Storia di una malattia

 

 6 – Assunzione di farmaci

 

Siamo stati educati al sacrificio con l’etica che appartiene alle formiche. Stringiamo i denti e ci diamo da fare come matti per l’intera vita, onde poter star bene il giorno dopo. Poi si scopre, per strada e all’improvviso, di non avere più nessun domani a disposizione e che la vita –tutta la vita- si è esaurita in quel che si è già vissuto: in un fare perpetuo colmo di lavoro e doveri a cui ci si è piegati con la massima dedizione.

A questo punto è tardi per ripensamenti e pentimenti. Il tempo – tutto il tempo- è ormai finito. Pensare troppo al domani ci ha costretti a vivere male oggi.

Il mio rapporto con i farmaci rientra tutto in questa logica.

Quando ultimamente dei fortissimi dolori mi hanno annunciato un cancro, piuttosto che prendere antidolorifici da aggiungere ai farmaci che ero già costretto ad assumere, ho preferito tenermi il dolore. Mi colpiva dal coccige allo scroto e a volte era atroce e non lo reggevo in nessuna posizione. Solo in alcuni di quei momenti mandavo giù una pasticca a concedermi un respiro di sollievo.

L’oncologo a cui avevo descritto il problema mi prescrisse dei cerotti che rilasciano morfina e alla mia riluttanza mi chiese se volevo vivere bene quei giorni.

“Mi piacerebbe ma non vorrei abituarmi alla morfina. Ho paura di doverne poi aumentare le dosi fino a quando non farà più effetto. Sono terrorizzato, più che dalla morte, dalla sofferenza che a quel punto sarei costretto a sopportare e allora penso che, magari, iniziare fra sei mesi mi sarebbe più utile.”

Il medico mi disse che preoccuparsi di quel che sarebbe accaduto nei prossimi mesi e nelle mie condizioni era semplicemente assurdo. Non me lo disse esplicitamente ma il senso del suo discorso era chiaro: fra sei mesi le probabilità che fossi morto erano molto elevate. La vera e unica domanda a cui dovevo rispondere in quel momento era come volevo passare quei giorni.

Aveva ragione. In due mesi la morfina mi liberò dalla sofferenza. Nel frattempo la chemioterapia diede i suoi primi effetti e il dolore sparì.

Per qualche tempo ho vissuto bene, giorno per giorno, senza grandi dolori e senza morfina.

    

  

7 – Due nuove conoscenze

  

Nei primi due mesi di cura, di cui una ventina di giorni passati in ospedale, persi sei chili. A preoccuparmi maggiormente era l’inappetenza totale e la stanchezza fisica e interiore che mi costringeva a letto senza alcuna voglia. Mi decisi a prendere un forte antiossidante e ricostituente naturale: un estratto essiccato di papaya. E ripresi il magnesio (pastiglie di cloruro di magnesio) che avevo già apprezzato in passato. Nel giro di una decina di giorni mi ripresi. Mi tornò l’appetito. Ricominciai a leggere e a scrivere. Continuai a documentarmi sulla mia malattia.

La dottoressa Catherine Kousmine (1904/1992), onde prevenire e curare le malattie della nostra epoca, diede grande rilievo all’alimentazione a cui aggiunse l’uso di integratori alimentari e una particolare attenzione all’igiene intestinale. Supponeva che tra le cause maggiori di malattia vi fossero lo sconvolgimento del delicato equilibrio acido/base su cui regge il benessere del corpo e, insieme, l’indebolimento delle difese immunitarie. (vedi http://www.kousmine.net/).

Essendo giunto alle stesse conclusioni per altre strade, chiesi molto incuriosito un incontro con la dottoressa Elena Consolaro medico Kousmine, operante in Varese e a Jerago con Orago, un paesino vicino a Ferno ove io risiedo.

La dottoressa Consolaro è giovane e possiede notevoli competenze. Ha frequentato un corso di perfezionamento in “Nutrizione e benessere”; ha conseguito un Master in “Nutrizione clinica e Dietetica”. Ha collaborato con il Progetto Diana 5, uno studio di prevenzione del tumore al seno attraverso l’alimentazione e lo stile di vita, coordinato dal dottor Franco Berrino, Direttore del Dipartimento Medicina Preventiva e Predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Collabora con la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) di Varese che ha deciso di accogliere il progetto Diana 5. È medico Kousmine, membro dell’”Associazione Medica Italiana Kousmine (A.M.I.K)” e dell’associazione “Cibo è salute”. Inoltre è consulente dell’Associazione di Laboratorio di Cucina Naturale (http://www.cucinanaturalelab.it/).

Le cuoche dell’Associazione, Manuela Palestra e Maddalena Macchi, sono a disposizione per lezioni di cucina anche individuali, strutturate per diete particolari e per specifici bisogni terapeutici (ad esempio il malato sottoposto a chemioterapia). Ai loro corsi la dottoressa Consolaro collabora apportando tutte le conoscenze mediche necessarie.

Posso dire che le due cuoche sono bravissime avendo avuto modo di gustare alcuni loro piatti quando l’amico Andrea Franzioni mi invitò al Circolo IV Stato di Cardano al Campo di cui è il gestore, per presentare i miei due romanzi. Nelle due serate il dibattito seguì due cene vegane dedicate a me, vegano da più di dieci anni, in cui le cuoche, utilizzando prodotti provenienti dal Gas (Gruppo d’Acquisto Solidale) di Samarate, con semplicissime ricette, deliziarono il palato e meravigliarono le menti dei numerosi partecipanti. (Strepitosi ed acclamati furono i pizzoccheri valtellinesi in versione vegana). Fu proprio grazie agli amici del Circolo – in particolare ringrazio il carissimo Gregorio Perego - che mi avvicinai alla dottoressa Consolaro.

Il 26 di giugno mi visitò e consigliò alcuni prodotti con cui integrare la mia dieta vegana già, a suo parere, ottima. Per colazione mi propose la crema Budwing, poi la papaya fermentata che già prendevo, un integratore ricco di omega tre, delle pastiglie di Curcuma composta, delle pastiglie in tre tipi, contenenti estratti essiccati di frutta, verdura e bacche. Infine una cura a base di fermenti lattici.

La crema Budwing è un vero è proprio pasto, come dovrebbe essere ogni buona colazione. È preparata con 100/150 g di frutta fresca di stagione, il succo di mezzo limone, 25 g di semi di lino tritati al momento, 20 g di semi oleosi (nocciole o mandorle o girasole o zucca o pinoli), 20 g di cereali in semi macinati al momento (solo cereali bio, integrali e senza glutine – riso, miglio, grano saraceno, avena, orzo). Una fonte proteica a scelta. (125 g di yogurt magro, oppure yogurt di soia, o 70 g di tofu sbollentato e sbriciolato, oppure 100 g di ricotta o del rosso d’uovo o anche dei legumi (ad esempio fagioli cannellini o azuki). Dopo aver macinato in un macinacaffè i semi oleosi e il cereale scelto e frullato il resto, si unisce il tutto allo yogurt che non va frullato per non rovinare i fermenti che contiene. Se si desidera una versione più fluida si può aggiungere del latte di riso o di avena.

La versione da me adottata è priva di proteine, se non quelle contenute nei cereali e nel latte di soia che a volte utilizzo al posto di quello di riso o di avena, perché penso occorra diminuire la quantità di proteine ingerite –anche nel caso siano esclusivamente vegetali- sia perché al nostro organismo servono quantità notevolmente più ridotte di quelle generalmente indicate e consigliate, sia perché sono degli acidificanti dell’organismo.

Tra gli altri prodotti consigliati dalla dottoressa, non ritenni di prendere gli omega tre perché contenuti abbondantemente nei semi di lino che iniziai a consumare regolarmente.

Una prima scoperta: avevo sempre preferito l’olio ai semi di lino, nonostante lo sgradevole sapore e le difficoltà nel conservarlo (acidifica facilmente) in quanto questi ultimi contengono, sebbene in piccole tracce, derivati dell’acido cianidrico che tanto bene non fanno. In realtà contengono anche fibre importanti, buone proteine e degli antiossidanti naturali detti lignani che sono potenti antitumorali. Per questi motivi sono preferibili all’olio. (Per evitare gli effetti negativi dei derivati dell’acido cianidrico basta sospendere l’uso dei semi per un mese ogni sei mesi, utilizzando in questo periodo il solo olio.)

Altra scoperta. Ho sempre conosciuto il potere antiossidante della curcuma, prodotto che quindi utilizzo regolarmente. Non sapevo però che le sue potenzialità emergono totalmente solo in presenza di pepe nero. Occorre quindi aggiungere alla curcuma sempre una piccola quantità di pepe nero o, nel caso lo si preferisca, un po’ di curry nella cui composizione è presente pepe.

I fermenti lattici possono essere di vario tipo. Il consiglio datomi dalla dottoressa Consolaro fu una vera e propria cura: prima e per una settimana Enterelle, poi Bifiselle e dopo una settimana Ramnoselle. Infine e per un mese Citogenex.

Le tre pastiglie contenenti estratti essiccati di frutta, verdura e bacche contengono, la prima, mele, arance, ananas, pesche, mirtilli, papaya, ciliege acerola, datteri e prugne. La seconda barbabietole, broccoli, carote, cavolo nero, cavolo cappuccio, spinaci, prezzemolo, aglio e pomodoro. La terza uva americana, mirtillo nano americano, mirtillo nero, more di rovo, bacche di sambuco, lamponi, mirtilli palustri, ribes nero e ribes rosso. Queste pastiglie, integrando quel che normalmente nelle nostre diete manca o è carente, sono una fonte nutritiva importante anche per persone sane.

L’ultimo consiglio della dottoressa Consolaro fu la misurazione del pH delle urine nei momenti della giornata da lei indicati, con una cartina al tornasole a scala ridotta acquistabile in farmacia. Non si dovrebbe mai avere un pH acido. Il valore giusto dovrebbe essere leggermente basico, per l’esattezza  7,3.

Il metodo Kousmine mi sembra interessante. I suoi principi giusti. Il mantenimento di un giusto pH e l’attenzione posta alle difese immunitarie a mio parere sono essenziali. L’utilizzo di cereali crudi, non contenenti glutine e ottenuti al momento dalla macinazione di semi, andrebbe favorita.

Senza pretendere di farne una critica esauriente non essendone in grado, mi limito a due semplici considerazioni tratte dalla mia piccola esperienza.

Non mi convince l’utilizzo di troppi integratori. E non mi piace l’abuso di proteine e, ancor di più, la facoltà di utilizzare anche quelle animali. Naturalmente sono consigliate quelle vegetali, ma anche se ci si limitasse a queste, la dieta Kousmine ne è stracolma. Fagioli e legumi d’ogni genere sono ovunque, a partire dalla famosa colazione Budwing. A mio parere ciò contrasta un poco con la necessità di mantenere il giusto equilibrio nel pH delle cellule che costituiscono il nostro corpo.

 

Rudolf Steiner fu un eclettico austriaco che visse tra il 1861 e il 1925.

Si occupò di pedagogia fondandone una particolare corrente (pedagogia Waldorf) e di medicina. Fu l’ispiratore dell’agricoltura biodinamica. Si occupò di architettura, pittura, sociologia, antropologia e filosofia. Pose le basi dell’euritmia. In realtà non fece che riversare in ogni campo del sapere la sua particolare visione dell’uomo e del mondo basata sull’unità indissolubile di corpo, anima e spirito.

Il mondo spirituale è, secondo Steiner, accessibile e comprensibile dalla ragione. Auspicava, quindi, l’utilizzo delle scienze esatte e dei suoi metodi per penetrarlo in modo da rendere evidente la sua essenzialità per la crescita interiore di ogni essere umano.

Questo è il fine della sua antroposofia.

Il dottor Walter Legnani è un oncologo che per molti anni ha operato nelle strutture pubbliche tra Legnano e Rho. Attualmente lavora come libero professionista a Milano. È un oncologo di scuola antroposofica, autore di numerosi articoli su riviste scientifiche e interventi congressuali. È autore del libro Viscum Album e cura oncologica, Edizioni tecniche nuove, 2008.

 

 

 

Walter Legnani

 

Viscum Album

E cura oncologica

            Esperienze cliniche di             una terapia naturale

 

Edizioni  Tecniche Nuove

Il libro è suddiviso in due parti non delimitate fisicamente ma divergenti nelle modalità epistemologiche che sottendono le argomentazioni apportate nell’esplicare le scelte dell’Autore. Nella prima parte viene presentata la sua particolare concezione della malattia e dell’uomo, influenzate dall’antroposofia di Steiner. Nella seconda si approfondiscono le problematiche legate all’uso del Viscum Album.

La medicina si è ridotta ad eliminare cellule malate o a fronteggiare sintomi, ci dice il dottor Legnani. Ma con ciò non si cura la malattia e, anzi, a volte la si peggiora. Quel che invece servirebbe, è il recupero dell’uomo nella sua interezza e complessità, onde poterlo poi inserire in un contesto in cui sappia vivere in armonia.

La malattia, quindi, non riguarda una cellula impazzita ma l’intera biografia del malato. La si combatte riconquistando integrità ed equilibrio non eliminando cellule.

L’Autore si chiede “cosa sarebbe il mondo della giornata concreta che stiamo vivendo se non si mettessero in atto antidolorifici, antiinfiammatori”. E, conscio che “l’infiammazione è la condizione necessaria a un processo di rinnovamento, di ripartenza”, si chiede perché una “concezione della medicina e della terapia, che sottende una precisa cultura dell’uomo e del suo cosmo, si è prepotentemente  e dogmaticamente affermata negli ultimi secoli.” La sua risposta è che, probabilmente, al potere interessa di più un uomo che sia sempre pronto a rispondere ai suoi comandi, sebbene imbottito di farmaci e sebbene destinato ad ammalarsi.

Il dottor Legnani, sulle orme di Steiner, scopre per queste vie che “si è cose fra le cose” e che un’umanizzazione della medicina potrebbe essere un buon primo passo per ricostituire quell’armonia, quell’equilibrio, fra uomo e uomo e fra uomo e cosmo che è condizione di salute per ogni essere umano.

“Bisogna avvicinare la filosofia e le scienze e rimettere al centro degli studi il malato nella sua interezza.” D’altra parte vi sono già numerosi lavori scientifici che attestano una intima interrelazione fra sistema nervoso, sistema endocrino e organi linfatici. Perché, ad un certo punto, il nostro sistema immunitario non funziona più? Come è possibile riacquistare la sua funzionalità se di esso non ci si occupa se non separatamente? Se è visto come altra cosa rispetto l’insorgenza della malattia? Eppure, dice il dottor Legnani “nel crollo immunitario succedono diversi quadri patologici, non esclusa la neoplasia.”

Lo sforzo del medico dovrebbe essere teso a rafforzare le forze dell’io, utilizzando tutte le varie e possibili procedure da affiancare ai protocolli esistenti. Ampio spazio occorrerebbe riservare alle terapie artistiche, all’euritmia, al massaggio. Legnani predilige la strada che definisce lavoro biografico, una procedura attraverso cui sviscerare le storie di sofferenza, delusione e dolore che, come in un brodo di coltura, hanno consentito alle patologie di cui l’ammalato soffre di sorgere e svilupparsi. La relazione finalmente umana che verrebbe a svilupparsi fra medico e paziente consentirebbe il recupero di ogni seppur minima forza e capacità dell’io essenziale alla guarigione.

Se, nelle procedure sopra descritte, lo scopo è valido e, d’altra parte anche i risultati ottenuti negli ultimi anni possono essere considerati più che buoni, “perché non ricorrere al vischio?” si chiede e ci chiede Legnani. Perché non seguire tutto ciò che Steiner sosteneva e non ricorrere a quel meraviglioso vegetale che un giorno, sempre a parere di Steiner, avrebbe sostituito del tutto il bisturi?

Ecco che entrando nella seconda parte del libro il sentiero, almeno per ciò che mi riguarda, si fa più arduo. Le motivazioni secondo le quali sarebbe auspicabile l’uso del vischio assumono i contorni di fantasticherie e il dottor Legnani è costretto ad utilizzare Steiner con lunghe citazioni.

Ma descrivere le similitudini tra il parassita vischio e il tumore o fare supposizioni su “certe forze particolari” di cui il parassita vischio si appropria sottraendole alla pianta su cui vive – “Il vischio porta via all’albero quel che esso fornisce quando ha troppo poca materia fisica, quando l’eterico in esso è esuberante – non mi pare possa illuminare il nostro percorso. Come non mi sembra di facile comprensione il particolare linguaggio di Steiner, il suo ricorrere ai miti e alla cosmogonia norrena, la descrizione di antichi mondi preumani – “Debbo ritornare indietro a stadi precedenti dell’evoluzione terrestre, in cui sulla Terra non erano ancora presenti gli organismi che ci sono oggi; debbo andare a cercare in qualche luogo dove ci sia l’ultimo resto, il residuo, l’eredità di stadi precedenti della Terra.”

Il dottor Legnani conclude dicendo “Siamo giunti pertanto a considerare come il punto chiave della terapia del cancro sia pertanto un’azione sull’astralità, e quindi un lavoro sull’anima.”

Lavorare sulla biografia del paziente diventa essenziale. Ed è qui, secondo lui che il vischio esplica gran parte del suo potere.

“Senza dubbio la persona del terapeuta (medico, fisioterapista, infermiere o atro) porta in sé una valenza di luce e di calore che può compenetrare la persona come una somministrazione istantanea. Spesso nella medicina moderna succede il contrario: il medico è comunicazione asettica, freddezza, tecnicismo, e può indurre ulteriore buio e disperazione.

Ma immaginiamo se possa esistere un modo con cui la natura ci renda possibile che quest’azione terapeutica possa essere protratta nel tempo, accompagnare il paziente, fornirgli una sorta di continua infusione di calore e di luce come un pane quotidiano di cui nutrirsi.

Il Viscum è una possibilità per contribuire a questo calore e a questa luce e lo possono essere sinergicamente altre terapie, come i bagni a dispersione oleosa, le frizioni, il massaggio ritmico, le terapie artistiche. Tutti elementi di calore e di luce…”

Il vischio sarebbe quindi da vedere “Non solo come sostanza antitumorale (lo è anche indubbiamente) ma come agente a favore di certe forze e contrarie ad altre.”

L’ultimo capitolo del volume è dedicato ai Casi emblematici ed è veramente molto bello. Qui i casi di alcuni pazienti vengono raccontati con delicatezza, passione e poesia.

Viscum Album e cure oncologiche del dottor Walter Legnani è un libro nel complesso affascinante, anche se mi desta numerose perplessità.

È comunque da leggere perché una conoscenza altra rispetto ciò che è ufficializzato, espressa con coraggio, determinazione e passione, non può che far del bene. E anche perché è portatore di una metodologia che davvero potrebbe essere utile alla guarigione dei numerosi ammalati che, per una loro intrinseca predisposizione, trovano le assonanze giuste –quelle capaci di ingenerare relazioni positive e costruttive con il proprio io e con l’altro- con i metodi, il linguaggio e le pratiche particolarissime dell’antroposofia.

    

    

8 – Peggioramenti

   

Sabato e domenica, 27 e 28 luglio 2013, mi capitò di stare particolarmente bene. Era assai strano perché, solitamente, il primo fine settimana dopo la chemioterapia che terminava il venerdì, lo passavo completamente privo di forze. Ma non ci pensai troppo: ero contento e ne approfittai per andarmene in montagna, nella mia val Mastallone.

Lunedì mattina iniziai ad avere forti dolori addominali accompagnati da una violenta diarrea e da una forte febbre a 39°C. che mi perseguitarono anche il giorno dopo. Mercoledì mattina, a fatica, fui accompagnato in ospedale. Il medico, dopo l’accurata visita e la visione dei dati relativi il mio emocromo eseguito con urgenza in mattinata, mi disse che avevo preso un virus e forse mi era venuta una gastroenterite. E che dovevo sospendere la chemioterapia e iniziare ad assumere un antibiotico per almeno dieci giorni.

Quel periodo fu particolarmente difficile. Mi erano tornati, più forti ancora, i dolori che mi avevano afflitto nel periodo iniziale della malattia e ciò mi impediva di utilizzare la testa leggendo o scrivendo. Inoltre lo stato di debolezza fisica totale mi costringeva a letto gran parte del tempo. Non riuscivo a mangiare nulla, tanto da essere costretto a rientrare in ospedale dove mi aiutarono con alcune flebo. Avevo perso 5 kg di peso in quattro giorni. Per fortuna la febbre ritornò normale dopo tre giorni e la diarrea passò dopo una settimana. Poi ripresi a mangiare e le cose un poco migliorarono.

Nel frattempo, il giorno 9 di agosto, ero riuscito a fare la Tac presso l’Ospedale Mater Domini di Castellanza. I risultati furono deludenti.

Le metastasi al fegato e l’unica presente nel polmone si erano notevolmente ridotte ma il tumore originario, quello al retto, si era espanso fino ad infiltrare l’osso del bacino. Ciò spiegava perfettamente la ricomparsa dei forti dolori al coccige e all’inguine. Fui costretto a riprendere l’uso dei cerottini rilascianti morfina e anche un altro antidolorifico in pastiglie. Nel frattempo iniziai ad avere difficoltà sia nell’evacuare, sia nell’orinare.

Per mia fortuna, su consiglio dei medici, avevo già programmato da tempo e proprio in quegli stessi giorni, una visita da un radioterapista per valutare l’ipotesi di accompagnare la chemioterapia con qualche ciclo di radioterapia. La visita appurò che la radioterapia era l’unica cosa possibile e urgente da farsi nel mio caso e in quel momento. Un ciclo di tre settimane avrebbe colpito sicuramente il punto di contatto con l’osso in modo da eliminare il dolore e forse avrebbe anche ridotto la massa tumorale nel suo complesso.

Lunedì 19 agosto ho fatto la tac di centratura: mi hanno individuato tre punti, due sui fianchi e uno centrale, sul ventre. Li hanno segnati iniettando una piccolissima dose di colore indelebile. Sono la porta attraverso cui le radiazioni ionizzanti devono passare per raggiungere il punto esatto da colpire.

Il medico, avvisato dei miei dolori, costatò durante la Tac che la mia vescica non riusciva a svuotarsi adeguatamente. Mi mando in urologia, dove in seguito ad altre verifiche, decisero di installarmi un catetere. Fui colpito dalla determinazione e dalla professionalità dei medici ma ciò non valse a controllare la malinconia forte che mi stava assalendo.

Domani farò una seconda visita tesa a verificare l’esattezza dei punti individuati. Poi, probabilmente venerdì 30 agosto, inizierò il ciclo di radioterapia.

      

Giuseppe Laino

Ferno 28/08/2013

 

   

  

  

 

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