Il fallimento dei movimenti

L’indignazione smuove gli animi sensibili. I giovani di spirito. I poeti.

Chi, per sua fortuna, conserva un cuore colmo di sogni e di speranze.

Smuove chi ancora riesce a commuoversi.

Chi riesce a sentire i patimenti. E l’urlo straziante di chi soffre che, da ogni remoto angolo del globo, si eleva verso il cielo.

Produce insofferenza, l’indignazione. E fa sentire fuori posto in un’epoca e in un mondo in cui il privilegio e l’arroganza di pochi decidono il destino di molti.

E’ il motore primo che spinge verso la piazza perché non si è uomini e non si è donne a lasciare le cose come sono.

(Con che occhi guarderemo i nostri figli se l’indifferenza prevarrà? Cosa diremo loro?)

Combatte il potere e i potenti, l’indignazione, e non accetta consigli da loro, comunque vengano camuffati. Non è ragionevole e porta lontano, fino a sfidare il “buonsenso” violento dell’uomo qualunque e il terrorismo di chi è pagato per fare il servo e se ne vanta.

Fra gli indignati c’è chi marcia e chi occupa spazi ma anche chi si lascia morire di fame e di sete. C’è chi si dà fuoco.

L’indignazione è dei singoli e dilaga nelle periferie ma tocca il cuore anche di qualche anziano e tormentato saggio che vive tra quelli che hanno potere.

La sua battaglia è contro i tiranni, contro le guerre, contro la fame e le ingiustizie, contro ogni centro e ogni falsa democrazia.

E’ un’arma potente, capace di mettere il mondo in subbuglio.

E’ il primo grande moto dell’anima che ci riporta in vita ma, sia chiaro, non basta a mantenerci in vita.

L’indignazione ha la presunzione di potersi generalizzare ma le grandi masse non si indignano: sono troppo prese a sopravvivere.

I miseri – che sono i più – difendono la loro vita e il poco che hanno, con denti ed unghie e sangue. E cadono spesso in guerre fratricide.

Le grandi masse non scendono quasi mai in piazza. Quando lo fanno l’indignazione cede spazio alla rabbia e la rabbia alla violenza. E dalla violenza non nasce mai nulla di buono. Al massimo qualche compromesso in cui si intrufola sempre lo stesso identico passato.

L’indignazione, di per sé, non basta.

Ha bisogno di altro per riuscire a produrre il nuovo.

Non certamente di partiti, né della vecchia polverosa politica.

Ha invece bisogno di nuove relazioni su cui fondare una nuova polis.

Questo sembrano averlo capito i molti che negli ultimi decenni, onda dopo onda, hanno invaso le strade del mondo.

Ma perché, allora, si è sempre daccapo? Fino a che punto dovrà, la nuova onda, essere più forte della precedente? In che modo potrà far prevalere le proprie ragioni? (Mentre facciamo queste domande inizia fra il popolo degli indignati a serpeggiare un po’ di sfiducia.)

Forse occorrerà aspettare la prossima onda o la prossima generazione.

O forse varrebbe la pena aprirsi a nuove strade, farsi nuove domande: ci serve qualcosa di duraturo, qualcosa che si imponga come naturale e muti davvero l’esistente.

Forse la relazione nuova di fratellanza e solidarietà, quella che si nutre di compassione e che percepisce l’io solo in quanto parte di un tutto, non è cosa da dopo-lavoro e da perseguire a tempo perso, in circoli ricreativi. E nemmeno solo sulle strade o nelle piazze attendati.

Non è cosa che possa lasciare immutati i modi con cui ogni bene – la vita stessa – diviene merce.

E’ invece cosa che riguarda il lavoro, il modo storicamente determinato con cui gli uomini entrano in rapporto fra loro e insieme con la natura.

E’ il modo del nostro produrre che ha creato e crea ogni giorno il nostro mondo fatto di frettolose e mercificate relazioni. E’ il modo dei nostri consumi che continua imperterrito a creare abitudini dure a sradicarsi.

Proviamo a ripensare come produciamo, quello che produciamo, quanto produciamo. Forse capiremo meglio l’esistente. Sarebbe il prerequisito per individuare nuove vie.

Il nuovo, diverso e molto desiderato modo d’esserci nascerà insieme ai beni che sceglieremo di produrre con modalità diverse dalle attuali, con altri scopi, e già a partire da oggi. Non potrà mai nascere nel limbo delle buone intenzioni, in un bel salotto, in accanite e appassionanti discussioni.

Riguarderà un fare più che un dire.

Ad essere davvero indignati, occorrerà ripensare il proprio stile di vita. E scoprire il valore delle piccole cose quotidiane, quelle che ricreano un mondo sempre uguale o lo cambiano. Quelle che a ripeterle identiche ogni giorno da secoli ci fanno sentire impotenti. Quelle che a modificarle, magari un poco alla volta, magari partendo dalle più facili da attuare, ci ripagano colmandoci di senso.

Basterebbe smettere di mangiare carne o pesce, cosa che ha sicuramente molto a che fare con il degrado ambientale, con l’inquinamento, con lo spreco di risorse immense, di terre, di acqua, con il diffondersi di malattie e la perdita di biodiversità.

Basterebbe smettere di acquistare nei mega supermercati, nelle città mercato, presso le multinazionali delle vendite a basso prezzo che sono causa dell’impoverimento dei piccoli produttori locali, della loro perdita di autonomia e libertà, della dequalificazione e dello sfruttamento di molti lavoratori, dello spreco di una quantità immensa di beni invenduti.

Basterebbe fondare Gruppi di Acquisto Solidali in ogni paese e rione. Si consumerebbero prodotti migliori, si incentiverebbe un’economia locale controllata dal consumatore. Se ne gioverebbe la democrazia e si eviterebbero sprechi, lunghi trasporti, utilizzo di conservanti.

Basterebbe bere acqua dal rubinetto, comperare prodotti sfusi per eliminare le inutili confezioni, riciclare l’usato, riparare ciò che si guasta e utilizzare, per spostarsi, gambe o biciclette.

Ma attenzione!

Queste piccole cose fattibili da ognuno, se realizzate da molti, farebbero abbassare inevitabilmente il Pil.

A lungo andare diminuirebbero l’occupazione e i tempi del lavoro.

Regalandoci molto tempo ci costringerebbero a cambiare radicalmente.

Liberandoci dal lavoro impareremo a gustare la libertà e a non essere ricattati dalla necessità – dal padrone, dallo Stato, dal potere. E ci sarà data l’opportunità di apprendere cosa significa  essere ricchi e cosa è davvero il progresso.

Appaiono sogni lontani, queste ultime affermazioni?

Forse, ma sono il risultato di una sintesi che mette insieme, valorizzandole, esperienze diverse. E che non percepisce la generalizzazione di nessuna esperienza individuale come via maestra per il cambiamento. Che non pensa ad aumenti della produzione e delle ore lavorative come chiave del progresso. Che non discute di innovazioni di prodotto perché non vuole aumentare gli scarti in circolazione. Che non si spaventa di un consapevole riallineamento a quelli che sono i ritmi della natura e del conseguente rallentamento dei nostri assurdi, spasmodici ed esiziali ritmi. Che riconosce i nostri naturali limiti.

Una sintesi così ha bisogno di ritrovarsi in una teoria capace di mettere insieme pratiche diverse e già assai diffuse.

Forse è la mancanza di questa teoria che spiega l’infruttuoso eterno ritorno dei movimenti anti-sistema. E che spiega il fallimento di tutta l’attuale sinistra.

Giuseppe Laino

Ferno, 13 novembre 2011

 

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