Pensieri inattuali

   

  

Le basi materiali dell’individualismo 

(Parte Prima  – Genealogia e fenomenologia)

  

Un servo della gleba, uno schiavo o un abitante di un villaggio primitivo in cui la sopravvivenza era legata all’azione collettiva della raccolta, della caccia e della difesa da nemici ed estranei, non avrebbero mai potuto possedere una concezione dell’individuo come quella diffusa oggi.

È la dimostrazione, semplice ed evidente, di come le concezioni ideologiche e le opinioni che l’uomo ha di se stesso e del mondo nascono in pratiche specifiche e non nei limbi celesti su cui ambisce muoversi certa diffusa speculazione.

Marx diceva che solo nella società contemporanea, quella in cui si sviluppano i rapporti sociali più forti, l’individuo può isolarsi.

Ce ne sarà un motivo?

E su che basi materiali, su quali pratiche reali, si basa l’ideologia dell’individualismo radicale e stupido che, rifuggendo da azioni solidaristiche, trova rifugio nel proprio orticello o fra le mura della propria casa? Come è possibile dimenticare i legami che ci stringono attraverso il lavoro, la distribuzione e il consumo, consentendo la vita di ognuno?

Come si potrebbe vivere senza i beni che altri ci mettono a disposizione, senza insegnanti che educhino i nostri figli, senza medici che curino le nostre malattie?

Fu il primo romanticismo, quello di Rousseau, a porre al centro dell’attenzione l’individuo in un’accezione moderna, con i suoi sentimenti, le sue passioni, i suoi bisogni e diritti. Furono poi gli economisti classici e i filosofi liberali inglesi che, tra sette e ottocento, ripresero e svilupparono il tema. Il romanticismo, al contrario, prese – da questo punto di vista – una brutta piega perché sfociò nell’idealismo. L’individuo concreto fu dissolto in un Io, un Assoluto, da cui nascerebbe ogni cosa, il mondo così com’è e il suo ordine. L’unico, fra i seguaci di Hegel, che tentò un recupero e un riscatto del singolo individuo fu Max Stirner ma, pregno di hegelismo (Marx, nell’Ideologia Tedesca lo chiama san Max), lo confonde con l’Unico 1, una sorta di nuovo uomo, di eroe, di distruttore e costruttore di mondi che avrebbe poi allettato molti anarchici da una parte e, dall’altra, i sogni della Volontà (Schopenhauer) e della Potenza (Nietzsche).

Ma la storia dell’uomo non è la storia delle idee dell’uomo. La storia dell’uomo è la storia delle sue pratiche, l’insieme cioè delle modalità complesse e reticolari che nel corso della sua esistenza utilizza per organizzarsi e riprodursi.

Queste pratiche sono generate da particolari relazioni che, in epoche di trasformazioni socio economiche, prendono il sopravvento su quelle in uso precedentemente. Dopo l’iniziale, solitamente violento e imposto cambiamento, pratiche e relazioni si stabilizzano grazie al diffondersi di apparati burocratici e militari, di servitori stipendiati e verminosi lacchè, da una nuova legislazione costruita ad hoc e dal diffondersi di pensieri (visioni del mondo) apologetici, aventi come compito il far apparire universale ed eterna la realtà vissuta in quel particolarissimo frangente. Si diffonde così un pensiero unico dominante che però non è mai l’unico pensiero. La realtà è complessa e contraddittoria e si riflette nella complessità e molteplicità dei modi del pensare. Di fronte alla compostezza e sistematicità del pensiero unico, queste forme altre appaiono caotiche, confuse, a volte spariscono e a volte ritornano cariche e dense come nuvole prima del temporale. In alcuni casi sono capaci di anticipare il futuro e di indicare percorsi da seguire, ma non sono mai prodotte da veggenti o maghi. Nella stragrande maggioranza dei casi si limitano ad indicare pratiche già vissute in parti del mondo lontane, a trarre insegnamenti preziosi da civiltà che solitamente vengono spacciate per inferiori e quindi unificano l’umanità in un grande progetto di rinnovamento a partire da ciò che già esiste. Basta sapersi guardare attorno ma sempre ben al di là del proprio giardinetto.

   

“L’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.” 2

  

Questa complessità del pensiero, che non è mai decifrabile in termini di determinismo economico, né di un immediato e meccanico rispecchiamento di ciò che accade nel mondo, come alcuni faciloni pseudo-marxisti hanno per anni pensato, è la causa del suo apparire svincolato dalla realtà. Come se avesse una sua vita e una storia propria.

Il compito dei filosofi è di rimetterlo con i piedi per terra, ma per far ciò devono svelare le contraddizioni della realtà, le relazioni e le sinergie che si sviluppano fra gli uomini nella società, la complessità delle pratiche di vita, da cui nascono, in tempi non immediatamente coincidenti e in modalità diversificate dalla specificità delle contingenze, le varie, complicate, sfaccettature del pensiero.

L’idealismo classico tedesco sfocia nella conservazione politica, arrivando sino alla turpe teorizzazione di uno Stato etico per svariati motivi che, in questa sede, non possiamo neppure elencare. Last but not least fu il ruolo assunto dallo Stato in Germania, assai diverso che in Francia o in Gran Bretagna. L’economia tedesca doveva farsi strada in un mondo già occupato ed invaso da merci prodotte altrove. Aveva bisogno di uno Stato capace di imporsi, prima militarmente per creare un vasto mercato interno e poi con dazi e balzelli sulle merci provenienti dall’estero (protezionismo). L’aspetto militaresco – burocratico che attraverso una ferrea gerarchia garantisce ordine interno e combattività condivisa verso l’esterno, è la pratica della nascitura Germania, collocata storicamente nella seconda metà dell’800, nello stesso periodo in cui sorgeva anche l’Italia. Come meravigliarsi del pensiero dei suoi maggiori cattedratici e del destino atroce a cui andrà incontro e che, perlomeno in parte, condividerà con l’Italia stessa?

Rousseau, che viveva in un altro mondo, non anticipava i tempi: egli si avvedeva semplicemente di quanto stava accadendo.

    

“Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l’idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avesse gridato ai suoi simili: «Guardatevi dall’ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!» 3

    

Le energie individuali sono predominanti nello sviluppo industriale e civile franco/inglese, pur non potendo prescindere da uno stato ugualmente forte. Ma l’unità nazionale s’era fatta ormai da trecento anni e il mercato interno funzionava bene. In Francia e in Gran Bretagna lo Stato è il garante della pax interna che soffoca ogni ribellione – ce ne furono tante per tutto l’Ottocento – e, insieme, è l’ombra nera che con potenti eserciti, sta dietro alle varie Compagnie delle Indie e simili che nacquero come funghi in autunno. La penetrazione nel mondo incivile e barbaro fu imposta senza riguardi, né pietà. Furti di materie prime, di esperienze e conoscenze e utilizzo di schiavi al di là di ogni morale e dei missionari cristiani sempre presenti, furono normalità imposte dal progresso e dalla civiltà. In cambio vennero offerte cianfrusaglie come ideologie, religioni Vere  e vetrini colorati.

I misfatti commessi furono enormi e meriterebbero ben altro che scuse o rimborsi: il solo piccolo Belgio nel giro di due decenni, a partire dal 1880, causò per lo sfruttamento intensivo del Congo dieci milioni di morti su una popolazione totale di circa 20/25 milioni.

(Vedi  il sito di peacelink)

La prosperità di gran parte d’Europa si basa su orribili misfatti perpetrati su uomini e natura in ogni parte del globo.

Nonostante ciò percepiamo il liberalismo inglese come una teoria progressista e, per quei  tempi, addirittura rivoluzionaria. Ovviamente tutt’altra cosa è il liberismo che, a parlarne bene, può essere classificato come una mistificante fandonia. L’individuo singolo non esiste: un individuo privo di qualsiasi relazione con altri individui è solo un’invenzione letteraria. Su di esso non si possono costruire teorie. Le scempiaggini partorite da illustri accademici sono state giustamente definite da Marx robinsonate. Quando costoro invocano meno Stato e più mercato mentono sapendo di mentire: lo Stato, checché ne dicano i buffoni liberisti camuffati da tecnici in ogni epoca storica fino a quella dei loden, ha avuto un ruolo predominante e continua ad averlo, anche in epoca di globalizzazione come l’attuale, nel costruire, sostenere ed espandere l’economia capitalistica. Stato moderno e sistema economico capitalistico sono imprescindibili l’uno dall’altro. 4

Il liberalismo fu, invece, una grande conquista perché diede una lettura della realtà che non poteva prescindere dall’individuo. E, d’altra parte, come avrebbe potuto non tenerne conto? Chi erano stati coloro che in Gran Bretagna e Francia avevano recintato i primi terreni, coloro che, per dirla con Karl Polany, avevano reso la terra per la prima volta nella storia dell’uomo, una semplice merce?  5

    

“I tentativi di riforma agraria, incentrati sulla rottura con le antiche servitù collettive, furono, nel XVIII secolo, un fenomeno europeo, in nessuna angolo del continente, è vero, conobbero la medesima intensità e il medesimo successo che in Gran Bretagna, ma dovunque, se non altro vi si pose mano” 6

    

Marc Bloch descrive in modo esemplare il passaggio, collocato nella Francia del ‘700, tra le pratiche alternative del contadino e quelle del moderno agricoltore e le mette in relazione con la nascita dell’individualismo e della moderna concezione di libertà.

    

“La libertà di chiusura [di recinzione] si conciliava troppo bene con l’idea dei diritti dell’individuo che avevano gli uomini della rivoluzione per non essere avvertita da loro come un articolo di fede.” 7

    

Il liberalismo non negò mai la verità dello Stato dispotico moderno e, anzi, tentò di giustificarne la necessità. Lo Stato, identificato con il Leviatano, tremendo mostro biblico, è necessario perché gli uomini lasciati soli si sbranerebbero l’un l’altro. Per evitare il caos lo Stato deve essere l’unico detentore della forza affinché possa garantire l’ordine costituito e, insieme, una pacifica coesistenza fra cittadini. Ma sono pur sempre costoro che in accordo fra loro sanciscono il patto con cui evitano l’uso privato della forza e delegano allo Stato questo enorme potere. Sono pur sempre i cittadini che, liberamente, decidono di diventare sudditi in cambio di una protezione che garantisca loro i diritti individuali.

Recentemente sono state mosse critiche a questa concezione sottolineando come alla base di essa ci sia una visione antropologicamente negativa. Sarebbe falso sostenere che l’uomo sia cattivo per natura, nonostante la Bibbia e il suo peccato originale e nonostante le letture di grandi uomini come sant’Agostino e Martin Lutero. 8

Ma a noi interessa ben poco stabilire se l’uomo sia di natura buono o cattivo. A noi interessa scoprire perché il cittadino preferisce occuparsi dei fatti propri delegando ad altri la gestione della cosa pubblica. Perché non capisce che la gestione della cosa pubblica, che significa programmare non solo tasse ma anche politiche industriali, legiferare a favore o contro l’estendersi dei diritti, gestire enormi fondi per sprechi e spese inutili, piuttosto che per incrementare il benessere dei cittadini, determina i suoi propri affari più di quanto lui stesso possa mai fare. La risposta a queste domande sta tutta nella capacità dello Stato di mantenere una pace sociale in uno Stato di diritto capace di garantire ad ognuno pari libertà e opportunità. Il successo del liberalismo sta appunto in questo: nella sua capacità di garantire uno stato di benessere economico e di democrazia politica capace di soddisfare la maggioranza della popolazione. Il come ci sia riuscito non ha mai interessato nessuno, né a sinistra, né  tantomeno a destra, ma gli orribili misfatti di cui più sopra si parlava pesano come macigni sulle coscienze degli occidentali i quali saranno chiamati a restituire il maltolto sulla cui base hanno costruito le loro fortune e la miseria degli altri.

La critica del liberalismo non può essere costruita sulla base di una (forse) sua sbagliata concezione antropologica. La sua critica va costruita svelando ciò che nasconde. E ciò è possibile utilizzando anche l’accademia ma, senza perdersi in essa, e solo per confrontarsi con la realtà.

Gli uomini non sono tutti uguali. In una società di mercato hanno potere contrattuale diverso. Il loro potere aumenta con l’aumentare del loro reddito. Le loro opportunità aumentano con l’aumentare del loro tenore di vita. E ovviamente ciò significa anche che il diritto e la giustizia non possono prescindere dalla solvibilità del cittadino. Così come la scuola e la salute. Così come, in generale, qualsiasi diritto.

Sono tutte banalità, queste. Ma non sono riconosciute come tali. Il liberalismo, così come la rappresentazione che oggi l’uomo comune ha di sé, confondono l’uomo con l’Uomo.

Gli economisti, che negli ultimi anni hanno vinto la loro partita con i politici imponendo la loro legge, sono andati oltre, fra l’indifferenza o il consenso complice delle maggioranze che si sono succedute.

    

“Ringalluzziti dall’insperato ripescaggio, gli economisti si sono spinti oltre, proponendosi come sacerdoti dell’ordinamento giuridico: e con la Law and Economicis – l’analisi economica del diritto – hanno addirittura tentato di sostituire lo Stato di diritto con un inquietante Stato dell’economia, nel quale le norme si giudicano solo con criteri di efficienza e sulla base della formuletta costi/benefici.” 9

   

Guido Rossi scriveva nel 2009: oggi possiamo dire che il tentativo è andato in porto.

Le pratiche quotidiane, quindi, delegittimano e criticano a fondo il liberalismo svelando il suo formalismo ed astrattismo che nasconde le reali disuguaglianze in cui gli uomini sono costretti a vivere. La ricchezza di alcuni è possibile grazie alla miseria di molti. La povertà è oggi la categoria unificante la gran massa degli uomini che vive su tutto il globo.

Ma perché, nonostante tutti gli uomini – o almeno la stragrande maggioranza di essi – percepiscono le evidenti ineguaglianze, le ingiustizie e le miserie che la nostra società genera non più solo in lontani e poveri paesi, ma addirittura nel mondo privilegiato dell’Occidente democratico e cristiano, accettano comunque di essere sudditi e di espropriarsi di ogni potere decisionale? Perché accettano quella che Ètienne de La Boétie nel lontano 1552/53 definiva già con tanta perspicacia servitù volontaria?

(Vedi “Il contro uno o Discorso sulla servitù volontaria” nel mio sito.

E quali sono le vere basi materiali su cui regge la convinzione che, nonostante tutto, ognuno può costruirsi un proprio futuro basandosi sulle sue singole forze individuali?

Su quali basi poggia la convinzione di avere cotanta libertà di fare?

    

    

   

1 Max Stirner – L’unico e la sua proprietà – Adelphi, 1999

2 Kar Marx – Prefazione a Per la critica dell’economia politica – Editori Riuniti – 1974- pag 5/63

3 Jean-Jacques Rousseau - Discorso sulle origini della disuguaglianza fra gli uomini – Feltrinelli,1979 – pag 72.

4 Per chi volesse farsi un’idea: Noam ChomskyAnno 501, la conquista continua – Gamberetti Editrice, 1993

5 Karl Polany – La grande trasformazione – Einaudi

6 Marc Bloch – La fine della comunità e la nascita dell’individualismo agrario – Jaca Book ,1977 – pag. 75

7 Marc Bloch – Ibidem – pag. 115

8 Marco Revelli – La politica perduta – Einaudi, 2003

9 Guido Rossi – Possibilità economiche per i nostri nipoti? In John Maynard Keynes – Possibilità economiche per i nostri nipoti – Adelphi, 2009

    

     

                                                        Giuseppe Laino     

    Ferno, 30 giugno 2013

   

   

   

   

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