Un po’ di compassione

per restare umani

  

   

Dalle lettere di Rosa Luxemburg (1895/1917)

           

     

 

Ogni rivoluzionario, sognando un mondo migliore, ripone una gran fiducia nell’uomo. Possiede una grande sensibilità e una altrettanto grande dignità, perciò rifiuta la realtà che è pregna di dolore e miserie. Anche quando le sue condizioni gli consentono una vita agiata, quel dolore e quella miseria diffuse sono percepite da lui come proprie. La  sua intelligenza e la sua azione quotidiana gli consentono un presente decoroso, umano, e gli regalano la certezza di un mondo diverso e più giusto per il futuro.

Rosa Luxemburg fu una grande rivoluzionaria.

Appartenne all’altra metà del cielo, quella più ampia, più bella, più forte, intelligente e sensibile.

Quella che racchiude il mondo migliore che tutti ci auguriamo.

 

A parte la prima citazione e le ultime due, tratte da suoi articoli, le altre sono tratte tutte da sue lettere.

  

   

   

L’attività rivoluzionaria più spietata e l’umanità più generosa, questo solo è il vero respiro del socialismo. Bisogna abbattere un mondo, ma ogni lacrima versata, anche se è stata asciugata, è un’accusa; e una persona che perseguendo uno scopo troppo importante calpesta un verme per brutale mancanza di attenzione, commette un delitto”

Rosa Luxemburg, in «Rote Fahne» (Bandiera rossa), dicembre 1918, cit. in Paul Frölich, Rosa Luxemburg, La Nuova Italia 1969, p. 230).

   

  

A Leo Jogiches – Parigi 21 marzo 1895

[…] Vedi come sei cattivo, sento che ogni più stupida parola sull’impegno ti interessa due volte, che dico, 10-100 volte di più dei miei sfoghi personali. Soprattutto se si tratta dal Pps, [Partito Socialista Polacco] allora i tuoi occhi brillano subito, al contrario di quando succede quando ti scrivo di me, che sono stanca e che mi struggo, ecc. [….] Sicuramente non comprenderai granché di queste parole, ma ti spiegherò al mio ritorno. E ora per inaugurare il mio terrorismo: ricordati, sii buono! Scrivi lettere tenere, buone, non darmi del voi, che detto da te equivale a una volgarità. Non scimmiottare le mie lettere, sii umile e degnati di esprimermi amore, senza timore di abbassarti dandomi oggi qualcosina in più. Non aver né paura né vergogna d’esprimere i tuoi sentimenti (se ora ne provi, perché su questo non ti faccio alcuna pressione) temendo forse che io li tenga in poco conto.

Impara un po’ a genufletterti nel tuo intimo non solo quando ti chiamo a braccia aperte, ma anche quando ti volto le spalle. In una parola, sii più generoso, più magnanimo nell’anima, prodiga un po’ più generosamente i tuoi sentimenti. Lo esigo! […]

   

       

A Leo Jogiches – Parigi 6 marzo 1899

[…] La cosa che mi ha fatto più piacere è il passo in cui scrivi che siamo ancora giovani e che sapremo sistemare la nostra vita personale. Ah, amore mio adorato, come desidero che tu mantenga questa promessa!…

Un piccolo appartamento per noi, i nostri mobili, la nostra biblioteca; un lavoro tranquillo e regolare, le passeggiate assieme, ogni tanto all’opera, una cerchia ristretta di amici da invitare qualche volta a cena, ogni estate un mese in campagna senza alcun lavoro!… (e forse anche un piccolo, un bambino? Non potremo mai averlo? Mai? Caro, sai cosa mi e successo ieri mentre passeggiavo al Tiergarten? Senza esagerare! Mi si e parato davanti un bimbo di 3-4 anni, con un grazioso abitino e tutto biondo, e ha cominciato a guardarmi. Improvvisamente ho avvertito un folle desiderio di prendere quel bimbo e fuggire veloce a casa e tenermelo. Ah! caro, non avrò mai un bambino?!). […]

    

    

A Leo Jogiches –

[Senza data. Dal contesto: Berlino-Frieaenau, intorno al 13 gennaio 1900]

[…] Mio caro. Sei proprio bravo! Cominci con lo scrivermi una lettera estremamente sgradevole e quando naturalmente ti rispondo in tre parole (e con stizza), allora mi dici: ”il tono della tua cartolina non mi invoglia a scriverti più a lungo”…

In generale non ti accorgi che tutta la tua corrispondenza è di pessimo gusto; il contenuto e solo una lezione noiosa, pedante, come “le lettere del maestro al caro alunno”. Capisco che tu voglia farmi delle osservazioni critiche, capisco la loro utilità in generale e anche in certi casi la loro necessità. Ma, per l’amor di dio, la tua è diventata una malattia, una mania! Non posso descriverti nulla, un solo pensiero, un solo fatto, senza che tu mi risponda pontificando nel modo più noioso e scoraggiante. Si tratti dei miei articoli, delle mie visite, del mio soggiorno presso i Winter, degli abbonamenti ai giornali, dei miei vestiti, dei rapporti con la mia famiglia, insomma, tutto quanto mi riguarda e di cui voglio parlati si trasforma in lezioni di morale e in istruzioni. Alla fine e davvero noioso!

Oltretutto è unilaterale, perché per quanto riguarda te non mi dai argomenti per criticare e dare lezioni, né io ho la voglia e il cattivo gusto di somministrartene, non più di quanto del resto tu abbia voglia di ascoltarmi, se mi succede a volte di farti dei rimproveri. Per esempio, qual è il senso della tirata di ieri: “a proposito dei tuoi compiti nel movimento tedesco e nella tua attività letteraria, così come nelle tue occupazioni “di casa”, per non degradarti sia intellettualmente che politicamente”…??

Sarebbe molto più interessante che tu mi scrivessi che cosa hai scovato alla fin fine “a proposito dei tuoi compiti” e che cosa leggi tu per non degradarti. Temo che, a giudicare dallo spirito e dal contenuto delle tue lettere, questa possibilità incomba molto più su di te a Zurigo che su di me a Berlino. Che idea ripugnante volermi salvare ogni settimana dal pericolo del «degrado»!

Questo è il risultato della tua vecchia mania che si è fatta sentire fin dall’inizio, a Zurigo, e ha fondamentalmente guastato la nostra vita insieme, la mania di moralizzare: ti senti sempre autorizzato a farmi la predica e a svolgere il ruolo dell’educatore. I tuoi consigli e le tue critiche attuali in relazione alla mia “attività” qui vanno oltre i limiti permessi anche a un amico molto vicino e si trasformano nuovamente in una sistematica tiritera. Di conseguenza, non posso che alzare le spalle ogni volta ed evitare quindi di menzionare nelle mie lettere tutto ciò che non sia indispensabile, per non provocare in cambio lezioni scoraggianti. E quale altro senso possono avere ai miei occhi i tuoi moniti se dipendono ogni volta dal tuo umore? Piccolo esempio tipico: la settimana scorsa, in una lettera mi sono lamentata di essermi impelagata, mio malgrado e anche contro voglia, in un’amicizia personale con i Kautsky. Allora mi hai risposto che questa amicizia ti rendeva felice: sia! Di colpo, nella tua ultima lettera a proposito della serata dai Kautsky che ti avevo descritto, ma non certo con lo scopo di [avere un] “giudizio critico”, ti diffondi in lungo e in largo sulla nocività e l’inutilità dell’amicizia con i K. ecc. Come conciliare le due cose? È semplice, eri di buon umore la prima volta, di cattivo la seconda, e hai visto immediatamente tutto nero, occorreva seduta stante salvarmi dal pericolo del “degrado”, ecc. Ultima osservazione: in generale rispetto solo i consigli e i principi che il consigliere applica per primo. Quindi, scrivendomi le tue osservazioni, degnati sempre di aggiungerei notizie che ti riguardano (per esempio, riguardo ai progressi del tuo esame di libera docenza, del tuo lavoro intellettuale sistematico, dell’abbonamento e della lettura dei quotidiani «del paese natale», ecc. ecc,).

Vedi, che strigliata ti ho dato! Oh! Oh! Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino; goccia dopo goccia, la misura è colma; non mettere il dito tra l’incudine e il martello, il paiolo rimprovera la pentola ed è il primo ad annerirsi, e potrei citarti tanti altri proverbi autenticamente polacchi, ma temo che tu non capisca questo linguaggio nostrano.

Quindi ne aggiungerò solo uno, ideato dal signor Jowialski: più il gatto è vecchio, più ha dura la coda. Mi rimetto alla tua intelligenza per trarre tutte le lezioni, perché come dicono in Polonia: a buon intenditore poche parole… […]

    

   

A Luise Kautsky – Prigione di Zwickau, metà settembre 1904)

[…] È sera, una dolce brezza scende nella mia cella dalla finestra, agita dolcemente il mio paralume verde e gira lentamente le pagine di Schiller  aperto sul mio tavolo. Fuori in strada un cavallo viene lentamente riportato nella scuderia: il rumore ritmico e lento dei suoi zoccoli sul selciato risuona nel silenzio del crepuscolo. Da molto lontano, quasi impercettibili, mi giungono i bizzarri suoni di un’armonica, camminando sui quali; un apprendista calzolaio “fischia” un valzer. Nella mia testa risuona una strofa che ho letto recentemente non so più dove:

Rannicchiato tra gli alberi è il tuo piccolo giardino 
Dove rose e garofani attendono il tuo amante
Rannicchiato tra gli alberi è il tuo piccolo giardino

Non comprendo affatto il senso di queste parole; non so neanche se hanno un senso, ma mi cullano, con la brezza che sfiora i miei capelli come una carezza, mi immergono in un singolare stato d’animo. Questa brezza, traditrice, mi attrae, mi trasporta di nuovo lontano… Io stessa ignoro dove. La vita gioca con me un eterno nascondino. Mi sembra sempre che non sia in me, non dove mi trovo io, ma da qualche parte lontano. […]

    

    

A Leo Jogiches

[Senza data. Dal contenuto: Berlino-Frieaenau, 20 ottobre 1905]

[…] Ieri sera, per uno strano caso, ho aperto la scatola che contiene sia le ultime lettere di mamma e papà, che le lettere di Andzia e Jozef [Luxemburg] di questo periodo, le ho rilette tutte, ho pianto fino ad aver gli occhi pesti e mi sono addormentata con una gran voglia di non risvegliarmi. Soprattutto ho odiato tutta questa “politica” a causa della quale […] per settimane non ho risposto alle lettere di mio padre e di mia madre, non avevo mai tempo per loro a causa  delle mie preoccupazioni mondiali (e ciò dura ancora) e ti ho odiato perché mi hai incatenato per sempre a questa maledetta politica. (Mi   sono ricordata come, su tuo consiglio, scoraggiassi la signora Lübek a venire a Weggis perché non mi distogliesse dal finire quell’articolo che  doveva fare epoca per il Sozialistische Monatshefte, mentre veniva a   trovarmi con la notizia della morte di mia madre!). Vedi come scrivo sinceramente. Oggi ho fatto una passeggiata al sole e sto un po’ meglio.

Ieri ero pronta a lasciare in un sol botto questa maledetta politica, o meglio questa cruenta parodia della vita “politica” che conduciamo, e a mandare a quel paese il mondo intero.

Una specie di idiota culto di Baal e nient’altro, in cui si sacrificano intere vite umane alla propria frenesia, al proprio muco intellettuale. Se credessi in Dio, sarei certa che ci castigherebbe severamente per questi tormenti. […]

   

    

A Hans Diefenbach – 1° novembre 1914

[…] Ecco innanzitutto un breve resoconto di ciò che mi riguarda, visto che lo volete. Il mio stato d’animo disperato dell’inizio è già migliorato. Non che veda le cose più rosee o che ci sia motivo di gioire, al contrario. Ma la brutalità del primo shock che si subisce, si smussa quando gli shock diventano quotidiani. È molto evidente che il Partito e l’Internazionale sono spacciati, completamente spacciati, ma è proprio l’ampiezza immensa del disastro che ne fa un dramma storico mondiale, che può essere affrontato solo con un giudizio storico obiettivo e rende fuori luogo i gesti personali di cattivo umore: inutile insomma strapparsi i capelli. 1

Beninteso, ciò non impedisce affatto di provare in ogni istante una sofferenza insopportabile ogni volta che si è testimoni di meschinerie e d’infamie degli “amici” di un tempo e del degrado inaudito della stampa. Ma, in compenso, mi resta la convinzione interiore — a dispetto d’ogni altra cosa — di potermi consolare soddisfacendo i miei modesti bisogni personali: un buon libro, una camminata nella campagna di Südende nel bel tempo autunnale, come quella che un tempo facevo con Hannesle nei prati, e infine la musica. Ah, la musica! Come mi risulta difficile esserne privata e con quale nostalgia ci penso! […]

Il 1° agosto 1914 la Germania entrò in guerra. L’intero gruppo del Partito Socialdemocratico Tedesco presente in parlamento, votò in favore dei crediti di guerra richiesti dal governo del  Reich. Due giorni prima i Liberi Sindacati, di orientamento socialista avevano già annunciato il rifiuto di scioperi per aumenti salariali per tutta la durata della guerra.  La decisione dei sindacati e del partito rese di fatto possibile la mobilitazione dell’esercito tedesco. I pacifisti, Rosa Luxemburg in testa, vissero come una grande tragedia l’evento che segnò la fine di un’epoca.

      

    

A Mathilde Jacob – 23 febbraio 1915

[…] Sono molto contenta di alzarmi prestissimo (alle 5:40) e aspetto soltanto che il signor Sole voglia seguire il mio esempio per poter approfittare un po’ di questa alzata mattutina. Ciò che è ancora più bello è che passeggiando nel cortile vedo e ascolto gli uccelli: tutta una banda di pappagalli insolenti che fanno talvolta un tale chiasso che mi stupisce non vedere scagliarsi contro di loro un agente di polizia: “bang”; poi due o tre merli ma, tra loro, il signore col becco giallo canta molto diversamente dai merli di Südende: è un tale capogiro, unito agli schiamazzi, che si è obbligati a ridere. Forse in marzo e aprile gli verrà un po’ di pudore e imparerà a fischiare come si deve. (In questo momento della mia lettera non posso evitare di pensare ai miei poveri passeri che non trovano più la loro piccola tavola imbandita sul balcone e devono restare tutti sgomenti appollaiati sulla balaustra. [Rosa era in carcere] In questo passaggio della mia lettera dovete obbligatoriamente versare qualche lacrima: la scena è veramente troppo toccante!).

Cara signorina Jacob, vi faccio il più grande onore che posso fare a un comune mortale: sto per affidarvi la mia Mimì! [Il gatto di Rosa] Ma bisogna aspettare alcune informazioni che riceverete dal mio avvocato. Dopo le quali dovrete portarla tra le vostre braccia (soprattutto non in un cesto o in una borsa!!!), trasportarla in auto con l’aiuto della signora che viene a farmi le pulizie — meglio sarebbe che portaste con voi questa signora (intendo dire durante il viaggio, non per tutta la vita): lei penserà a imballare le cose di Mimì (la sua piccola cesta, la sabbia, la scodella, alcune stuoie e soprattutto, soprattutto una poltroncina di panno rosso alla quale è molto affezionata). Potreste caricare tutto nell’auto. […]

     

    

A Geltrude Zlottko – 7 agosto 1915

[…] Il vostro vaso di fiori con l’iperico, le ginestre ed i garofani rosso vivo è sul mio tavolo; mi evoca i più bei ricordi. Era veramente una bella primavera ed una bella estate quando tornavamo il mattino dai campi, con le braccia cariche di giganteschi mazzi di fiori. Avete soltanto dimenticato le sagome di ombre cinesi con le quali avevamo ornato il «vaso» e che facevano una grande impressione agli ospiti. Il piccolo disegno all’inizio di questa lettera vi dimostrerà che sono rimasta fedele al mio ideale di vita, vi sono attaccata con una nostalgia ancora più grande di prima. Aspettate, quando questo piccolo idillio si realizzerà le vostre preoccupazioni spariranno. Ridete e dubitate?

Soprattutto che non vi capiti quello che vi è successo quando ho provato invano ad imitare il grido delle oche. Immaginatevi che qui, nelle vicinanze, c’è da qualche parte un’oca, voglio dire una vera oca con le piume. A volte grida, e mi incanta; questo si verifica, ahimè! troppo raramente. Sapete perché amo tanto questo? Ve lo rivelerò: lo schiamazzo delle galline o lo starnazzare delle anatre hanno i toni autenticamente materni e premurosi di animali da molto tempo addomesticati. Ma il grido dell’oca ricorda ancora decisamente l’uccello selvatico, non addomesticato, che migra in inverno verso il sud; fa pensare al volo orgoglioso, al richiamo amoroso da distanze lontane… In verità quando sento questo grido inarticolato dell’oca, qualcosa in me sussulta di nostalgia: la nostalgia di che? Molto semplicemente di orizzonti lontani, del mondo. Santo dio, per tutti i diavoli! Non posso volare così lontano, lontano da qui lontano come un’oca selvatica! Vi porterei subito con me. Nel frattempo, abbiate cura di voi e camminate a testa alta. […]

    

       

A Luise Kautsky – Prigione di Barnimstrasse, 18 settembre 1915

[…] Ho trovato commovente che tu legga il mio vecchio libro con interesse e ne sono stata orgogliosa! Ma mi ha fatto ridere leggere il tuo avvertimento: proibizione di discuterne con te. Credi dunque che abbia adesso minimamente in mente il mio libro? Assolutamente no, quando l’ho scritto e stata come un’ubriacatura: dalla prima all’ultima riga, te lo giuro, ho mandato in stampa la mia prima bozza senza rileggerla, tanto ero stata presa dall’argomento. Esattamente come la pittura sei anni fa; a quel tempo, dalla mattina alla sera non facevo altro che sognare di dipingere. Ma quando il libro e stato terminato, tutto e finito: non mi è rimasto più per niente in mente. Sto rileggendo apposta la parte che tu mi segnali per vedere quello che ti è potuto piacere; mi e sembrato che non fosse mio. Questa sensazione proviene esattamente dal fatto che il libro per me è stato un così grande avvenimento. Due anni fa — questo non lo sai assolutamente — ho cominciato un’altra passione: a Südende sono stata presa dalla passione per le piante, mi sono messa a raccoglierle, a pressarle, a erborizzare. Per quattro mesi non ho letteralmente fatto altro che vagare nella campagna o classificare ed identificare a casa le piante che riportavo dalle mie lunghe camminate. Attualmente possiedo dodici erbari stracolmi e mi ritrovo molto bene nella “flora indigena”, per esempio in quella del cortile della nostra infermeria in cui crescono due o tre arbusti e delle erbacce per la gioia delle galline e mia. Vedi, bisogna che abbia sempre un soggetto che mi assorba dalla testa ai piedi e so bene che un simile comportamento non è consono ad un personaggio importante, da cui ci si aspetta sempre — ecco proprio il suo destino! —  qualche manifestazione di intelligenza. Anche tu, mia cara, non vuoi sentir parlare di questa “felicita in un dolce isolamento” ed ironizzi per questa concezione. Bisognerà pure che qualcuno mi creda quando affermo che era, in fondo, destinata a custodire le oche e che se volteggio nel turbine della storia è solo per sbaglio. Devi credermi! Mi capisci? E non sono assolutamente d’accordo quando mi scrivi in tono rassegnato che “tu non puoi essere per me di nessun aiuto”. Ma se tu sei e devi essere  il porto (e non è poco!) – quando il diavolo mi viene a prendere di nascosto – affinché possiamo chiacchierare e ridere insieme e chiedere a Hans di suonarci Le nozze di Figaro! Perché è necessario, non è vero? […]

    

   

A Mathilde Wurm – Fortezza di Wronke, Posnania, 28 dicembre 1916

[…] Avete “troppa poca energia”, dici malinconicamente. “Troppa poca” non e male. Voi non avete “energia” per nulla, voi strisciate. Non è una differenza di grado, ma di essere. Al fondo “voi” appartenete ad un’altra specie zoologica dalla mia e la vostra natura noiosa, scontrosa, vile, il vostro modo di fare sempre tutte le cose solo a metà, non mi è mai stato cosi estraneo, non l’ho mai tanto detestato quanto adesso.

Sareste veramente pronti a qualche “audacia”, scrivi, anche se verreste sbattuti in prigione e “ciò quindi non servirebbe a un granché”. Ah! Che animi miserabili, che animi da bottegai siete: sareste completamente disponibili a vendere un pizzico “di eroismo”, ma soltanto “in contanti”, quando non tocchereste altro che tre monetine arrugginite: è sempre necessario che sul registro contabile si veda “a cosa serva”. Non è stata pronunciata per voi la frase di quell’uomo onesto e semplice: “Sono qui, non posso agire diversamente.  Che Dio mi venga in aiuto aiuto”. [Martin Lutero] Per fortuna non sono stati i vostri simili a fare la storia del mondo, altrimenti non avremmo avuto la Riforma e saremmo senz’altro ancora all’ancien régime.

Per quanto mi riguarda, senza essere mai stata particolarmente tenera, in questi ultimi tempi sono diventata dura come l’acciaio. Ormai né in politica né per le scelte dei miei amici farei la minima concessione. […]

È sufficiente come augurio dell’anno nuovo? Per il resto, sforzati quindi di restare un essere umano. È veramente questo l’essenziale. E con questo voglio dire: essere forti, lucidi e contenti, sì contenti nonostante tutti e tutto, poiché lamentarsi è cosa da deboli. Restare un essere umano, cioè gettare, se necessario, gioiosamente tutta la propria vita «sulla grande bilancia del destino» ma allo stesso tempo rallegrarsi per ogni giornata di sole, per ogni bella nuvola. Ahimè! Non conosco la ricetta che permetterebbe di comportarsi come un essere umano, so solo come lo si è e tu lo sapevi, anche tu, ogni volta che andavamo per qualche ora a passeggiare nella campagna di Südende, mentre i raggi del tramonto illuminavano i campi di grano. Il mondo è così bello malgrado tutti gli orrori e sarebbe ancora più bello se non vi fossero sulla terra dei vigliacchi e dei codardi. Sì, vieni ti abbraccio comunque, perché tu sei, nonostante tutto, un bravo ragazzo. Buon anno! […]

      

       

A Hans Diefenbach – Fortezza di Wronke, Posnania, 7 gennaio 1917

[…] Il dramma di Sillenb [Si riferisce alla separazione dell’amica Clara  Zetkin e il suo secondo marito]  è stato per me un colpo più duro di quello che potete immaginare. Un colpo portato alla mia pace interiore ed alla mia amicizia. Mi esorterete alla compassione. Sapete che sento e soffro per ogni creatura: quando una vespa scivola nel mio calamaio, la lavo tre volte nell’acqua tiepida, poi la faccio asciugare al sole sul balcone per darle un po’ di vita. […] Ma di più, la mia pietà come la mia amicizia hanno dei confini molto netti: finiscono inesorabilmente laddove comincia la meschinità. In effetti i miei amici devono sottomettere alle esigenze più rigorose non soltanto la loro vita ufficiale ma anche la loro vita privata, la più privata. Ora enunciare grandi frasi sulla “libertà individuale” e nella vita privata asservire un’anima umana con una passione insensata, questo non lo capisco e non lo perdono. […]

    

    

A Hans Diefenbach – Fortezza di Wronke, Posnania, 5 marzo 1917

[…] In realtà attraverso adesso un periodo abbastanza duro. È esattamente come l’anno scorso, a Barnimstrasse: per sette mesi tengo duro e all’ottavo mese i miei nervi crollano all’improvviso. Ogni giorno da passare diventa una piccola montagna che bisogna scalare: la minima cretinata mi irrita dolorosamente. In effetti tra cinque giorni saranno otto mesi pieni del mio secondo anno di solitudine. In seguito sicuramente, come l’anno scorso, la vita riprenderà la sua strada, tanto più che si avvicina la primavera. Del resto tutto sarebbe più facile da sopportare se non mi  dimenticassi la legge fondamentale che mi sono prefissata come regola di vita: essere buoni, ecco l’essenziale! Essere buoni, molto semplicemente. Ecco che comprende tutto e che vale di più di tutta l’intelligenza e la pretesa di avere ragione. Ma qui chi mi riporterà all’ordine visto che anche Mimì è assente? [la gatta di Rosa]  A casa capiva come rimettermi sulla retta via lanciandomi un lungo sguardo silenzioso, così bene che ogni volta mi affrettavo ad abbracciarla (che non vi dispiaccia) e a dirle: “Hai ragione tu, essere buoni, questo è l’essenziale!” Quindi se a volte vi accorgete dal mio silenzio, o da quello che dico, che faccio il broncio o che sono di cattivo umore, ricordatemi l’esortazione di Mimì e date il buon esempio: siate buono voi stesso, anche se non lo merito… […]

     

    

A Hans Diefenbach – Fortezza di Wronke, Posnania, 27 marzo 1917

[…] Ho l’abitudine di non disperare mai a lungo di poter raggiungere l’inaccessibile. Mi attacco al presente ed alle bellezze che mi offre con tutta la mia anima. D’altronde il periodo peggiore è già passato. Respiro più liberamente; il fatale ottavo mese si è concluso ieri. Qui abbiamo avuto una giornata assolata e serena, anche se un po’ fresca. Nel mio piccolo giardino il groviglio fitto dei cespugli privi di foglie brillava ai raggi di sole con tutti i colori dell’arcobaleno. Nello stesso tempo le allodole cantavano molto in alto nel cielo; nonostante il freddo e la neve, la primavera faceva capolino. Quindi mi e venuto in mente che l’anno scorso, nello stesso periodo, ero ancora in libertà ed intorno a Pasqua ascoltavo con Karl [Liebknecht] e sua moglie la Passione secondo San Matteo nella chiesa della Gamison.

Ma che bisogno c’era di Bach e della Passione secondo San Matteo? In una tiepida giornata di primavera semplicemente vagabondo per le strade  della mia cara Südende — credo che nel mio quartiere tutti conoscano la mia abitudine di andare a zonzo sognante — con entrambe le mani nelle tasche della mia giacchettina, senza scopo, soltanto per bighellonare ed assimilare la vita da tutti i pori: dalle case si sente il rumore dei materassi battuti per le pulizie di Pasqua, da qualche parte una gallina starnazza molto forte, alcuni giovani scolari si rincorrono in mezzo alla strada con risate e grida acute, un tram ansimante che passa rumorosamente lancia nell’aria un breve fischio familiare, un camion carico di birra discende la via con frastuono, mentre gli zoccoli dei suoi cavalli, con un ritmo regolare, martellano il ponte della ferrovia ed i passeri cinguettano con grande rumore. Tutto questo nella luce del sole compone una sinfonia, un “inno alla gioia” come nessun Bach, nessun Beethoven è capace di restituire: ed il mio cuore gioisce, trepidante di gioia per la più piccola sciocchezza.

Mi sono fermata accanto ad altri curiosi davanti alla piccola stazione di Südende dove si riuniscono sempre un po’ di capannelli. Vi ricordate? A sinistra il fioraio, a destra il tabaccaio. Come è meravigliosa la confusione di colori della vetrina del fioraio! La graziosa venditrice mi sorride dall’interno al di sopra dei fiori che vende ad una signora; mi conosce bene non passo mai senza comprare un piccolo mazzo di fiori, con i miei ultimi centesimi. Alla finestra del tabaccaio sono attaccati i biglietti della lotteria; non sono stupendi? Sorrido divertita nel vedere i biglietti delle scommesse delle corse dei cavalli. All’interno del negozio, la cui porta è aperta, qualcuno (per cinque centesimi) parla molto forte al telefono: “Sì. Come? Allora sì verrò alle 5. Arrivederci. Addio”. Come è simpatica questa voce con la erre moscia, questa banale conversazione!

Trovo divertente che questo signore arrivi alle 5 da qualche parte. Quasi vorrei gridargli: “Ditegli buongiorno da parte mia, per favore — a non so chi. Come volete…”. Due anziane donne si sono fermate qui, con dei cesti sottobraccio, chiacchierano con espressioni abituali e misteriose da cospiratrici. Le trovo affascinanti… All’angolo della strada il venditore di giornali, magro e cieco da un occhio, si strofina le mani e grida in modo automatico il suo abituale ritornello: Vossche Zeitung illustrato… Passo in effetti ogni giorno di lì per andare alla scuola del partito. Quando il cielo è grigio, quest’uomo ed il suo accento mi fanno sprofondare nella disperazione. Ed ogni volta mi dico che in vita mia non farò mai più qualcosa di sensato. Adesso che il sole di aprile inonda tutto, trovo il “giornale illustrato” emozionante e sorrido al venditore come ad un vecchio amico… Comprando il suo Vossche cerco di compensare tutti gli sguardi corrucciati che gli ho lanciato durante l’inverno. .. All’altro angolo, c’e un piccolo ristorante Schultheiss con le persiane gialle sempre abbassate, i vetri sporchi e nascosti dietro le tende, e i tavoli messi sulla ghiaia nel giardino antistante, con le loro eterne tovaglie a quadri rossi e blu che generalmente mi provocano una tale malinconia che evito di passarci per non sciogliermi in lacrime. Questi tavoli mi sembrano adesso quasi carini. Vedete come la luce e le ombre dei rami dell’acero vicino vanno e vengono furtivamente su di essi! Può esistere qualcosa di più affascinante? E qui la porta del panificio cigola sempre quando si apre e si chiude. Delle donne di servizio, dei bambini piccoli entrano e ne riescono carichi di sacchetti di carta bianca. Questo brusio incessante associato in qualche modo al profumo appetitoso della pasticceria ed al cinguettio dei passeri sulla strada non dà l’idea di qualcosa di buono, di naturale? Non sembra dire: “Sono la vita e la vita è bella”?. .. Adesso dal panificio davanti al quale mi sono fermata vedo uscire l’anziana nonna del calzolaio della mia strada, tutta curva. Mi interpella con la sua bocca: sdentata: “Signorina, avevate promesso che sareste venuta un giorno il prendere il caffè da noi”  (a Südende tutti mi chiamano “signorina”, non so perché). La capisco appena ma accetto con gioia di andare un giorno “a prendere il caffè». Lo prometto. Quindi annuisce sorridendo e la sua anziana figura tutta rugosa e raggiante.  “È sicuro, verrete?». Me lo grida ancora una volta. Signore! Come tutti sono gentili e buoni! Ecco che un’altra signora mi dice buongiorno, una signora che non conosco affatto, e si volta sorridendo. Probabilmente con il mio aspetto raggiante di buonumore e le mie mani nelle tasche ho l’aria un po’ bizzarra. Ma cosa importa! Esiste maggiore felicità di andare a zonzo per la strada senza scopo, al sole della primavera, le mani nelle tasche ed un piccolo mazzo di fiori da dieci centesimi nell’asola? Hänschen, credo che Poznan sia ad est di Wronke. Il sole di aprile arriva prima da voi. Mandatemelo al più presto, così mi farà scoprire ancora una volta le meraviglie della vita che si incontrano dappertutto nelle strade e mi restituirà la bontà, la pace e la lucidità.

R.

    

    

A Hans Diefenbach – Fortezza di Wronke, Posnania, 23 giugno 1917

[…] La c’era da vedere ancora qualcosa di bello: un pettirosso si è posato sul muro proprio dietro di me e si e messo a cantarmi un motivetto. In generale gli uccelli sono per il momento completamente presi dalle preoccupazioni familiari e solo di tanto in tanto uno di loro fa sentire la propria voce, come oggi, tutto di un tratto, il piccolo pettirosso che mi aveva fatto visita solo qualche volta nel mese di maggio. Non so se conoscete abbastanza bene questo piccolo, uccello ed il suo canto: ho imparato a conoscerlo meglio qui, come d’altronde molte altre cose, e lo preferisco incomparabilmente all’usignolo tanto decantato. Il canto strepitoso dell’usignolo assomiglia troppo a quello di una prima donna, fa troppo pensare al pubblico, ai trionfi inebrianti, agli inni di lodi entusiaste. Il pettirosso ha una flebilissima voce delicata e canta una melodia strana, intima, che assomiglia ad un richiamo, ad una sveglia; vi ricordate il suono lontano e liberatore della trombetta nella scena della prigione di Fidelio che, per così dire, squarcia l’oscurità della notte? È più o meno questo che fa immaginare il canto del pettirosso, ma addolcito da un tremolio di una dolcezza infinita, così bello che sembra completamente velato, come il ricordo di un sogno svanito.

Il mio cuore letteralmente freme di piacere e di sofferenza quando sento questo canto e subito vedo la mia vita ed il mondo sotto una luce nuova, come se le nuvole si dissipassero ed un raggio di sole cadesse sulla terra.

Oggi, questo piccolo canto delicato sul muro, che non e durato più di mezzo minuto, ha riempito il mio cuore di una tale dolcezza, di una tale tenerezza. Mi sono dispiaciuta immediatamente di tutto il male che ho mai potuto fare a degli esseri umani, tutta la durezza di sentimento o di pensiero di cui ho potuto dare prova. Ho deciso una volta in più di  essere buona, molto semplicemente buona, ad ogni costo: è meglio che “avere ragione” o tenere il conto esatto di ogni piccola vessazione. […]

    

    

A Hans Diefenbach –  6 luglio 1917

[…] Dio mio, non ho forse abbastanza motivi per essere riconoscente e felice mentre il sole brilla e gli uccelli cantano la vecchissima canzone di cui ho capito il senso così bene? Colui che più spesso mi ha ricondotto alla ragione è un piccolo compagno di cui vi invio l’immagine. Questo fusto dall’espressione ardita, dalla fronte dritta e dallo sguardo sagace si chiama Hippolais, in tedesco “uccello del pergolato” o anche “burlone del giardino”. L’avete sicuramente già ascoltato da qualche parte, perché fa volentieri il suo nido ovunque ci siano giardini frondosi e parchi. Solamente non l’avete notato, comportandovi come la maggior parte degli uomini che passano a fianco alle cose più incantevoli dell’esistenza senza prestarvi attenzione. Questo uccello è un eccentrico decisamente singolare. Per esempio, non produce come gli altri un canto o una melodia, ma è un arringapopolo nato. indirizza al giardino dei discorsi con voce forte, velata dà un’esaltazione drammatica; usa passaggi bruschi, crescendo patetici. Pone le domande più incredibili, poi si affretta a darsi delle risposte assurde, sostiene le affermazioni più coraggiose, contraddice con foga opinioni che nessuno ha posto, sfonda porte aperte, poi subito grida: “Non l’ho già detto? Non l’ho già detto?”. Immediatamente dopo, avverte solennemente tutti coloro che vogliono o meno ascoltarlo: “Vedrete! Vedrete!” (in effetti ha l’intelligente abitudine di ripetere due volte ogni battuta). Non disdegna intanto di mettersi a squittire, come un topo preso in trappola, o di scoppiare in una risata che sembra satanica e produce un effetto incredibilmente comico provenendo da quella minuscola gola. Per farla breve, non si stanca di far riecheggiare il giardino delle più entusiasmanti sciocchezze e, nel silenzio che regna durante i suoi discorsi, sembra di vedere gli altri uccelli scambiarsi delle occhiate e alzare le spalle. Io sola mi astengo da questo gesto, ma rido ogni volta di piacere gridando: “Bel rimbambito!”.

[…]

Una sola cosa mi tormenta: mi dispiace gioire da sola di tanta bellezza!

Vorrei gridare fortissimo oltre il muro: «Oh, vi prego, ammirate questa splendida giornata! Non dimenticate, anche se siete molto occupati, anche se attraversate il cortile solo nella fretta del vostro lavoro quotidiano, non dimenticate di alzare velocemente la testa e di gettare uno sguardo su queste immense nuvole argentate e sul calmo oceano blu in cui galleggiano. Ammirate dunque l’aria carica dell’alito appassionato degli ultimi fiori di tiglio e la luminosità e lo splendore che inondano questa giornata, perché questa giornata non ritornerà più, mai più! Vi è offerta come una rosa al culmine della fioritura che giace ai vostri piedi in attesa di venire raccolta e poggiata sulle labbra.

R.

     

    

A Sonia Liebknecht –  Carcere di Breslau 2 agosto 1917

[…] Mi chiedete “come si diventa buoni”, come fare a mettere a tacere il “diavoletto” nel proprio intimo? Sonichka, non conosco altro mezzo che collegarsi alla gioia ed alla bellezza della vita che costantemente ci circondano, se appena sappiamo usare gli occhi e le orecchie, e che creano l’equilibrio interno che permette di superare tutto quello che è spiacevole e meschino…

In questo preciso momento mi sono interrotta un momento a guardare ìl cielo; il sole e già molto basso dietro l’edificio e in alto ondeggiano, dio solo sa venute da dove, miriadi di nuvole piccolissime che si sono unite senza rumore, il cui contorno è d’argento brillante ed il cuore di un delicato grigio, e che si sparpagliano da tutte le parti andando verso nord.

C’è tanta di quella spensieratezza e freschezza allegra nel volo di queste nuvole che sono obbligata a sorridere a mia volta; d’altronde bisogna sempre che viva al ritmo della vita che mi circonda. Davanti ad un cielo come questo, come si può essere “cattivi” o meschini? Non dimenticatevi mai semplicemente di guardarvi intorno e vi sentirete sempre tornare ad essere “buona”. […]

   

   

A Sonia Liebknecht –  24 novembre 1917

[…] So che per ogni essere umano, per ogni creatura, la propria vita è il solo “bene, l’unico bene di cui dispone e ogni moscerino che si calpesta senza accorgersene è ogni volta la fine del mondo; per gli occhi di questo moscerino che si spengono e come se la fine del mondo annientasse ogni forma di vita. No, vi parlo delle altre donne affinché non sottovalutiate il vostro dolore, non lo denigriate, affinché non capiate male voi stessa e non deformiate l’immagine che avete di voi stessa. Oh, come vi capisco quando ogni bella melodia, ogni fiore, ogni giornata di primavera, ogni notte di luna risveglia in voi la nostalgia e il desiderio di ciò che c’e di più bello in ciò che il mondo ha da offrire. E come capisco che siate innamorata “dell’amore”! Per me, l’amore e stato (o è?…) sempre più importante, più sacro dell’oggetto che lo suscita. Perché permette di vedere il mondo come una fiaba splendida, perché fa emergere dall’essere umano ciò che vi è di più nobile e di più bello, perché eleva ciò che vi e di più comune e umile e lo adorna di brillanti e perché permette di vivere nell’ebbrezza, nell’estasi. […]

     

    

A Sonia Liebknecht –  Prima del dicembre 1917

[…] È un anno che Karl [Liebknecht] e in prigione a Luckau. In questo mese ci ho pensato spesso; giusto un anno fa eravate da me a Vr.[onke], mi regalaste un bell’albero di Natale… Quest’anno me lo sono fatto acquistare ma me ne è stato portato uno misero, gli mancano i rami… niente a che vedere con quello dell’anno scorso; non so come potrò appendervi le otto candele che mi sono procurata. E il mio terzo Natale in gattabuia, mi raccomando non prendetela tragicamente. lo sono calma e allegra come al solito.

Ieri sono rimasta sveglia a lungo – attualmente non riesco mai ad addormentarmi prima dell’1 di notte, ma sono costretta ad andare a letto alle 10 perché spengono la luce — e nell’oscurità ho sognato diverse cose. Ieri, quindi mi dicevo: e strano che io viva sempre in una felice ebbrezza senza ragioni particolari. Per esempio, sono distesa qui, in questa cella oscura, materasso duro come la pietra, mentre mi circonda l’abituale pace da cimitero che regna nell’edificio; c’è da credersi in una tomba, mentre attraverso il vetro, sul soffitto, si disegna il riflesso della lanterna che arde tutta la notte davanti alla prigione. Ogni tanto si sente il rumore davvero assordante di un treno che passa in lontananza oppure, molto vicino, sotto le mie finestre colpi di tosse della sentinella che, calzata dei suoi pesanti stivali lentamente fa qualche passo per sgranchirsi le gambe.

Sotto i suoi piedi lo scricchiolio della sabbia è così disperato che, nella notte umida e buia, si avverte il vuoto e l’assenza di prospettive di vita. E io giaccio sola e in silenzio, avviluppata dai tanti veli neri delle tenebre, dalla noia dell’inverno che tiene prigionieri; eppure il mio cuore batte, scosso da una gioia interiore sconosciuta incomprensibile, come se, attraversassi un prato fiorito inondato di sole. E nel buio sorrido alla vita, come se conoscessi qualche magico segreto che smentirà tutto quanto c’è di cattivo e triste ed esplodo in un mondo di luce e di felicità. E al tempo stesso, mi interrogo sulla ragione di questa felicità; non ne trovo affatto e non osso impedirmi di sorridere ancora di me. Credo che questo segreto non sia altro che la vita stessa; la notte profonda è così bella e morbida come velluto purché la si sappia guardare bene. E anche lo scricchiolio della sabbia umida sotto i passi pesanti e lenti della sentinella risuona della canzone della vita, una piccola e bella canzone: purché la si sappia ascoltare bene. In questi momenti io penso a voi e mi piacerebbe tanto trasmettervi questa chiave magica, affinché percepiate sempre e in qualsiasi situazione il lato bello e gioioso della vita, affinché anche voi viviate nell’ebbrezza e camminiate come in un prato iridescente. Lungi da me l’idea di proporvi ascetismo, felicità immaginarie. Vi auguro tutte le gioie dei sensi. Semplicemente, vorrei darvi in più la mia inesauribile serenità interiore, affinché non siate più inquieta e affrontiate la vita avvolta da un mantello trapunto di stelle che vi protegga da tutto ciò che c’e di meschino, volgare e angosciante.

Avete raccolto nel parco di Steglitz un bel mazzolino di bacche nere e viola—porpora. Le bacche nere potrebbero essere di sambuco — le sue bacche pendono in pesanti fitti grappoli tra grandi fasci di foglie piumate, le conoscete certamente — oppure più verosimilmente di ligustro, esili ed eleganti pannocchie di bacche, dritte e con piccole foglie verdi, strette e abbastanza lunghe. Le bacche viola-porpora nascoste sotto delle foglioline potrebbero essere del nespolo nano; in realtà sono rosse, ma in questa fase della stagione, già un po’ ammaccate e troppo mature, prendono spesso dei toni di un viola—rossastro; le foglioline assomigliano a quelle del mirto, piccole, lanceolate, la faccia superiore verde scuro, simile a cuoio, quella inferiore ruvida.

Sonioucha, conoscete la poesia di Platen “Forca fatale”? Potreste portarmela o inviarmela? Karl un giorno ha detto d’averla letta a casa. Le poesie di George sono belle; ora so da dove e stato tratto il verso: “E sotto il fruscio del grano erubescente…” che voi recitate di solito quando passeggiamo nei campi. Quando capita, potreste ricopiarmi il racconto “Amadis”?‘ Mi piace tanto questo poema – naturalmente grazie al lied di Hugo Wolf – ma non l’ho qui con me. State leggendo ancora La leggenda di Lessing? Io ho ripreso la storia del materialismo di Lange, per me sempre suggestiva e rinfrancante. Mi piacerebbe tanto che un giorno la leggeste.

Ah! mia piccola Sonia, qui ho provato un dolore acuto. Nel cortile in cui passeggio arrivano ogni giorno dei veicoli  di sacchi con vecchie divise da soldato e camicie spesso macchiate di sangue…

Vengono scaricate qui prima di dividerle nelle celle in cui le prigioniere le rammendano, poi le ricaricano sulla vettura per portarle all’esercito.

Qualche giorno fa arrivò uno di questi veicoli tirati non da cavalli, ma da bufali. Era la prima volta che vedevo questi animali da vicino. La loro struttura è più robusta e più ampia di quella dei nostri buoi, hanno il cranio piatto e corna incurvate verso il basso; la loro testa tutta nera con i grandi occhi dolci assomiglia più a quella dei montoni nostrani. Sono originari della Romania e costituiscono bottino di guerra… I soldati che conducono il carretto raccontano che è stato molto difficile catturare questi animali che vivono allo stato brado e più difficile ancora aggiogarli per trainare pesi. Queste bestie abituate a vivere in libertà sono state orrendamente maltrattate fino al punto da capire che hanno perso la guerra: l’espressione vae victis si applica anche a questi animali… Un centinaio di queste bestie si troveranno ora perfino a Breslavia. Quelle che erano abituate ai rigogliosi pascoli della Romania, oltre ai colpi ricevono per nutrimento solo foraggio di pessima qualità e in quantità del tutto insufficiente. Le fanno lavorare senza riposo, facendo loro trainare ogni sorta di carretto e con questo ritmo non durano a lungo. Qualche giorno fa, quindi, uno di questi veicoli carico di sacchi entrò nel cortile. Il carico era cosi pesante e c’erano tanti sacchi pieni che i bufali non riuscivano a superare la soglia del portone. Il soldato che li accompagnava, un tipo brutale, iniziò a colpirli così violentemente col manico del suo frustino che la guardiana della prigione indignata gli chiese se non avesse pietà delle bestie. E di noialtri, chi ha dunque pietà? rispose, con un sorriso cattivo sulle labbra, ricominciando a colpire con forza… Alla fine, le bestie fecero uno sforzo e riuscirono a superare l’ostacolo, ma una di queste sanguinava… Sonichka, lo spessore della pelle dei bufali e proverbiale, eppure era lacerata.

Mentre si scaricava il veicolo, le bestie restavano immobili, sfinite, e uno dei bufali, quello che sanguinava, guardava dritto davanti a sé e, sul muso scuro dagli occhi neri e dolci, aveva un’aria da bimbo in lacrime.

Era esattamente l’espressione di un bambino che viene punito duramente e non sa per quale motivo né perché, che non sa come scappare dalla sofferenza e dalla forza bruta… Ero, davanti a lui, l’animale mi guardava, le lacrime colavano dai miei occhi, erano le sue lacrime.   Davanti al dolore di un fratello caro è impossibile non essere scossi dai più dolorosi singhiozzi come lo ero io nella mia impotenza davanti a questa muta sofferenza. Quanto erano lontani i pascoli della Romania, quei pascoli verdi, rigogliosi e liberi, quanto erano inaccessibili, perduti per sempre. Come tutto laggiù — il sole sorgente, le belle grida degli uccelli o il richiamo melodioso dei pastori —, come tutto era diverso. E questa orribile città straniera, la stalla opprimente, il fieno disgustoso e ammuffito misto a paglia putrida, questi uomini sconosciuti e terribili e i colpi, il sangue colante dalla piaga aperta… Oh! mio povero bufalo, povero amato fratello, siamo qui entrambi così impotenti, così inebetiti e il dolore, l’impotenza, la nostalgia fanno di noi un solo essere.

Nel frattempo, le prigioniere si affannavano attorno al carro scaricandolo dai pesanti fardelli, portandoli nell’edificio  Quanto al soldato, con le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni iniziò a percorrere il cortile a grandi passi, un sorriso sulle labbra, fischiando un ritornello popolare. E davanti ai miei occhi vidi passare la guerra allo stato puro

Scrivete presto, vi abbraccio, Sonichka.

Vostra Rosa.

Sonioucha, mia cara, state calma e allegra nonostante tutto. La vita è cosi, e occorre prenderla con coraggio, senza soffrire e con il sorriso… nonostante tutto. Buon Natale.

R.

         

         

    

       

        

“Si rivela qui non soltanto la generale insufficienza del primo immaturo stadio della rivoluzione, ma anche la difficoltà propria di questa rivoluzione proletaria, la peculiarità di questa situazione storica. In tutte  le rivoluzioni precedenti i contendenti entravano in lizza con la visiera alzata: classe contro classe, programma contro programma, stendardo contro stendardo. Nell’attuale rivoluzione i difensori del vecchio ordinamento non entrano in lizza sotto lo stendardo caratteristico delle classi dominanti, ma sotto lo stendardo di un ‘partito socialdemocratico’.

Se la questione fondamentale suonasse apertamente e onestamente: capitalismo o socialismo, oggi non sarebbe possibile nessuna esitazione, nessun dubbio, nella grande massa del proletariato.”

Rote Fahne, 21 dicembre 1918  (cit. nel mio Problemi teorici e politici dell’organizzazione di massa in Rosa Luxemburg – pag.  91)

       

      

      

     

     

“La rivoluzione proletaria può pervenire a piena chiarezza e maturità soltanto per gradi, passo a passo, lungo la via crucis delle proprie amare esperienze, attraverso vittorie e sconfitte.”

Dal programma di Spartakus e del neonato Partito Comunista Tedesco.
cit. nel mio Problemi teorici e politici dell’organizzazione di massa in Rosa Luxemburg – pag. 88

    

    

   

    

     

“Tutta la strada del socialismo – per quel che riguarda le battaglie rivoluzionarie – è disseminata di patenti disfatte. E pure irresistibilmente questa stessa storia passo a passo porta alla vittoria finale! Dove staremo oggi senza quelle ‘sconfitte’, dalle quali abbiamo attinto  esperienza storica, scienza, forza, idealismo! [...] Avviene con le lotte rivoluzionarie l’esatto contrario che con le lotte parlamentari. Nelle spazio di quattro decenni abbiamo avuto in Germania in sede parlamentare solo delle ‘vittorie’, siamo passati addirittura di vittoria in vittoria. E il risultato ne fu, al momento del la grande prova storica del 4 agosto [Inizio della Grande Guerra]: una disfatta politica e morale catastrofica, un crollo inaudito, una bancarotta senza esempi. [….]

Ordine regna a Berlino! Stupidi sbirri! Il vostro ordine è costruito sulla  sabbia. La rivoluzione già da domani di nuovo si rizzerà in alto con fracasso e a vostro terrore annuncerà con clangore di trombe ‘io ero, io sono, io sarò!’ “

   
L’ordine regna a Berlino. Ultimo articolo di Rosa, scritto tra il 14/15 gennaio 1919, poche ore prima che venisse trucidata dalla soldataglia agli ordini del governo socialdemocratico.
cit. nel mio Problemi teorici e politici dell’organizzazione di massa in Rosa Luxemburg –  pag. 90
 
              
 
            
 
         
 
         

Le lettere di Rosa Luxemburg sono tratte dal bel volume:

     

Rosa Luxemburg -  …so soltanto come si è umani – lettere 1891-1918 – Prospettiva edizioni,  2008

 

       

L’ultima lettera, quella famosa dei bufali, è pubblicata singolarmente nel bellissimo volumetto

Rosa Luxemburg – Un po’ di compassione – Adelphi, 2007.

Questo è un libricino prezioso perché contiene brevi, ma pregnanti, testi di Karl Kraus, Franz Kafka, Elias Canetti e Joseph Roth.

        

   

                                           Giuseppe Laino

        

Ferno, 17 giugno 2013

     

      

    

    

 

2 risposte a Un po’ di compassione per restare umani – Dalle lettere di Rosa Luxemburg

  • Giorgio scrive:

    E’ stata ed è la Madonna del ocialismo!!

  • Maria Teresa scrive:

    Sicuramente acquisterò questi libri non avevo mai letto niente di più toccante… anche io non scorderò questa giornata… perché questa giornata non ritornerà più, mai più! Vi è offerta come una rosa al culmine della fioritura che giace ai vostri piedi in attesa di venire raccolta e poggiata sulle labbra. Grazie

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