Pensieri inattuali

   

  

Territori e comunità. Un po’ di ottimismo

   

         L’articolo 49 della Costituzione Italiana legittima i partiti come elementi costituenti la nostra democrazia.1 Ma essi hanno svolto una funzione essenziale anche nella democrazia di ogni paese del mondo, a partire dalla seconda metà dell’800 e per tutto il 1900.

         Hanno saputo dar vita ad una società civile frammentata fatta da individui che singolarmente non avrebbero mai potuto far valere la propria decisione. E hanno dato voce alla disperazione e al disagio di molti che, trascinati all’interno del sistema, hanno finito con il garantirne la sopravvivenza. I partiti sono riusciti in questi scopi perché sono stati portatori di idee e ideologie, di proposte contingenti e di progetti in cui futuro e dover essere hanno saputo dare speranza e coinvolgere milioni di persone.

Hanno così fatto la democrazia rappresentativa. Sono stati i pilastri su cui questa particolare forma di gestione politica della società che, sebbene si sia manifestata e continui tuttora a manifestarsi  in ogni specifica parte di mondo in forme diverse, è l’unica che si è potuta conoscere e sperimentare in epoca moderna e contemporanea.

         Il contributo maggiore che però i partiti hanno saputo dare per il buon funzionamento della democrazia parlamentare è la selezione di una capace classe dirigente locale e nazionale.          Nonostante in molti casi gli iscritti al partito che poi assumevano i compiti di amministratori locali avessero livelli scolastici bassi, riuscivano a farsi rispettare e  in molti casi anche a vincere il contraddittorio difficile con una controparte composta quasi sempre e in gran parte da professionisti e tecnici. La sezione locale del partito era una scuola in cui si esaminavano problemi, si formulavano proposte e si faceva un gran discutere imparando così ad argomentare con logica stringente e a sostenere dibattiti allargati anche ad un pubblico più vasto.

         Oggi la fuga dai partiti è una realtà generalizzata e, a mio parere irreversibile. Anche gli ultimi dati riportati nelle elezioni amministrative del 26/27/ maggio 2013 lo dimostrano appieno.

         Cosa è successo?

         Nel caso ci si volesse accontentare di una semplificazione, non si commetterebbero comunque errori. Si semplifichi pure immaginando gli ultimi casi legati ai Lusi, ai Belsito, ai Fiorito. Ai ladroni che hanno aggirato la volontà popolare espressa in un referendum inventandosi dei rimborsi spese riscuotibili a priori e al di là di ogni effettiva spesa. Agli sprechi vergognosi della politica. E anche al malaffare che ha legato appalti e subappalti a tangenti finite nelle tasche di politici collusi e corrotti. All’immoralità, all’ignoranza, alla brutale cafonaggine, al razzismo, alla xenofobia e alla omofobia di molti politici che ricevono strette di mano, pacche sulle spalle e richieste di alleanze anche da parte di chi, forse, non meriterebbe tali vergognose accuse, ma che con atteggiamenti buonisti e politicamente corretti, omogeneizza l’intera classe dirigente nelle cloaca in cui oggi tutta si ritrova.

         Come dicevo, a semplificare non ci si sbaglia comunque, ma a voler capire serve anche dell’altro.

         Nella Germania del 1908, dopo un trentennio2 di vita del primo grande partito di massa, Max Weber, in un famoso discorso pubblico,  disse:

“C’e da chiedersi chi, alla lunga, deve temere maggiormente questa tendenza (alla burocratizzazione), la società borghese o la socialdemocrazia? Personalmente ritengo quest’ultima; vale a dire, quegli elementi che al suo interno sono i portatori dell’ideologia rivoluzionaria [...] E se le contraddizioni tra gli interessi materiali dei politici di professione da un lato e l’ideologia rivoluzionaria dall’altro potessero svilupparsi liberamente, se non si cacciassero più – come avviene oggigiorno – i socialdemocratici dalle associazioni di veterani, se li si ammettesse nell’amministrazione della chiesa da cui oggi vengono cacciati, solo allora incomincerebbero a porsi seri problemi interni per il partito. Allora [...] si rivelerebbe che la socialdemocrazia non sta conquistando le città o lo stato, ma al contrario che lo stato sta conquistando la socialdemocrazia.”

         È quello che è accaduto: lo Stato ha conquistato la rivoluzione burocratizzandola.

         In generale possiamo affermare che nelle moderne società, ogni struttura, da quella dello stesso Stato a quelle diffuse nella società civile, è retta da una burocrazia il cui ruolo cresce in quantità e qualità in proporzione all’espandersi della struttura stessa. La partecipazione dei cittadini, unico freno possibile a questa dilatazione cancerosa, tende naturalmente ad essere esclusa perché il fine prevalente diventa, man mano che il tempo passa, l’autoconservazione della struttura stessa, mentre il fine buono e moralmente corretto che sicuramente l’aveva originata, finisce con l’essere dimenticato.

I partiti politici in generale, compresi quelli italiani, nonostante i dettami della Costituzione, hanno fin dall’inizio escluso la partecipazione attiva dei cittadini costituendo le basi per strutture burocratiche molto forti. L’ideale da raggiungere, l’obiettivo da conquistare per il bene di tutti era già, fin dalla nascita e nonostante le buone intenzioni di molti, la maschera dietro la quale far crescere e conservare una struttura colma di quieti e ossequiosi burocrati.

         La conferma, nonché la spiegazione, di questa dolorosa affermazione sta nel constatare che ogni partito regge su una struttura verticistica. Le decisioni e gli ordini sono sempre pervenuti dall’alto. L’elaborazione programmatica è questione riguardante la leadership. Le scuole di partito, quelle atte a formare dirigenti, hanno finito con il sostituire le scuole vive di sezione. In quest’ultime le anime candide hanno continuato ad esistere e combattere per lungo tempo ma coloro che hanno sempre prevalso sono stati i più capaci a captare le direttive provenienti dai dirigenti provinciali, regionali o direttamente dagli organi di stampa o dai vecchi  bollettini ciclostilati emanati dai vertici. La prima cosa da farsi ogni mattina era leggere il giornale di partito per capire la linea da seguire. Di conseguenza i dirigenti locali hanno finito con l’essere selezionati non in base alle loro qualità ma in base alla loro disponibilità ad entrare passivamente in strutture che hanno appiattito i singoli, allontanato molti iscritti, escluso nuovi cittadini, ottenendo come risultato finale l’esclusione di ogni possibilità di rinnovamento.

Come meravigliarci di quanto sta accadendo?

Ma la vera domanda da porsi è cosa possiamo fare?

         I partiti si sono suicidati ma anche la democrazia che hanno costituito e dalla quale sono stati garantiti e mantenuti non gode di buona salute.

         Ho sempre pensato che il formalismo in cui le attuali democrazie stanno morendo (pericolosissimo perché potrebbe condurre, come già è accaduto in passato e in parte sta già riproponendosi oggi mascherandosi di tecnicismo, a forme autoritarie di gestione del potere) possa e debba essere contrastato con l’inserimento più o meno graduale di forme di democrazia diretta. L’insorgenza, su scala planetaria, di movimenti e comunità locali che rivendicano i propri diritti, il consapevole bisogno di entrare in armonia con il mondo (buen vivir) che ci proviene da numerose località indigene sparse per il globo, i numerosi e combattivi comitati in difesa dei beni comuni e dei territori, sono tutti tentativi che fanno ben sperare e che ambiscono alla realizzazione di una democrazia partecipativa. Ma questa sarà possibile solo là dove riusciranno a crescere comunità forti e consapevoli. Solo là dove il dibattito aperto riuscirà a coinvolgere e a diffondersi. Solo là, dove riusciranno a nascere nuove palestre ove formare non dirigenti ma cittadini.

         Anche l’ottima  e apprezzabile iniziativa Ideoporto di Benpensa, felicemente nata sul nostro territorio, può, almeno a mio parere, collocarsi nella medesima prospettiva. Se così è, merita tutta la nostra attenzione e collaborazione.

         Ma mi si conceda una piccola avvertenza.

         Il web non fa, non sostituisce né costituisce una democrazia. Alla democrazia servono i corpi, serve l’azione, serve la collaborazione attiva degli uomini. E gli uomini si formano parlando e confrontandosi nelle strade, nelle piazza, nel mondo e non nella solitudine di una camera davanti un pc.

         Gli uomini si fanno e crescono e migliorano il mondo nelle relazioni sostanziali che riescono a sviluppare concretamente in pratiche accumunanti non violente.

         Utilizziamo pure tutti i mezzi che ci sono concessi, anche quelli labili e fluttuanti della rete, ma non dimentichiamo il nostro scopo che, citando Vittorio Arrigoni, rimane sempre quello di restare umani.

Costituzione Italiana – Art. 49 – Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
2 Dal 22 al 27 maggio 1875, nel Congresso di Gotha, grazie al contributi di  August Bebel, Carl Wilhelm Tölcke, Karl Marx,Ferdinand Lassalle e Wilhelm Liebknecht,  nacque il Partito Socialista dei Lavoratori (SAP) che nelle elezioni del 1877 raccoglie il 9% dei voti. Nel 1890 il partito assunse l’attuale denominazione di SPD.
 

                                        

                                              Giuseppe Laino

Ferno,   01 giugno 2013

     

  

Una risposta a Territori e comunità. Un po’ di ottimismo

  • nicola balice scrive:

    Innanzitutto apprezzo la volontà di recuperare attraverso la scrittura un senso nella storia, una linea di azione; apprezzo anche la lucidità di un’analisi che vede nella crisi della politica un tarlo; quello del tecnicismo e della burocratizzazione. Al di là dell’apprezzamento dell’argomentazione a mio parere ineccepibile e di uno stile che giustamente si vuole scorrevole anche se ben curato due cose mi preme di dire; la prima come semplice aggiunta di un non detto ma che emerge in questo scritto di Giuseppe. Territorio e comunità di fatto dovrebbero a priori portarci al di fuori della nostra stanzetta e risvegliarci da quel misero protagonismo che ci dona un blog; per quanto utile perché come l’ideoporto o quello di Laino ci aiuta a mettere a fuoco idee. Servirsi degli strumenti disponibili non è un male a patto di crearsi quegli anticorpi che ci permettano di uscire dalla dissociazione sempre più marcata tra cittadini e territorio e quindi comunità. La ripresa è attraverso la partecipazione attiva, la terra su cui vorremmo un nuovo radicamento e forse il web che nasce da uno spaesamento assoluto (in termini metaforici) può spingerci ad uscire e parlare, a creare comunità ma a mio parere ciò può avvenire solo a condizione di una profonda crisi e del recupero della dimensione della solidarietà. Ciò emerge assai bene in un romanzo di Vasco Pratolini, il Metello, un romanzo della resistenza (non quella storica della lotta partigiana ma quella dei lavoratori anarchici prima e poi socialisti e inseriti in una burocrazia ) nei confronti di un sistema iniquo, un sistema che sulla base di uno sfruttamento sistematico fondava la propria forza. Le lotte operaie, gli scioperi che portavano alla fame, la volontà di farcela nonostante tutto; la socialdemocrazia ai primi passi (siamo verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento) che ha realizzato molto ma per una parte del globo (con il sistema del Welfare l’Occidente capitalistico riuscì a migliorare attraverso la perequazione e la limitazione dello sfruttamento le condizioni di vita di milioni di lavoratori) ma a discapito di altre regioni del pianeta. Come sappiamo dagli studiosi di Francoforte agli albori del capitalismo avanzato, il mercato cominciò a parlare il linguaggio degli studenti ribelli, depotenziandolo; come dire il sistema con una mano dà (la ricchezza di prodotti e una fittizia libertà) e con l’altra toglie. Personalmente credo che la globalizzazione, la fine del comunismo reale con tutte le sue storture e l’avvento delle nuove tecnologie digitali, abbiano depotenziato la democrazia, ci abbiano ulteriormente indolenziti; la democrazia costa e la burocratizzazione è a mio avviso non quel parlare “complesso” che richiede impegno, studio e volontà a non semplificare troppo, ma una sorta di complicazione strategica; ti dico che le cose sono difficili in modo da toglierti la possibilità di partecipare effettivamente e lasciare la “patata bollente” nelle mani di iperspecialisti; dove però per iperspecialismo intendiamo qui una preparazione fortemente settorializzata (quindi poco sistemica) che si fa passare per scientifica mentre in realtà è solo ideologica (per ideologia qui non intendo “visione del mondo” ma la sua accezione negativa di “sapere dogmatico”). Dall’articolo emerge a mio parere un altro aspetto, una delusione di fondo nei confronti delle democrazie rappresentative sempre più stanche perché alla loro base manca una giusta radicalità. Faccio un esempio; l’abbandono della prospettiva rivoluzionaria in nome di un tecnicismo (quello di cui parlavo prima) che vuole aggiustamenti del sistema ma che non ammette scuotimenti eccessivi per cui si chiudono gli occhi e si accetta lo status quo. Si dimentica così che l’Occidente è, come diceva Heidegger, la terra del tramonto e quindi della volontà di potenza di nicciana memoria; quell’eterno ritorno dell’eguale che è anche sempre e comunque ritorno alla retorica del più forte. Il concetto di Decrescita, ne parlava Latousche, un concetto radicale ma che necessita di un collasso, un collasso previsto dallo stesso Marx anche se “mutatis mutandis” di un sistema capitalistico molto diverso da quello da lui conosciuto. Per finire citerei un fatto a mio avviso importante anche al di là dei suoi presupposti fideistici; noi sappiamo come Gesù fosse venuto per sovvertire la legge farisaica ed imporre una rivoluzione, quella del cuore; questa sarebbe giunta prima della morte dell’ultimo apostolo, ciò però non accadde. Fu così che la Chiesa applicò la parusia (termine greco che significa spostamento in avanti della Redenzione) e si trasformò in potere per necessità di carattere organizzativo. Si rivendicò per il popolo una complessità per pochi (i teologi e i maggiorenti della Chiesa) e la fede rimase un fatto isolato di poche comunità radicate nel loro territorio. Rimane la questione della democrazia; questa è ormai pura burocrazia, dove a mancare è forse la fede non nella fine della crisi ma nel sistema che fino ad adesso per alcuni ha significato ricchezza e disimpegno; fine di un’intera cultura, dell’Occidente e del suo sistema capitalistico. Ho cercato in queste poche righe di cogliere una complessità a mio parere presente nell’articolo e per concludere direi che i vari blog sono utili se accompagnati da un’azione vera; la democrazia costa e va sottratta agli specialisti; deve diventare nostra, così come la eventuale gestione di un collasso che potrebbe aprirci vie inedite; non per il gusto di “distruggere” ma per poter mutare nella continuità di alcuni aspetti che hanno contraddistinto la nostra storia democratica. Quel che oggi manca è una democrazia che vada al di là della logica del consenso e che rispetto a questa prediliga la logica dialettica, che non crei consenso attraverso azioni pubblicitarie ma attraverso le idee.

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