Giuseppe Laino

 

Luoghi e modi del comune

Per una critica della democrazia.

Verso un futuro consapevole

 

Postfazione di Mario Agostinelli

 

Edizioni Clandestine  -  2009

 

 

 

Indice
Premessa

Luoghi e modi del comune

Tracciati minimi per un futuro condiviso
 
Introduzione
CAPITOLO 1
     Il passato della sinistra
          L’organizzazione
               Il sindacato
               Il partito
          L’ideologia
               La volontà generale
               Oggettività del reale
               Storia e libertà
               Diritti universali
     Democrazia 1
CAPITOLO 2
     Sulla servitù volontaria dei tempi odierni
          Alcuni dati
          Politica e antipolitica
          Violenza e non violenza
     Democrazia 2
CAPITOLO 3
     Le condizioni materiali
          Il lavoro
          Produzione, distribuzione, scambio e consumo
          I modi del produrre
          I tempi del produrre
          La crisi
          Limite: lavoro e natura
     Democrazia 3
CAPITOLO 4
     Imperialismo e impero
          Un nuovo fantasma
          Flessibilità e sicurezza
          Guerra
          Similitudini
     Democrazia
          Lo Stato e potere
          Il territorio e la comunità

 

E’ un libro in cui si parla di democrazia, di lavoro, di Stato e di dignità, criticando quel che la sinistra è stata nel ‘900.Il tentativo, ambizioso, è di fondere l’economico con il politico onde prefigurare quella società di “liberi produttori” a cui Marx ha fatto riferimento nelle poche occasioni in cui ha parlato di futuro. 

Si inizia, nel primo capitolo, con  la critica ai valori attorno cui la sinistra novecentesca ha retto ed è cresciuta.  Il mito dell’organizzazione – sindacato e partito – e le sue mitologiche ideologie – volontà generale e oggettività della storia – vengono ridotte a quel che sono: armi spuntate offerte in regalo dalla cultura e dal potere dominante ai propri sottomessi sudditi.

In quest’ottica, anche i tanto osannati diritti universali, essendosi accantonata la realtà che è fatta di precise opportunità e condizioni materiali quantificabili, divengono vuote formulazioni prive di senso.

Il primo capitolo, come ogni altro che seguirà, termina trattando di democrazia.

In questa prima traccia si esamina la democrazia così com’è concepita. Una democrazia che nasce agli albori della civiltà come unione che rafforza e vincola i singoli all’interno di comunità di eguali. E’ la democrazia dei simili: avviene solo fra uomini, fra consanguinei, poi nei clan patriarcali o nelle piccole tribù. Quando la comunità si allarga e la popolazione si stratifica in classi e ceti diversi e nascono le città, nascono anche ideologie che camuffano e rendono accettabile il caos subentrato con la realtà  modificata. Fra queste, quelle che ai fini del nostro discorso hanno acquistato maggior rilevanza: il mito della rappresentatività che divide fra migliori e sudditi e quello della cittadinanza che divide fra noi e gli altri.

Nel secondo capitolo si parla di servitù volontaria a partire da alcuni dati. L’umanità è fatta di poveri, di morti di fame, di guerre e carestie. Anche la piccola parte che pensa di star bene non sta costruendo nessun futuro ai propri figli: un mondo inquinato, sull’orlo dell’implosione, e malattie del benessere in forte espansione. Non si capisce perché il disagio, l’allarme e la non osservanza di regole che conducono l’umanità al suicidio, non si generalizzino, prima che sia troppo tardi, fino a consentire nuovi orizzonti.

“Perché questa lenta morte non produce un rifiuto generalizzato, totale, categorico. Perché non conduce di per sé al riscatto, alla conquista della dignità, della libertà, della vita?” E’ la stessa domanda che si fece Étienne de la Boétie verso il 1570 quando scrisse il suo Discorso sulla servitù volontaria, apparso con il titolo Il contro Uno.

Le risposte sono molteplici, a partire da quelle che diede de la Boétie, ma a me sembra si possa dire che “quel che ci è mancato è la coscienza che il nostro ideale possa coincidere con le nostre pratiche quotidiane.” Che è lo stesso di quanto sostiene John Holloway quando afferma che il capitalismo non è stato fatto qualche secolo fa ma viene costruito ogni giorno dalle nostre semplici scelte quotidiane, ritenute a torto, necessarie, naturali e quindi eterne.

La gran colpa di questa disgiunzione fra reale e ideale è della sinistra che ha idealizzato l’avvenire e costretto all’accettazione del presente. Che ha accettato come politica solo ciò che è all’interno e quindi conserva il sistema e ha condannato come antipolitica ciò che, molto spesso, contiene l’altro e il nuovo. La pratica della non violenza, ad esempio, è il cardine su cui il nuovo agisce, contraddicendo, insieme, quel che la sinistra è stata, in sintonia con il pensiero dominante, per tutto il XX secolo.

Anche questo secondo capitolo si chiude con alcune pagine sulla democrazia.

Vi si sostiene che “l’intera storia della democrazia coincide con la storia della continua ridefinizione del concetto elasticamente inclusivo della cittadinanza.” E che essa, in tutte le  molteplici forme con cui si è determinata storicamente, ha dovuto attraversare momenti di crisi profonda perché il suo mantenimento ha sempre richiesto un costo economico molto alto, spesso insostenibile. La critica della democrazia non si fa analizzandone i meccanismi alla ricerca dell’ingranaggio da modificare. La critica della democrazia appare solo quando si svelano i suoi legami con i modi del produrre.

Ed è l’incapacità a considerare le basi materiali della democrazia a nasconderne l’essenza.

Ad esempio impedisce di svelare che “fin dalle epoche più remote, la storia del cittadino si intreccia con quella del soldato. Con chi può e deve difendere con le armi ciò che possiede, beni o privilegi che siano. … (e) che la storia delle democrazie è inevitabilmente intrecciata con quelle delle guerre.”

Il terzo capitolo parla di basi materiali e innanzi tutto di lavoro.

Il lavoro è una necessità, ci fanno continuamente credere. Ma quando si è interiorizzato ciò, ci si è trasformati ormai in sudditi. Attraverso il lavoro si genera la coercizione, il potere, il comando, la separazione fra governati e governanti. Perché con il lavoro, finora, non si è prodotto solo il suo oggetto immediato ma anche un determinato rapporto fra uomini.

Si è preferito dimenticare e accantonare Marx, così la sinistra ha potuto pensare a come liberare il lavoro e mai alla possibilità che fosse  l’umanità a doversi liberare dal lavoro.

Nemmeno quando la forza delle cose ce lo sbatte in faccia tutti i giorni: quando si dovrebbe essere costretti a prendere atto che lo stesso sviluppo capitalistico espelle lavoro diminuendo la quantità di lavoratori e aumentando la quantità di lavoro compiuta dai singoli salariati (aumento della produttività).  La sinistra politica, come lo stesso sindacato, è cieca: non capisce che è contraddittorio chiedere maggiori investimenti e nello stesso tempo la piena occupazione. Non capisce che il suo scopo dovrebbe essere ricercato fuori dalla fabbrica e non dentro. E non perché lo sosteniamo noi ma perché ci è ormai data la possibilità di ridurre il momento della produzione a un tempo di vita marginale. Non capisce, inoltre che questa possibilità si accompagna anche ad una reale esigenza perchè  lo sviluppismo infinito è un’ideologia deleteria e impraticabile che  ci terrà chiusi nella gabbia di questo malsano e marcescente mondo fino a quando non ci seppellirà crollandoci addosso.

“Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presenti.”, diceva Karl Marx nell’Ideologia tedesca. E le cose, oggi, vanno nel senso descritto da Bertrand Russell quando nella sua celebre pagina di Elogio dell’ozio scriveva che non è possibile immaginare nulla di più insensato che far lavorare pochi per molto tempo lasciando i più nell’indigenza, quando è possibile far lavorare molti per pochissimo tempo.

Le ragioni di questa insensatezza, ignote a Russell, furono da Marx individuate nel corpo stesso del capitalismo.

Oggi, però, si è andati oltre. Non solo si espelle lavoro, creando le basi di quelle crisi di sovrapproduzione che hanno attraversato fin qui lo sviluppo capitalistico, ma la crisi è provocata anche dalla finitezza del mondo in cui viviamo. I capitalismo ha raggiunto i limite del globo. Avrebbe bisogno di altri due o tre pianeti. Avrebbe bisogno di essere proiettato nell’infinito. La nostra realtà, invece, ha dei limiti. Non può prescindere dai suoi limiti.

La terza parte riguardante la democrazia, inizia con il ricordare che i limiti naturali si sono rivelati insormontabili già per molte civiltà fino al punto da causarne la morte.

Si cita Sparta, Atene e Roma. Si cita il Medio Evo protrattosi più del dovuto perché vi si innestò un ciclo che sembrò infinito, fra decenni in cui aumentava l’estensioni delle proprietà,  quindi la produzione e conseguentemente la popolazione e decenni in cui l’aumento della popolazione, causando la frammentazione della proprietà e quindi l’abbattimento della produzione, provocava carestie con milioni di morti finché si potesse poi ripartire di nuovo.  La miseria umana e civile di una tale epoca fu superata solo con la rivoluzione industriale.

Il quarto capitolo parla di imperialismo ed impero ma nella prima paginetta vuole ricordare l’epopea di chi è costretto ancora sullo sfondo: quei milioni di cittadini sparsi su tutto il globo che spaventano come fossero un nuovo spettro, perché hanno iniziato, ognuno per la propria strada, di per sé, senza alcuna illuminazione divina, senza l’appoggio di consiglieri o di leader, percorsi diversi ma capaci di delineare il nuovo.

Costoro sono destinati in  breve, ad invadere l’intera scena.

Il mondo attuale è precario e insicuro. La flessibilità, in tutte le sue forme, diviene un’ultima grande disponibilità concessa al potere che non risolve nulla, anzi aggrava la situazione: diviene il modo attraverso cui è declinata la precarietà. In questo contesto si invoca la presenza di uno Stato che dia garanzie di sicurezza contro i nemici provenienti dall’esterno e contro i disfattisti che guastano dall’interno.

Ma lo Stato è nato con il capitalismo ed è l’elemento che ha sempre consentito al capitalismo di svilupparsi. Lo Stato è l’altra faccia di una stessa medaglia. E’ il bastone su cui il capitalismo si è sempre retto. Esso può dare maggiori garanzie ai propri cittadini solo se ruba ricchezze all’esterno. Lo ha fatto con il colonialismo, con l’imperialismo. Ora che non ci sono altre terre da conquistare e altri popoli da sottomettere, si possono solo innalzare muri e creare odi e inimicizie e, infine, distruggere tutto per poi consentire una ricostruzione che non cambi in nulla e per nulla l’esistente

Lo Stato può fare e farà guerre. E le può fare meglio, più cattive, più lunghe e più distruttive, solo se coinvolge i suoi propri cittadini: cioè se assume la parvenza di una democrazia.

Questo è quel che succederà a dargli ancora credito.

Il saggio si conclude riprendendo per l’ultima volta il discorso sulla democrazia.

E’ vero che sembriamo vivere nell’epoca della democrazia: basta pensare ai 120 paesi membri dell’ONU – su un totale di 192 – che si dichiarano democratici. E’ una distorsione ottica, la nostra: la stessa che ci fa percepire in pace, nonostante le guerre numerose, le deportazioni, le migrazioni che coinvolgono milioni di uomini.

L’epoca attuale è quella in cui maggiormente servirebbe una critica alla democrazia, nuova e forte. “Quello che ci serve è una nuova pratica, che partendo da ciò che c’è, sappia costruire relazioni nuove.” Perché ci serve ben poco ripensare a Pericle senza citare le decine di migliaia di schiavi e di servi o le guerre e le sottomissioni di popoli e le città distrutte o depredate o costrette a versare tributi ad Atene. Così come ci serve poco citare i grandi padri fondatori della grande civiltà americana, nonché della democrazia contemporanea, senza chiedersi come fosse a loro possibile combattere per la libertà e la democrazia e nello stesso tempo mantenersi grazie allo sfruttamento degli schiavi e dei servi in loro possesso.

C’è bisogno di nuove pratiche attraverso cui smascherare l’arte dei venditori abituati a piazzare qualsiasi merce: dall’oggetto che non serve a nulla al programma politico impraticabile. Per sconfiggere la parola vuota di cui ogni immagine si riveste e abbellisce – cosa che confonde pubblicità e politica – servirebbero pratiche capaci di creare relazioni altre fra gli uomini.

Servirebbe ciò che solo a partire da un territorio e da una comunità può essere.

Oggi il locale è il punto in cui ricade ogni sciagurata scelta globale. E’ nel locale, nella sofferenza del singolo individuo che lì vi vive, che ricade a martellate ogni politica decisa altrove, nei luoghi globali ed eterei del potere. Ma è, proprio per questo che dal locale e dalla sua inscindibile comunità, può nascere un mondo nuovo. E che, a saper ben guardare, sta già insorgendo un po’ ovunque.

 

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