Un archivio della memoria

 La storia è sempre stata fatta dalle moltitudini ma sono stati poi gli storici mantenuti dai potenti a scriverla e a raccontarla. Così è divenuta “prima di tutto opera di giustificazione dei progressi della fede o della ragione, del potere monarchico o del potere borghese: (…) è stata a lungo scritta dal punto di vista del “centro”. [per essa] sembrano contare soltanto le funzioni svolte dalle èlites del potere, del denaro, della cultura. La storia dei popoli era riassorbita nella storia dinastica, e la storia religiosa in quella della chiesa e del clero. … dal centro si irradiava la verità.” [1]

Da quando queste parole sono state scritte (1979), molte cose sono radicalmente cambiate, anche a partire dai grandi processi innovativi iniziati in Francia qualche decennio prima. Alla tradizionale storia politica si sono così affiancate storie economiche e sociali, storie delle lunghe durate e delle evoluzioni globali, delle mentalità e delle culture materiali, delle strutture e dell’immaginario, dell’immediato e dei marginali. Divenendo l’interdisciplinarietà necessaria a dissipare la complessità dell’oggetto indagato, sono anche apparsi libri sulla storia del clima, dell’energia, del cibo, della fame, degli odori, dell’occhio, del sesso, delle donne, del lavoro. E, ancora, storie notturne, delle città, del rapporto uomo/parassiti e storie di tutte le varie discipline che con la storia non avevano mai avuto nulla in comune, dalla matematica alla biologia e alla fisica.

Questo processo, pur sembrando disintegrare la visione d’insieme tipica del grande storico del passato, ha arricchito il linguaggio dei giovani storici e insieme ci ha grandemente affascinato.

La proliferazione delle differenze e dei molteplici punti di vista con cui e attraverso cui si indaga l’accadimento, è risultata necessaria a svelare le innumerevoli e stratificate relazioni che legano il determinato fatto alle moltitudini che lo hanno prodotto. Parlare di uomini che producono o determinano accadimenti significa poi svelare i legami profondi e vitali che li uniscono fra loro e che sempre travalicano il tempo ristretto della contingenza. Significa inoltre, ricordare che l’uomo è sempre immerso in una natura da cui rimane strettamente dipendente nonostante la sua velleitaria prosopopea.

Il fatto è che il lavoro dello storico è molto più complesso che in passato. E’ che, nel suo tentativo di ricostruzione virtuale di ciò che realmente è accaduto, ha bisogno di sempre nuovi strumenti.

Conscio di ciò non mi improvviserò storico nel consigliare agli amici di Via Gaggio la creazione di un centro di storia orale.

Vorrei, tralasciando in questa sede l’importanza che un archivio della memoria sito in Lonate Pozzolo potrebbe assumere per uno storico di professione, limitarmi a rilevarne il valore per una comunità che ha da costituirsi se vuole salvarsi.

Una memoria conservata e ritrovata – una memoria che non scompare con la morte dell’individuo – non dovrebbe farci vaneggiare, come troppo spesso accade, di mondi passati e migliori da rimpiangere e riproporre con il loro seguito di grandi valori presunti e purtroppo dimenticati (il più delle volte semplicemente immaginati).

Per liberarci dalle idealizzazioni della storia di chi, fantasticando, scorge nel passato il nostro migliore futuro, occorre anche far parlare direttamente chi la storia l’ha fatta in prima persona. E poi occorre imparare ad ascoltare con attenzione. Avremo così modo di immetterci consapevolmente nel processo storico che i nostri vecchi hanno, e noi stessi in parte abbiamo, percorso e costituito. Di sicuro con poca consapevolezza; molto spesso accettando, nonostante tutto, soprusi ed ingiustizie; il più delle volte mostrando apatia e indifferenza; sempre e comunque, con una nostra assoluta e immediata responsabilità.

Far parlare gli uomini dei nostri paesi e fare un archivio delle loro parole e dei loro volti, avvicinerebbe alla storia chi direttamente l’ha costruita giorno dopo giorno, atto dopo atto, con sacrifici, tenacia e sudori. Gli uomini in carne ed ossa che i vari poteri succedutesi nella storia hanno concordemente e da sempre annullato e costretti alla marginalità, acquisirebbero coscienza del loro fare la storia. E gli atti quotidiani che milioni di comuni individui compiono ogni giorno vedrebbero finalmente riconosciuta  la loro grande rilevanza nel costituirsi di ogni civiltà.

Le persone disposte a lasciare traccia di sé in un archivio, raccontandoci il modo della loro vita, comunicheranno gli sforzi fatti per migliorarla e i loro sogni. E noi, i nostri figli e i nostri nipoti, a distanza di anni e di decenni, potremmo da una giusta prospettiva, scorgere il sentiero su cui ci hanno indirizzati e costretti, e valutare se è il caso di proseguirlo, se è l’unico possibile, se è il momento di iniziare a tracciarne altri.

Ma un archivio della memoria non è solo un fatto di grande rilevanza teorica e nemmeno qualcosa di moralmente corretto nei confronti di progenitori considerati ingiustamente ultimi, marginali, e quindi da dimenticare in fretta.

Servirà ad accrescere consapevolezza in chi lo progetterà e gestirà.

Realizzare un archivio della memoria servirà al costituirsi di un gruppo che avrà da lavorare su un progetto utile a tutti  e, anche se questa utilità emergerà dirompente solo dopo qualche tempo, il lavoro comune – non salariato e non costretto – stringerà legami e svilupperà competenze.

Un archivio della memoria amplierà gli interessi di chi già oggi è unito nella lotta in difesa di via Gaggio. Farà crescere il loro numero.

Questi volenterosi lonatesi hanno già le competenze necessarie a far partire il progetto. Hanno una sede. E la fortuna di partire dal grande e vivente museo di via Gaggio. Lonate Pozzolo potrebbe divenire l’esempio per tutti i comuni limitrofi.

Lavorare alla realizzazione di un museo della memoria farà capire che dei singoli individui, neppure nel caso siano moltissimi, non possono difendere un territorio dagli assalti potenti di speculatori e malfattori di ogni risma, se i loro metodi di lotta, seppur eclatanti, sono quelli del tipico gruppo di pressione.

Un territorio è realmente protetto solo quando gli uomini che vi vivono sono capaci di inventare nuovi rapporti fra di loro, assai diversi da quelli che oggi il mercato impone. E’ protetto quando si capirà che è l’abitudinarietà della maggior parte delle piccole scelte quotidiane a fondare il mondo in cui viviamo e che, quindi, esso è debole e fragile e, a volerlo, non è poi così difficile cambiarlo.

Perché non iniziare con il farci raccontare dai nostri vecchi com’era la vita cinquanta o sessanta anni fa? Nonostante l’imbecillità dilagante forse  qualcuno, scorgendo altre realtà, altri ritmi, altri legami e altri valori, riuscirà ancora a percepire che un altro mondo, migliore del nostro e di quelli passati, è realmente possibile. Ma anche se questo non dovesse accadere, potremmo comunque riporre le nostre speranze nei nostri figli e nipoti, se almeno si riuscisse a dar loro l’opportunità di incontrarsi con i volti e le storie dei nostri comuni avi.

Giuseppe Laino

Ferno,  11 aprile 2012

 

Ringrazio il giornalista Tiziano Scolari che, dopo aver letto la mia proposta pubblicata dagli amici di Viva via Gaggio in http://vivaviagaggio.wordpress.com/2012/04/11/ce-posta-per noi/, ha immediatamente prodotto il seguente articolo per La Provincia.

 

 

Un archivio della memoria per fare tesoro del passato

di Tiziano Scolari  -  La Provincia – 12 aprile 2012

Lonate Pozzolo – “Chi non conosce il passato è destinato a ripeterne gli errori”. Una frase scritta e pronunciata da molti. Ma chi può essere autorizzato a scrivere la storia, per tramandarla ai posteri? Pochi scrittori o una moltitudine di semplici cittadini che, la storia, l’hanno concretamente vissuta giorno per giorno? Giuseppe Laino, scrittore, professore e amico di Viva via Gaggio propende per la seconda opzione e forte di questa convinzione ha avanzato una proposta ai componenti dell’associazione ambientalista: creare a Lonate Pozzolo un archivio della memoria.

“Far parlare gli uomini dei nostri paesi e fare un archivio delle loro parole e dei loro volti – scrive Laino -, avvicinerebbe alla storia chi direttamente l’ha costruita giorno dopo giorno, con sacrifici, tenacia e sudori”. Un vero e proprio centro di storia orale, perché “una memoria che non scompare con la morte dell’individuo non dovrebbe farci vaneggiare di mondi passati e migliori da rimpiangere” mondi spesso semplicemente immaginati. Un lavoro impegnativo che comporta la necessità di imparare ad ascoltare con attenzione gli altri. “Un modo di immetterci nel processo storico che i nostri vecchi hanno percorso e costituito, di sicuro con poca consapevolezza, molto spesso accettando soprusi ed ingiustizie. Sempre e comunque con una nostra assoluta e immediata responsabilità”.

Proprio a Lonate Pozzolo da tempo si sta lavorando per realizzare l’ecomuseo del Gaggio. Lo statuto della nuova realtà dovrebbe essere sottoscritto a breve. Un museo della memoria potrebbe essere un tassello importante di questa nuova realtà. Un archivio della memoria che poi, secondo Laino, avrebbe anche una serie di interessanti effetti collaterali. Spingerebbe le persone che lavoreranno al progetto a stringere rapporti, facendo capire ai singoli che, da soli, non si può difendere il proprio territorio. “Un territorio è realmente protetto solo quando gli uomini che ci vivono sono capaci di inventare nuovi rapporti fra loro, assai diversi da quelli che oggi il mercato impone.”

Ecco allora che ascoltare dalla bocca dei nostri nonni come si viveva solo 50 o 60 anni fa potrebbe essere un modo per cominciare una piccola rivoluzione. “Forse qualcuno, scorgendo altre realtà, altri ritmi, altri legami e altri valori, riuscirà ancora a percepire che un altro mondo, migliore del nostro e di quelli passati, è realmente possibile.” Ma anche se questo non dovesse accadere “potremmo comunque riporre le nostre speranze nei nostri figli e nipoti, se almeno si riuscisse a dar loro l’opportunità di incontrarsi con i volti e le storie dei nostri comini avi.”


[1] Jean-Claude Schmitt – La storia dei marginali

In (a cura di) Jacques Le Goff – La nuova storia – Mondadori, 1980 – pag. 259

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