriamente allentato il legame che ci tiene stretti l’un l’altro, essendosi diffuso a dismisura egoismo e individualismo.

In realtà si è andata diffondendo solo la stupidità che è il modo ideologico del ragionare. E’ la stupidità che ci impedisce di non vedere come la grande e normalissima esigenza di indipendenza individuale e di autonomia del singolo è in contraddizione con le relazioni cosalizzate che abbiamo l’un l’altro e insieme con la natura, solo in questo impianto societario che non è l’unico possibile.

Già il Moro di Treviri diceva che “l’epoca che genera questo modo di vedere, il modo di vedere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (…) finora più sviluppati” [7]

Per tentare di capire il perché la società che ha sviluppato la più fitta rete relazionale è anche quella in cui l’individuo non sa scorgere la vera natura del suo legame con l’altro; in cui può illudersi di poter fare a meno dell’altro e persino di scongiungersi con la natura  tenendola fuori di sé, come altro da sé, occorre a mio parere e come fece Karl Marx, partire dalla produzione materiale che è il modo con cui storicamente ci relazioniamo con la natura e, insieme, gli uni con gli altri.

“Il punto di partenza è costituito naturalmente dagli individui che producono in società – e perciò dalla produzione socialmente determinata degli individui.” [8]

Il modo determinato con cui l’uomo produce in questa nostra società è il modo del lavoro salariato che è stato assunto in cielo e santificato come il modo del lavoro. In realtà non è l’unico modo, essendoci stato in passato e più o meno marginalmente ancora oggi, anche il lavoro dello schiavo o quello servile. O, in positivo, quello dell’artista e del creativo.

Ma è il lavoro salariato, ancora oggi e almeno in generale, a produrre il nostro oggetto – ciò che consumiamo per vivere – e insieme il soggetto – la relazione che ci costituisce in quanto soggetti. Capire questo significa scorgere il vero cappio che abbiamo attorno al collo. Significa ingenerare il sospetto che occorra non solo liberare il lavoro ma anche e finalmente liberarsi dal lavoro non necessario.

 Giuseppe Laino

Ferno,  6 maggio 2012

                                                                                     


[1] G. JervisIndividualismo e cooperazione, Roma-Bari, Laterza, 2002 – p. 162.

[2] Mario AlcaroIdentità individuali e identità collettiva. Per una “democrazia possibile.    In Criticamarxista, 2003

[3] Mario Alcaro, ibidem

[4] Marco Revelli,  La politica perduta – Einaudi, 2003 –  pag. 25

[5] D.H. Thoreau, Walden  Ovvero vita nei boschi. Bur – 2010 – pag. 137 e 140

[6] Roberto Esposito, Communitas – Origine e destino della comunità – Einaudi 2006

[7] Karl Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica – La Nuova Italia, 1968 – pag. 5

[8] Ibidem, pag. 3

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