John Maynard Keynes

   

    

Possibilità economiche

per i nostri nipoti

    

   

   

John Maynard Keynes lesse queste

pagine nel 1928, prima agli studenti

del Winchester College e poi a Cambridge.

Vennero pubblicate due anni dopo.

   

 

   

I

  

Negli ultimi tempi ci ritroviamo a soffrire di una forma particolarmente virulenta di pessimismo economico. È opinione comune, o quasi, che l’enorme progresso economico che ha segnato l’Ottocento sia finito per sempre; che il rapido miglioramento del tenore di vita abbia imboccato, almeno in Inghilterra, una parabola discendente; e che per il prossimo decennio ci si debba aspettare non un incremento, ma un declino della prosperità.

A mio avviso si tratta di un fraintendimento molto vistoso di quanto ci accade intorno. Scambiamo per reumatismi quelli che in realtà sono disturbi della crescita, e in particolare di una crescita troppo veloce. La fase di assestamento fra un periodo economico e l’altro non è mai indolore. La tecnica ha progredito talmente in fretta da non consentire un adeguato riassorbimento della forza lavoro; il miglioramento del tenore di vita è stato persino troppo rapido; il sistema bancario e l’economia mondiale hanno abbassato i tassi di interesse molto meno di quanto avrebbero dovuto, volendo garantire un certo equilibrio. Ciò nonostante, il caos e le perdite che ne sono derivati hanno inciso per appena il 7,5 per cento del reddito nazionale; buttiamo via uno scellino e sei pence per ogni sterlina, e ci restano solo 18 scellini e sei pence: ma è anche vero che corrispondono al valore di una sterlina intera di cinque o sei anni fa. Tendiamo a dimenticare che nel 1929 la produzione industriale inglese è stata la più alta di sempre, e che lo scorso anno l’avanzo netto della nostra bilancia dei pagamenti, la cifra cioè disponibile, dopo il saldo delle importazioni, per nuovi investimenti all’estero, è stato il più alto al mondo, superando del cinquanta per cento quello degli stessi Stati Uniti. Ancora — per restare sul terreno dei raffronti —, se riducessimo i nostri stipendi a circa la metà, disconoscessimo i quattro quinti del debito nazionale, e investissimo le plusvalenze in lingotti d’oro, anziché prestarle a un tasso del 6 per cento, ci ritroveremmo al livello della tanto invidiata Francia. Ma sarebbe un passo avanti?

La depressione che ha investito l’intero pianeta, l’abnorme anomalia della disoccupazione in un mondo bisognoso di tutto, i nostri stessi, disastrosi errori, tutto questo ci impedisce di vedere sotto la superficie, e di capire dove stiamo andando.

La mia previsione è che le due forme di pessimismo più clamorose, e contrapposte — il pessimismo dei rivoluzionari, convinti che una situazione così compromessa renda inevitabile un cambiamento radicale, e quello dei reazionari, persuasi che la nostra vita economica e sociale si regga su un equilibro talmente instabile da sconsigliare qualsiasi forma di esperimento —, si riveleranno, a tempo debito, entrambe errate.

Nelle pagine che seguono, tuttavia, non mi occuperò del presente, e nemmeno del futuro prossimo. Cercherò invece di proporre un antidoto alla miopia, e cioè una rapida incursione in un futuro ragionevolmente lontano. Che livello di sviluppo economico, proverò a chiedermi, possiamo immaginare di raggiungere da qui a cento anni? Quali possibilità economiche avranno i nostri nipoti?

Dai tempi più remoti dei quali conserviamo traccia — diciamo, da duemila anni prima di Cristo — all’inizio del Settecento il tenore di vita medio, nelle aree civilizzate, non è cambiato di molto. Ha avuto i suoi alti e bassi, come no. Ci sono state pestilenze, carestie, guerre. Età dell’oro, anche. Ma un cambiamento come quello che abbiamo conosciuto noi, inarrestabile e brutale, l’uomo non lo aveva mai visto. Nei quattromila anni che hanno preceduto, grossomodo, il Settecento ci sono stati tutt’al più periodi migliori di altri — però migliori al cinquanta, massimo al cento per cento, non di più.

Le cause di un progresso così lento, se non inesistente, si potevano ridurre a due: l’assenza di invenzioni di un qualche rilievo, e la mancata accumulazione del capitale.

L’assenza di invenzioni fra la preistoria e l’era moderna è davvero sorprendente. In sostanza, quasi tutto ciò che serve alla vita dell’uomo sulla Terra esiste fin dall’alba della storia. Il linguaggio, il fuoco, gli animali domestici, il grano, l’avena, la vite, l’ulivo, l’aratro, la ruota, il remo, la vela, il cuoio, il lino, la tela, i mattoni, l’argilla, l’oro, l’argento, il rame, la latta, il piombo — più, a partire dal mille avanti Cristo, il ferro — e poi ancora le banche, le entità statuali, la matematica, l’astronomia e la religione. Sono tutte cose talmente antiche che sembrano esistere da sempre.

In un momento imprecisato prima che la storia iniziasse — forse addirittura in uno degli intervalli di serenità che hanno preceduto l’ultima glaciazione — ci deve essere stata un’era di progresso e cambiamento simile alla nostra. Ma nella maggior parte della storia documentata non c’è nulla del genere.

L’età moderna si apre, almeno credo, con l’accumulazione del capitale, che ha inizio nel Cinquecento. Per ragioni troppo complesse per essere ricordate qui, ritengo che in una prima fase l’accumulazione sia stata originata dall’aumento dei prezzi, e dai profitti che ne sono derivati – due fenomeni a loro volta innescati da un terzo, l’arrivo nel vecchio continente dell’oro e dell’argento scoperti dagli spagnoli nel Nuovo Mondo. In quel preciso momento il potere di accumulazione degli interessi composti, assopito da generazioni, si è risvegliato molto più forte di prima. E questo potere, in un arco di tempo di duecento anni, è semplicemente inimmaginabile.

Per farvi capire di cosa sto parlando vi fornisco una cifra che ho calcolato personalmente. Oggi il valore degli investimenti esteri della Gran Bretagna si aggira intorno ai 4 miliardi di sterline, somma che ha un rendimento di circa il 6,5 per cento. Per metà questi soldi ce li teniamo in casa, insomma ce li godiamo; l’altra metà — per essere più precisi, il 3,25 per cento — lasciamo che si accumuli all’estero, con interessi composti. È questo da circa trecentocinquanta anni.

Nel 1580, infatti, Sir Francis Drake torna in Inghilterra a bordo della Golden  Hind con il favoloso bottino sottratto alla Spagna. Essendo un’azionista di spicco della società che ha finanziato la spedizione di Drake, la regina Elisabetta incassa cospicui dividendi, grazie ai quali estingue l’intero debito estero e risana il bilancio del regno; e a cose fatte si ritrova in tasca ancora 40.000 sterline, che investe immediatamente nella Compagnia del Levante. In seguito, con i ragguardevoli profitti di quest’ultima viene fondata la Compagnia delle Indie Orientali, una grande impresa che porrà le basi per tutti i successivi investimenti esteri della Gran Bretagna. Ora, si dà il caso che 40.000 sterline investite allora a un interesse composto del 3,25 per cento corrispondano approssimativamente a 4 miliardi di sterline odierne, cioè all’attuale volume dei nostri investimenti all’estero. In altre parole, ogni sterlina portata a casa da Drake nel 1580 si è trasformata in 100.000 sterline di oggi. Questo per dire il potere degli interessi composti.

Nel Cinquecento, con un poderoso crescendo dal Settecento in avanti, inizia la grande epoca delle scoperte scientifiche e delle invenzioni tecnologiche, epoca che entra per così dire a pieno regime nei primi anni dell’Ottocento — carbone, elettricità, petrolio, acciaio, gomma, cotone, industrie chimiche, macchine, sistemi per la produzione di massa, telegrafo, stampa, e poi Newton, Darwin, Einstein. L’elenco potrebbe comprendere migliaia di altre voci, peraltro note a tutti.

Ma qual è il risultato di questo sviluppo?

A dispetto dell’enorme incremento della popolazione mondiale, e del conseguente fabbisogno di case e di macchine, il tenore di vita medio in Europa e negli Stati Uniti è aumentato, a mio avviso, di circa quattro volte. Il capitale però è cresciuto in misura molto maggiore, una misura ben più di cento volte superiore a quella  di qualsiasi altro periodo storico. Ed è impensabile che la popolazione continui nell’aumentare a questo ritmo.

Se il capitale aumenta, diciamo, del 2 per cento l’anno, il suo ammontare globale crescerà della metà in vent’anni, e fra un secolo sarà sette volte e mezzo quello odierno. Pensiamo a cosa questo potrà significare in termini materiali — di case, trasporti, e così via.

Al tempo stesso, negli ultimi dieci anni i progressi della tecnica per quanto riguarda la manifattura e i trasporti si sono susseguiti a un ritmo fin qui sconosciuto. Negli Stati Uniti la produzione industriale pro capite del 1925 era superiore del 40 per cento a quella del 1919. In Europa siamo stati rallentati da ostacoli di carattere temporaneo, ma ciò nonostante si può affermare con una certa tranquillità che l’efficienza tecnica si accresce a un ritmo superiore all’1 per cento annuo. Ed è certo che progressi scientifici di portata molto simile a quelli che sin qui hanno interessato essenzialmente l’industria si estenderanno, fra breve, anche all’agricoltura. Potremmo quindi essere alle soglie di un passo avanti nella produzione alimentare delle stesse dimensioni di quello che ha interessato l’estrazione di materie prime, la manifattura e i trasporti. Nel giro di pochi anni — intendo nell’arco della nostra vita — potremmo portare a termine ogni operazione connessa a queste attività con un quarto dello sforzo necessario oggi.

Al momento la rapidità stessa di questi cambiamenti ci turba, e ci pone problemi di non facile soluzione. Per paradosso, i Paesi più attardati sono anche più tranquilli. Noi abbiamo invece contratto un morbo di cui forse il lettore non conosce ancora il nome, ma del quale sentirà molto parlare negli anni a venire – la disoccupazione tecnologica. Scopriamo sempre nuovi sistemi per risparmiare forza lavoro, e li scopriamo troppo in fretta per riuscire a ricollocare quella forza lavoro altrove.

Ma si tratta di uno scompenso temporaneo. Nel lungo periodo, l’umanità è destinata a risolvere tutti i problemi di carattere economico. Mi spingo a prevedere che di qui a cento anni il tenore di vita nei Paesi avanzati sarà fra le quattro e le otto volte superiore a quello attuale. Alla luce delle nostre conoscenze attuali, è il meno che si possa dire. E immaginare una crescita anche più significativa non sarebbe un azzardo.

 

 

II

 

Trattandosi di un esercizio, possiamo immaginare che da qui a cento anni il nostro livello economico sia otto volte superiore a quello attuale. Come abbiamo detto, potrebbe succedere.

E vero che talvolta i bisogni degli esseri umani appaiono insaziabili. Ma occorre tenere presente che si suddividono in due categorie — quelli assoluti, che emergono in qualunque situazione i nostri simili si trovino a vivere, e quelli relativi, che si manifestano solo se la loro soddisfazione ci pone, o ci fa sentire, al di sopra dei nostri simili. I bisogni del secondo tipo, quelli generati dal desiderio di superiorità, crescono insieme al tenore di vita, e possono in effetti diventare insaziabili. Ma per i bisogni assoluti le cose vanno diversamente — e prima di quanto crediamo potremmo raggiungere uno stadio nel quale questi ultimi saranno soddisfatti, e saremo pronti a rivolgere le nostre energie verso obiettivi che con l’economia non hanno nulla a che vedere.

Da qui traggo una conclusione che, non ne dubito, troverete sbalorditiva. E più ci penserete, più vi sbalordirà.

La conclusione è che, in assenza di conflitti drammatici, o di drammatici aumenti della popolazione, fra cento anni il problema economico sarà risolto, o almeno sarà prossimo ad una soluzione. In altre parole, se guardiamo al futuro l’economia non si presenta come un problema permanente della nostra specie.

Ma perché addirittura sbalordirsi, vi chiederete. Be’, perché se per un attimo ci rivolgiamo al passato, anziché al futuro, il problema dell’economia, della lotta per la sopravvivenza, è sempre stato il problema fondamentale, e il più pressante che la nostra specie — e non solo la nostra, ma tutte le specie viventi, fin dall’alba della storia — si sia trovata a dover affrontare.

In un certo senso, ci siamo evoluti: e con noi le nostre pulsioni, e i nostri istinti più profondi — per risolvere il problema economico. E una volta che questo fosse risolto, l’umanità si ritroverebbe priva del suo obiettivo più tradizionale.

Sarebbe un bene? Per chi crede ai veri valori della vita, forse si. Anche se, personalmente, l’idea che l’uomo medio debba cambiare abitudini e istinti in pochi decenni, abbandonando quelli accumulati da generazioni, un po’ mi inquieta.

Per usare il linguaggio dei nostri giorni, non rischiamo un «esaurimento nervoso?». In piccolo, abbiamo già fatto un’esperienza di questo tipo: negli Stati Uniti e in Inghilterra le donne delle classi abbienti, strappate dalla ricchezza ai compiti e alle occupazioni tradizionali, si trovano in una condizione simile. Senza lo sprone della necessità economica, cucinare, lavare, rammendare non è più tanto divertente — e non è che in giro abbondino passatempi alternativi.

Chi si guadagna il pane col sudore della fronte sogna il piacere — ma solo finché non lo ottiene.

Vi citerò l’epitaffio che una vecchia cameriera ha voluto scriversi da sola:

 
Non piangetemi amici, non versate lacrime 
inutilmente, là dove vado non farò più niente.
   

Evidentemente questa era la sua idea di paradiso. C’è chi sogna solo il divertimento, lei sognava di passare il tempo così, in ascolto. Lo spiega nei due versi successivi:

 
Il cielo risuonerà tutto di salmi e canti dolci
e io li ascolterò, senza unirmi a quelle voci.
 

Il fatto da considerare, però, è che nel nostro caso solo chi canta riuscirà a sopportare la vita — e il canto, si sa, non è per tutti.

Insomma, per la prima volta dalla creazione l’uomo si troverà ad affrontare il problema più serio, e meno transitorio — come sfruttare la libertà dalle pressioni economiche, come occupare il tempo che la tecnica e gli interessi composti gli avranno regalato, come vivere in modo saggio, piacevole, e salutare.

I grandi investitori, quelli che sanno sempre come far soldi, possono portarci con loro nel regno dell’abbondanza. Ma di questa abbondanza godrà solo chi riuscirà a coltivare l’arte della vita, perfezionandola senza vendersi.

Eppure nessun Paese, e nessun popolo, può guardare alla prospettiva di questa età dell’oro senza un filo di apprensione.

Da troppo tempo ci alleniamo a combattere, non a divertirci. Per l’uomo medio, che non ha particolari talenti e nemmeno più radici nella terra, o nelle venerate convenzioni di una società tradizionale, tenersi occupato rappresenta un problema tremendo. A giudicare dal  comportamento e dai risultati delle classi agiate di oggi, in ogni angolo del mondo, le prospettive non sono rosee. E ricordo che si tratta, per così dire, della nostra avanguardia — del drappello mandato in avanscoperta a piantare le tende nella terra promessa. La maggior parte di loro — tutti quelli che hanno un reddito, e però nessun legame con gli altri, nessun dovere, nessun obbligo — ha fallito, va detto, in modo disastroso: non sono riusciti a risolvere il problema.

Sono convinto che con un po’ di esperienza in più noi arriveremo a trarre da questa nuova abbondanza molto più profitto di quanto non facciano i ricchi di oggi, riuscendo a stilare un programma di vita molto migliore del loro.

Ancora per moltissimi anni l’Adamo in noi sarà cosi forte che ciascuno, per tenerlo buono, sentirà di dover lavorare ancora un po’. Dovremo fare più cose per noi di quante non ne facciano oggi i ricchi, così soddisfatti delle loro piccole incombenze, dei loro compitini, delle loro abitudini da poco.

E dovremo fare di virtù necessità – mettere il più possibile in comune il lavoro superstite. Turni di tre ore, o settimane di quindici, potranno procrastinare per un po’ il problema. Tre ore al giorno dovrebbero bastare per placare l’Adamo.

Dobbiamo aspettarci grandi cambiamenti anche in altre sfere. Nel momento in cui l’accumulazione di ricchezza cesserà di avere l’importanza sociale che le attribuiamo oggi, i nostri codici morali non saranno più gli stesi. Saremo finalmente in grado di buttare alle ortiche molti pseudo principi che ci affliggono da duecento anni, e che ci hanno spinto a far pasare alcune fra le più ripugnanti qualità umane per virtù eccelse.

Potremo finalmente permetterci di assegnare al desiderio di denaro il suo giusto valore. L’amore per il denaro, per il possesso del denaro — da non confondersi con l’amore per il denaro che serve a vivere meglio, a gustare la vita —, sarà, agli occhi di tutti, un’attitudine morbosa e repellente, una di quelle inclinazioni a metà criminali e a metà patologiche da affidare con un brivido agli specialisti di malattie mentali. E finalmente saremo liberi di accantonare tutte le abitudini sociali e le pratiche economiche che oggi decidono chi si arricchisce e chi no, e di quanto — tutto ciò insomma che abbiamo mantenuto in vita a ogni costo, per quanto disgustoso o ingiusto ci apparisse, ritenendolo essenziale all’accumulazione di capitale.

Naturalmente continueranno a esistere molti individui determinati e insoddisfatti, che non trovando surrogati accettabili continueranno a inseguire la ricchezza a ogni costo. Ma tutti gli altri — cioè noi — non saremo più tenuti a battere le mani, o a incoraggiarli. Questo anche perché potremo indagare più liberamente di quanto ci sia concesso fare oggi il vero carattere della “determinazione” di cui la natura ha dotato gran parte di noi. La determinazione è ciò che ci spinge a considerare il risultato delle nostre azioni in un futuro più o meno lontano, e a trascurare la loro qualità, o i loro effetti immediati sull’ambiente che ci circonda. L’uomo “determinato” si proietta su un’immortalità fittizia e illusoria, dove i suoi atti raggiungeranno un risultato. Non ama il gatto che ha in casa, ma i suoi gattini; anzi neanche, i gattini dei gattini, e così via fino alla fine dell’era felina. La marmellata per lui esiste solo in barattolo, e non è mai da mangiare oggi. E proiettando la marmellata nel futuro è convinto di garantire a quella che prepara oggi una specie di immortalità.

Non so se ricordate il professore di Sylvie e Bruno:

 
“È solo il sarto, signore, col suo piccolo conto” disse una vocina da dietro la porta.
“Ecco, vedete, lo sistemo subito,” disse il professore ai bambini “ci metto un minuto. E quest’anno quanto sarebbe, amico mio?”. Nel frattempo, il sarto era entrato nella stanza.
“Ecco, il doppio dell’anno scorso, che era il doppio dell’anno prima” disse il sarto un po’ confuso. “Insomma, penso che sia ora di pagare. Sarebbero duemila sterline, ecco”.
“Oh, ma cosa volete che sia” disse il professore come se davvero non gli importasse, e anzi toccandosi la tasca come fosse solito portare quella somma con sé. “Ma non preferite aspettare un altro annetto, e arrivare a quattromila? Pensate come sareste ricco! Quasi come un re!”.
“Come un re magari no, però di sicuro sarebbero un bel po’ di soldi. Quasi quasi aspetto”.
“Ma certo!” disse il professore. “Questo si chiama buon senso! Allora arrivederci, amico mio!”.
“Ma le vedrà mai, quelle quattromila?” domandò Sylvie non appena la porta si chiuse dietro il creditore.
“Mai, bambina mia,” rispose il professore con una certa enfasi “continuerà a raddoppiare fino al giorno della sua morte. Sai, vale sempre la pena di aspettare ancora un anno, se poi intaschi il doppio”.
   

Forse non è un caso che la razza più strenuamente determinata a fondare i propri credo religiosi sulla promessa di immortalità abbia fatto tutto quanto in suo potere per il principio dell’interesse composto, e ami sopra ogni altra cosa l’istituto più proiettato nel futuro che esista.

A questo punto, penso che siamo liberi di recuperare alcuni princìpi religiosi e valori più solidi, e tornare a sostenere che l’avarizia è un vizio, l’usura un comportamento reprensibile, e l’avidità ripugna; che chi non pensa al futuro cammina più spedito sul sentiero della virtù e della saggezza. Dobbiamo tornare a porre i fini avanti ai mezzi, e ad anteporre il buono all’utile. Dobbiamo onorare chi può insegnarci a cogliere meglio l’ora e il giorno, quelle deliziose persone capaci di apprezzare le cose fino in fondo, i gigli del campo che non lavorano e non filano.

Ma, attenzione, il tempo non è ancora venuto. Per almeno un altro centinaio di anni dovremo fingere con noi stessi che il bene è male, e il male bene; perché il male è utile e il bene no. Per un altro po’, i nostri dèi continueranno a essere gli stessi, perche solo l’avarizia, l’usura e la precauzione possono condurci oltre il tunnel della necessità economica, a vedere la luce.

Dunque guardo a quei giorni, spero non troppo remoti, in cui il più grande cambiamento mai occorso nella storia e nella vita sociale dell’uomo si avvererà. Ma si avvererà un po’ alla volta, senza catastrofi. In realtà è già cominciato. A poco a poco, gruppi di individui sempre più ampi si liberano dalla necessità. La soglia critica verrà raggiunta quando questa condizione sarà diffusa a tal punto che inevitabilmente cambieranno i doveri di ciascuno verso il prossimo. Perché sotto il profilo economico rimarrà ragionevole continuare a fare per gli altri quello che non servirà più fare per se stessi.

Il passo al quale raggiungeremo questo stato di beatitudine economica dipenderà da quattro elementi: la capacità   controllare l’aumento della popolazione, la determinazione nell’evitare guerre e tensioni sociali, la disponibilità ad affidare alla scienza il governo di ciò che propriamente le compete, e il tasso di accumulazione fissato nel margine fra produzione e consumo; punto quest’ultimo che si realizzerà da solo, al realizzarsi degli altri tre.

Nel frattempo, sarà bene prepararci al nostro destino, e sperimentare — nell’arte, nella vita, e nelle attività utili.

Al momento, quel che più conta è non sovrastimare l’importanza del problema economico, o sacrificare alle sue presunte necessità altre materie di maggiore e più duraturo significato. L’economia deve rimanere una materia per specialisti — come l’odontoiatria. Sarebbe davvero magnifico se gli economisti riuscissero a pensarsi come una categoria di persone utili e competenti: come i dentisti, appunto.

    

  

Il testo è tratto da

  

John Maynard Keynes

Possibilità economiche

per i nostri nipoti

Adelphi, 2009

   

Il prezioso libricino di appena 52 pagine, contiene anche un altro godibilissimo scritto:

  

Guido Rossi

Possibilità economiche

per i nostri nipoti?

  

  

 

 

    

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