Le basi materiali dell’individualismo

(Parte seconda)

    

   

I – Metodo

Le periodizzazioni in cui suddividiamo la storia sono tutte arbitrarie riflettendo modi di pensare e scopi precisi.1 Inoltre, esistono varie storie e gli avvenimenti che accadono possono produrre effetti di breve durata o lunghissime e lente trasformazioni, come ci hanno insegnato fin dagli anni trenta del secolo scorso gli storici francesi de Les Annales.2 I fatti storici non sono mai puri e isolati accadimenti, come in meccanica accade con la causa e l’effetto e come si narrava nella vecchia storia evenemenziale in cui, tra l’altro, quello che contava erano i soli eventi militari e politici. Essi sono invece collegati in una fittissima rete di rapporti che lo storico ha il compito di districare in un lavoro che può acquisire senso solo in un ambito di complessa multidisciplinarietà. Il lavoro dello storico può affrontare da prospettive diverse gli stessi fatti o le stesse epoche ottenendo preziosi e diversificati risultati.Ma il sogno di una storia globale (nel senso di capace di ricreare tutto il passato nella sua interezza), così come l’oggettività dello storico, è pura fantasia. Lo storico ridisegna sempre il passato alla luce del suo tempo e della sua visione del mondo. Lo storico narra la storia passata e contemporaneamente contribuisce a costruire la storia presente.

      

II – Lavoro, terra e capitale.

Max Weber, cercando di spiegare lo spirito del capitalismo che, pur impregnato di individualismo a suo parere perseguiva scopi superiori all’utilità e alla felicità dei singoli, aveva dato importanza, in polemica con Marx, a ciò che era avvenuto nelle teste degli uomini più che a quanto gli uomini avevano costruito. Non potendo supporre che Marx non fosse un marxista, confuse la lettura positivista ed economicista del filosofo di Treviri allora in voga con il suo reale pensiero. D’altra parte alcuni testi fondamentali dell’umanesimo marxiano furono pubblicati ben dopo la sua morte.4 E da ultimo, il suo scopo non era certamente quello di una critica radicale al sistema ma, risentendo del clima culturale di fine ‘800, quello di indagare scientificamente la società. La critica alla pretesa oggettività scientifica della teoria, compiuta da Marx con la formulazione della filosofia della prassi, gli era del tutto sconosciuta o comunque indifferente.

Weber voleva trovare ed indagare i motivi dello sviluppo eccezionale dell’Occidente che avevano saputo lasciare tutte le altre parti del mondo in uno stato di evidente inferiorità. E pensò che la dinamicità della società capitalistica, la sua razionalità tesa ad ottimizzare amministrazione e divisione del lavoro, fosse dovuta al diffondersi di una specifica visione del mondo.

Fu, secondo lui, l’etica della Riforma protestante e il propagarsi delle sue sette ad offrire la mentalità vincente. La predestinazione calvinista, al contrario di quel che superficialmente si potrebbe pensare, non mortifica l’opera dell’uomo, ma la esalta. Quegli uomini pensavano che il successo ottenuto nel mondo terreno, grazie alla fermezza nel perseguire il proprio scopo con l’impegno profuso nel lavoro è, infatti, la prova della grazia che Dio agli inizi dei tempi aveva stabilito per loro. È  la prova certa della loro propria salvezza.

Weber seguì l’evolversi di questa concezione che da Lutero, attraverso Calvino giunge poi ad estremizzarsi nelle sette in cui ricchezza e potere dei vertici stridevano con la povertà, la semplicità della vita quotidiana e il gran lavoro a cui ognuno degli adepti si sentiva obbligato per dovere.5

È impressionante, in questa evoluzione, non solo la somiglianza tra sette e impresa capitalistica, ma il fatto che entrambe siano possibili grazie alla diffusa percezione del valore salvifico acquisito dal lavoro umano.

La preziosa analisi di Weber dimostra come un’ideologia sia in grado di giustificare pratiche di vita ed abitudini fino a farle divenire luogo comune indiscutibile. Non spiega quelle pratiche.

Anche il fenomeno delle enclosures, per altri versi, non spiega di per sé la nascita della società civile moderna, così come sostenuto da Rousseau. Il liberalismo, con la sua concezione dei diritti individuali, rese il diritto di recinzione del proprio terreno un fatto del tutto normale nella percezione che ogni uomo ha dei suoi rapporti con l’altro. Ma ciò è un solo aspetto della questione.

Vandana Shiva dice che

“Le recinzioni favorivano gli interessi dei proprietari terrieri, ma non quelli dei contadini più poveri. Un acro di terra arabile coltivata a grano poteva infatti produrre più di trecento chili di pane, mentre la sua trasformazione in pascolo serviva soltanto per allevare qualche pecora, circa  novanta chili di carne di montone. Tradotto in termini di cibo e di sussistenza, questo sviluppo economico provocò in realtà una perdita di risorse. D’altra parte i proprietari terrieri ne ricavarono un profitto nei termini di denaro. Un solo pastore adibito a custodire il gregge rendeva molto di più dell’affitto riscosso da decine di contadini. Il fatto che i contadini coltivassero il fondo per ricavarne cibo, foraggio e altre risorse indispensabili per la loro sopravvivenza non aveva alcuna importanza.” 6

Da ciò si intuisce che i problemi sono anche altri e tutti rintracciabili in un percorso storico di lunghissima durata. E riguardano chi difende la proprietà con recinti godendone i frutti in nome della libertà, ma anche chi, liberato –escluso- da ogni proprietà, è costretto al di fuori del recinto e in balia del mondo ad inventarsi modi possibili di sopravvivenza.

Una prima questione riguarda un dato di fatto che, se ignorato o anche solo sottovalutato, farebbe perdere di vista la lunga durata dei processi storici di cui stiamo parlando: l’acquisto e la recinzione di terreni è possibile solo se in precedenza si sono accumulati capitali.

Alcuni economisti hanno visto nell’enorme disponibilità di oro e argento derivata dalle ruberie spagnole in America e di quelle inglesi agli spagnoli, l’inizio del nuovo ciclo economico che darà origine al nostro mondo.7 Ma l’accumulo di capitali inizia sicuramente in epoca ancora anteriore ed è ciò che rende possibile lo stesso espansionismo coloniale.

Già verso la fine dell’XI secolo si notano cambiamenti notevoli in vaste aree d’Europa che possono essere riassunti nel notevole aumento della produzione agricola e nel parallelo fermento commerciale e monetario che ne seguì.È la medesima epoca in cui lo sviluppo delle libere città italiane renderà ricchissime le loro banche e i lori signori.

L’aumentata produzione, ovviamente legata alla quantità notevolmente aumentata di lavoro, creò un enorme plusvalore. Con il commercio, favorito e garantito dalle nuove istituzioni municipali e dalle leggi che immediatamente esse si diedero, ci si assicurò che il denaro in cui il plusvalore prende forma, finisse nelle mani di pochi.

Ma i capitali nati dal commercio aspirano immediatamente alla rendita, non al profitto. Vogliono emulare il nobile feudale più che creare nuove figure sociali. Di per sé non farebbero mai nascere una società come la nostra. Ci fu bisogno di qualcosa d’altro per consentire il cambiamento.

Fu l’aumentata produttività del lavoro a far saltare lentamente il tappo della vecchia società medievale.

Tutta una serie di fenomeni sconvolsero il mondo agricolo proprio tra XI e XII secolo creando i presupposti per un lenta ma irresistibile trasformazione globale.

Diversificazioni dei cereali messi a coltura, introduzione dei legumi nei cicli agrari e conseguente aumento della fertilità dei suoli, rotazioni delle colture con una pratica di semina in due fasi, una autunnale e l’altra primaverile, minore quantità di terreni lasciata a maggese con l’adozione di cicli triennali, utilizzo di aratri pesanti e di tecniche diverse di aggancio agli animali, uso del cavallo in sostituzione del bue, diffusione di mulini e fucine, conseguente aumento della popolazione, dei bisogni e della terra messa a coltura: tutto concorse sinergicamente ad una profonda rivitalizzazione dell’intera società.

L’aumento del benessere comportò un aumento generalizzato dei prezzi che aumentò i capitali rastrellati dai commercianti e quelli, inizialmente minori, dei proprietari terrieri ma, insieme, impose una notevole competitività nei luoghi immediati della produzione.

Ciò implicò anche la fine del dominio di commercianti e banchieri e il ritorno dei capitali e del potere alla terra ma a farne immediatamente le spese fu la vecchia proprietà nobiliare basata sul lavoro servile. Chi avrebbe potuto mantenere schiere di servi inutilizzati? E vastissime proprietà soggette all’utilizzo –sebbene parziale- delle comunità? Quale nobile signore avrebbe potuto gestire al meglio le sue grandi proprietà senza trasformarsi in un moderno proprietario terriero attento al profitto? I diritti delle comunità che limitavano il sacro diritto della proprietà privata, anche se consentivano una produzione di sussistenza capace di mantenere l’intera collettività, non producevano denaro e quindi furono soppressi. Le vecchie mentalità in auge nel medioevo, quelle che mescolavano rendita e onore, vennero lentamente distrutte o costrette a cambiare insieme alle vetuste proprietà che avevano consentito loro pasti regolari ogni giorno.

Quando la produttività aumenta, la necessità di lavoro totale diminuisce perché questo viene necessariamente ripartito fra meno individui. Così il lavoro liberato si incarna in uomini che non possiedono più nulla, che vengono a forza separati dalla natura, dalla terra, da ciò da cui potrebbero ricavare sostentamento. Essi vagano per le campagne incolte, come disperati. Spesso muoiono di stenti. Si accalcano nelle città, ingrandendole sempre più, alla ricerca di nuove occasioni, nuovi mestieri o semplicemente adattandosi alla vita di mendicante. A volte, quando sono fortunati, trovano nuovi terreni da dissodare bruciando boschi o brughiere. E fondano nuove comunità.

Ecco come Karl Marx descrive questo processo:

“Denaro e merce non sono capitali fin dal principio, come non lo sono i mezzi di produzione e di sussistenza. Occorre che siano trasformati in capitale. Ma anche questa trasformazione può avvenire soltanto a certe condizioni che convergono in questo: debbono trovarsi di fronte e mettersi in contatto due specie diversissime di possessori di merce, da una parte il proprietario di denaro e di mezzi di consumo e di sussistenza, al quale importa di valorizzare mediante l’acquisto di forza-lavoro altrui la somma di valori posseduti; dall’altra parte operai liberi, venditori della propria forza-lavoro e quindi venditori di lavoro. Operai liberi nel duplice senso che essi non fanno parte direttamente dei mezzi di produzione come gli schiavi, i servi della gleba ecc., né ad essi appartengono i mezzi di produzione, come al contadino coltivatore diretto ecc., anzi ne sono liberi, privi, senza.

[…]

La struttura economica della società capitalistica è derivata dalla struttura economica della società feudale. La dissoluzione di questa ha liberato gli elementi di quella.

Il produttore immediato, l’operaio, ha potuto disporre della sua persona soltanto dopo aver cessato di essere legato alla gleba e di essere servo di un’altra persona o infeudato ad essa. Per divenire libero venditore di forza-lavoro, che porta la sua merce ovunque essa trovi un mercato, l’operaio ha dovuto inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni, ai loro ordinamenti sugli apprendisti e sui garzoni e all’impaccio delle loro prescrizioni per il lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa; e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall’altro lato questi affrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco.” 9

La trasformazione dei produttori in operai salariati e la liberazione dalle servitù feudali comportò un lento ma profondo cambiamento negli stili di vita e nelle mentalità.

La relazione servo/signore che aveva garantito al signore potere e al servo l’indispensabile alla vita, e che si esauriva nel piccolo spazio dei –sebbene vasti- possedimenti nobiliari da cui il servo della gleba non poteva neppure uscire fisicamente, divenne una morsa da cui liberarsi.

In un brulichio vivace e complesso, gli uomini impararono ad entrare in relazione fra loro inserendosi in un vasto mercato in cui ad ognuno è concesso liberamente di vendere quel che possiede e, con il denaro realizzato, di acquistare ciò che gli necessità. Ogni relazione umana iniziò a percepirsi possibile solo nell’accettazione dell’unica vera regole imposta da quest’immenso spazio potenzialmente infinito: quella di essere solvibili, cioè di possedere denaro.

L’uomo soddisfatto di essere riuscito a rompere vecchie relazioni che lo avevano da secoli immobilizzato, percepì l’infinito e ne fu inebriato. Sognò il progresso e la civiltà. Fu così che finalmente nacque e poté diffondersi per l’intero globo il mito della libertà.

Il particolare secondo cui le relazioni umane, essendo realizzate in un mercato, sono necessariamente mediate da un equivalente generale secondo lo schema uomo-denaro-uomo che, inficiandone gravemente la qualità, le rende del tutto sterili, fa parte di un’altra storia.

  

   

1  Gramsci si chiedeva a proposito de La storia d’Europa dal 1815 al 1915 e la Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce come “è possibile scrivere (concepire) una storia d’Europa nel secolo XIX senza trattare organicamente della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche? E può farsi una storia d’Italia nell’età moderna senza trattare delle lotte del Risorgimento? Ossia: è un caso o per una ragione tendenziosa che il Croce inizia le sue narrazioni dal 1815 e dal 1871? Cioè prescinde dal momento della lotta, dal momento in cui si elaborano e radunano e schierano forze in contrasto?”  Le sue conclusioni sono che Croce descrivendo nelle sue storie solo “l’aspetto passivo” avesse “nella sua tendenziosità… un riferimento attuale e immediato… il fine di creare un movimento ideologico…” Antonio Gramsci – Quaderni del carcere – Einaudi, 1975 – vol. II, pag. 1227

2 Interessante e semplice:  Jacques Le Goff (a cura di) La nuova storia – Mondadori, 1980

3 Vedi ad esempio: Eric J. Hobsbawm – Il secolo breve – Rizzoli, 1995 e Giovanni Arrighi – Il lungo XX secolo – Il Saggiatore, 1996

4 Max Weber morì nel 1920, i Manoscritti economico-filosofici del 1844, furono pubblicati per la prima volta nel 1932.

Max Weber – L’etica protestante e lo spirito del capitalismo – Sansoni, 1977

Max Weber –Le sette e lo spirito del capitalismo – Rizzoli, 1977

6 Vandana Shiva – Il bene comune della terra – Feltrinelli, 2005 – pag. 27/8

7  “L’età moderna si apre, almeno credo, con l’accumulazione del capitale, che ha inizio nel Cinquecento. Per ragioni troppo complesse per essere ricordate qui, ritengo che in una prima fase l’accumulazione sia stata originata dall’aumento dei prezzi, e dai profitti che ne sono derivati – due fenomeni a loro volta innescati da un terzo, l’arrivo nel vecchio continente dell’oro e dell’argento scoperti dagli spagnoli nel Nuovo Mondo.”  John Maynard Keynes – Possibilità economiche per i nostri nipoti -  John Maynard Keynes – Possibilità economiche per i nostri nipoti – Vedi nell’ archivio contenuto nel mio sito.

8 Vedi fra i molti testi a disposizione il prezioso Georges Duby – Le origine dell’economia europea – Laterza, 1975

9 Karl Marx – Il Capitale – Editori Riuniti, 1972 – Libro primo, volume terzo, pag. 172/173

Giuseppe Laino

Ferno, 18 luglio 2013

          

           

       

 

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