Hermann Hesse   –    Narciso e Boccadoro

 

 

È il mio primo e-book.

La sua lettura, per uno come me, abituato a maneggiare libri, è stata particolarmente difficile.

Ma a poco a poco ho imparato le piccole funzioni che mi erano necessarie come mettere il segnalibro o evidenziare parti da memorizzare.

Mi dà ancora molto fastidio non vedere il numero di pagina e non percepire fisicamente come, pagina dopo pagina, ogni finale è destinato a sopraggiungere.

La bellezza del libro mi ha però invogliato a superare ogni dubbio.

 

 

 

Narciso e Boccadoro è una fiaba filosofica, scritta con leggerezza ed eleganza formale, in cui si confrontano e scontrano due modi opposti di percepire il mondo. Da una parte la razionalità del pensar logico, della filosofia e della teologia, che conducono il monaco Narciso a Dio escludendo ed allontanando da sé il mondo terreno. Dall’altra la corporeità di Boccadoro che lo porta a vagabondare per il mondo, goloso di assaporare ogni possibile esperienza attraverso i propri sensi.

L’asceta teologo dapprima la fa da insegnante. Le sue vaste conoscenze e il suo rigore formale gli consentono una precisione di analisi capace di leggere nella mente di Boccadoro, aspirante monaco. Ma ciò provoca una stato di sudditanza e la percezione in ambedue che sia necessario un distacco perché ognuno possa seguire la sua strada.

Narciso continuerà la sua ricerca al’interno del monastero, fra rinunce e patimenti atti a mortificare il corpo e a rafforzare lo spirito, fino ad diventarne l’abate.

Boccadoro percorrerà il mondo senza desiderare alcun possesso. Ricercherà, ricambiato, l’amore delle parecchie donne che incontrerà. Vedrà la morte nei luoghi devastati dalla peste. Sarà allegro percependo la bellezza della natura con cui si immedesimerà a fondo o la generosità degli uomini nell’accoglierlo. Sarà triste e melanconico quando dovrà misurarsi con la crudeltà della vita, che costringe gli uomini in una lotta per la sopravvivenza a dare sfogo ad ogni più truce violenza.

Patirà la fame e il freddo di giorni difficili. Gli inverni lunghi e i paesaggi coperti di neve. Gioirà ogni volta per il risveglio della natura. E scoprirà, in questo eterno ritorno, la precarietà del tutto. Percepirà come tutto sia vano perché destinato a scomparire nel nulla.

Forse è la paura di questa scoperta che lo spinge a percepire in sé doti di grande artista. Conosce un maestro scultore e si fa suo allievo. Riesce a produrre le immagini che ha in mente intagliando il legno. Le sue opere sono di notevole bellezza, apprezzate da tutti. Capisce che l’arte può, almeno per qualche tempo, sconfiggere la precarietà della vita. L’opera rimane per secoli e in essa rivive colui che l’ha realizzata. In qualche modo rappresenta la sconfitta della morte di cui tutti hanno paura. Ma il richiamo del mondo di cui si sente parte, e della sua caducità che non teme, è forte e Boccadoro rifiuta ogni titolo, rifiuta denari e una sicura sistemazione. Decide di riprendere il suo vagabondaggio.

Rivive amori e gioie, patimenti infiniti fino ad essere costretto ad uccide per ben due volte. Infine si troverà condannato a morte, rinchiuso in una cella buia a passare l’ultima sua notte. Nonostante l’estrema difficoltà vissuta in quel frangente, Boccadoro non riusciva a darsi per vinto. “Ci fosse o non ci fosse un’eternità, egli non voleva altro che questa vita incerta, fugace, questo respiro, questo sentirsi nella propria pelle, non voleva altro che vivere.

Verrà salvato inaspettatamente dall’abate Narciso. E verrà ricondotto nel vecchio monastero ove tutto era iniziato.

Nel viaggio di ritorno i chiarimenti fra le due concezione del mondo, che avevano sospinto i due amici su strade diverse, trovano il modo di chiarirsi.

Boccadoro si fa più filosofo e accetta di tornare in convento. Accetta la proposta di impiantarvi un laboratorio in cui intagliare legno per realizzare opere capaci di fermare per sempre i visi da lui incontrati, colti nelle espressioni più rivelatrice del loro essere e fermi nella sua mente.

Il confronto fra i due proseguirà anche lì. E, mentre Boccadoro produce i suoi meravigliosi lavori, Narciso ammette i suoi errori. Fino a confessare: “pensavo pressappoco così: poiché l’uomo è una dubbia mescolanza di spirito e materia, poiché lo spirito gli schiude la conoscenza dell’eterno, mentre la materia trascina in basso e lo incatena a ciò che è transitorio, egli dovrebbe staccarsi dai sensi ed entrare nel mondo spirituale, per elevare la sua vita e darle un significato. Affermavo bensì di apprezzare altamente l’arte, per consuetudine, ma in realtà ero superbo e la guardavo dall’alto in basso. Ora soltanto vedo quante vie ci sono per giungere alla conoscenza, e quella dello spirito non è l’unica e forse neppure la migliore.

Il romanzo finisce qui e poco importano le sorti dei due amici che l’autore segue fino alla morte di uno di loro.

La critica di Hermann Hesse alla parzialità delle rappresentazioni contenute nelle contrapposizione dure fra dicotomie inconciliabili come natura/spirito, eros/logos, arte/ascesi trova compimento nel riconoscimento che vi sono molte vie per giungere alla conoscenza e, quindi, allo stesso Dio. Che nessuna di esse può arrogarsi il titolo di unica e neppure di migliore.

    

Riporto lo stupendo incipit del XII capitolo

“Il giorno dopo Boccadoro non seppe decidersi ad andare in officina. Come già in tante altre giornate di cattivo umore, camminò a zonzo per la città. Vide le donne e le ragazze che andavano al mercato, sostò specialmente presso la fontana, osservando i mercanti di pesce e le loro donne vigorose, mentre offrivano in vendita e decantavano la loro merce, mentre estraevano dai loro tini i pesci freddi e argentei, alcuni dei quali s’arrendevano quieti alla morte, con la bocca dolorosamente aperta e gli occhi d’oro fissi in un’espressione d’angoscia, altri invece si ribellavano furenti e disperati. Come già tante volte, lo prendeva una viva compassione per quelle bestie e una triste indignazione contro gli uomini; perché questi erano cosi ottusi e rozzi e inconcepibilmente stolti e miopi, perché tutti quanti non vedevano nulla, né i pescatori né le pescivendole né i compratori che tiravan sul prezzo; perché non vedevano quelle bocche, quegli occhi spaventati a morte e quelle code che si dibattevano violentemente, non vedevano quella tremenda lotta disperata e vana, quell’insopportabile trasformazione dei misteriosi animali cosi meravigliosamente belli, che rabbrividivano nell’ultimo lieve tremito sulla pelle morente e poi giacevano morti e spenti, lunghi e tirati, miseri pezzi di carne, per la tavola del ghiottone soddisfatto? Nulla vedevano questi uomini, nulla sapevano e osservavano, nulla parlava loro! Che importava se un povero grazioso animale s’irrigidiva sotto i loro occhi, o se un maestro rendeva visibile in un volto santo tutta la speranza, tutta la nobiltà tutto il dolore e tutta la cupa, stringente angoscia della vita umana, fino a darne il brivido?…. Nulla vedevano, nulla li commoveva! Tutti erano soddisfatti o affaccendati, avevano interesse, avevano fretta, gridavano, ridevano e si ruttavano in faccia, facevan chiasso, facevan dello spirito, urlavano per due soldi, e tutti stavano bene, tutti erano in regola, soddisfattissimi di sé e del mondo.”

  Giuseppe Laino

Ferno, 19 luglio 2013

   

   

    

 

 

 

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