Camminando per via Gaggio

Camminando per via Gaggio fra le moltissime persone che ieri vi hanno trascorso il pomeriggio, ho appreso che i boschi, in gran parte demaniali, non possono essere puliti e tenuti in ordine. Non ho ben capito su quali impedimenti giuridici regge questa usanza ma ho dovuto troncare la discussione perché ho scoperto l’esistenza di scuole di pensiero – diffuse anche fra i miei interlocutori – che la giustificano: i boschi vanno lasciati alla natura, mi dicono, e i rami o le piante secche disseminate sul terreno debbono marcire affinché si ricrei il necessario humus. Anche il sovraffollamento con reciproco soffocamento di giovani piantine deve essere risolto da una naturale selezione.

Io la penso diversamente. Penso che simili tesi rappresentino una visione romantica del problema. E che, in pratica, siano giustificazioni ulteriori alla purtroppo già molto diffusa pratica di recintare beni comuni.

Intanto bisognerebbe chiarirci che ciò che chiamiamo natura, in realtà è il risultato della lunga contaminazione con l’uomo. Non vi è nulla, sull’intero globo, che non sia antropizzato e ciò non è di per sé sinonimo di distruzione. E’ vero, d’altro canto, che vi sono aree particolarissime i cui habitat sono possibili grazie ai delicati microclimi che vi si instaurano e che per essere preservate vanno chiuse alla presenza umana. Ma sono pochissime e comunque questo non è il caso di via Gaggio.

Via Gaggio, come ogni altro luogo simile, ha bisogno di tornare a vivere. Ma anche le comunità locali hanno bisogno di tornare a vivere. Normalmente si ottengono ambedue i risultati quando si educa il cittadino al bene comune. Una comunità ha coscienza di sé solo se si stringe attorno a ciò che di vitale gli appartiene: l’aria, l’acqua, la terra. Il ripristino di antiche usanze quali la fruizione comune di ciò che il bosco può dare, potrebbe ricreare vincoli e relazioni altre, rispetto le esistenti.

Non so bene come e nemmeno se, nel nostro caso, sia possibile.

(La proprietà è ancora demaniale o è già passata a Sea? Quali sono le normative giuridiche? E quale ruolo potrebbe svolgere un’amministrazione locale sensibile al problema?)

Un sistema semplice potrebbe essere quello dell’adozione – o dell’affido, o in ultima istanza dell’occupazione – di appezzamenti di bosco a famiglie disponibili. L’autorizzazione concessa a queste famiglie dovrebbe non riguardare il taglio di alberi ma l’eliminazione di vecchi ceppi e della legna a terra, rami e alberi sradicati dalle intemperie. Il bosco si manterrebbe pulito, le piante crescerebbero meglio, le famiglie ricaverebbero un bene – legna da ardere – e sicuramente i legami tra le persone e tra persone e territorio migliorerebbero. Tra l’altro diminuirebbero – con qualche prezioso vantaggio ambientale – anche i camion che trasportano legna da ardere dalla Francia o da altri lontani luoghi, ai nostri rivenditori.

Coloro che si impegnano per difendere un territorio a volte dimenticano che la loro battaglia è difficile, e molte volte persa già in partenza, proprio perché le comunità sono state uccise da stili di vita e da pratiche oggi dominanti. Una critica radicale di queste usanze accompagnata da proposte alternative e fattibili, gioverebbe alla nascita di una nuova e consapevole comunità e a quel punto anche l’ambiente non avrebbe più bisogno di difensori.

Giuseppe Laino

Ferno, 14 novembre 2011

 

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