Né carne, né pesce.

E nemmeno latticini

         

       Nell’epoca dello sbandierato individualismo ci si è lasciati convincere che siamo individualmente delle pure nullità e che il nostro fare sia del tutto privo di qualsivoglia potenza.

            

         Abbiamo tutti la possibilità -volendo- di apprendere con relativa facilità quanto danno causiamo, in termini di salute e di spreco insostenibile, mangiando carne, pesce e derivati di origine animale. Basta un click su internet. Se ci fosse qualcuno che, non soddisfatto, volesse poi ulteriormente approfondire, non avrebbe alcun problema a costruirsi, in breve, un’immensa bibliografia.

         Gli allevamenti intensivi di manzi, maiali, polli e tacchini, consumano enormi quantità di acqua; rubano terra, altrimenti utilizzabile per sfamare milioni di uomini, per produrre semi ed arbusti da utilizzare come mangimi per animali; devastano, disboscano e desertificano aree enormi -riserve di ossigeno per l’umanità intera- utilizzandole a pascolo; inquinano falde di acqua potabile ed immettono nell’atmosfera enormi quantità di gas serra come anidride carbonica e metano in quantità superiori a quanto facciano le industrie del trasporto di tutto il mondo.

I dati che quantificano questo disastro ecologico -Jeremy Rifkin lo definì ecocidio- sono semplicemente spaventosi.

         La produzione di proteine animali è l’esempio più significativo e pregnante di come il nostro stile di vita sia dissipativo, distruttivo e basato sullo spreco sistematico di preziose risorse. E, inoltre, di come il sistema occidentale sia tuttora di fatto imperiale rispetto le periferie del mondo: di come, cioè, la responsabilità dei disastri che accadono là sia da imputare a scelte precise e coscienti fatte a casa nostra. Nonostante la presunta superiorità, la civiltà magnifica e progressiva, la democrazia e il rispetto dei fondamentali diritti degli uomini con cui ci riempiamo le bocche e salviamo le anime, ci comportiamo da padroni spietati e da predatori mai sazi a casa nostra e, tanto più, entrando in casa d’altri.

         I terreni utilizzati per le nostre bestie da carne in molti paesi africani, sud americani ed asiatici, sono sottratti all’alimentazione umana e, quindi, creano sottonutrizione, fame e carestie fra gli indigeni. I paesi ricchi e le loro imprese multinazionali, dopo più di mezzo millennio di conquiste, ruberie e devastazioni causate da colonialismo e imperialismo, hanno inventato nuove pratiche per perpetuare vecchi misfatti. Fra queste, a partire dal primo decennio del XXI secolo, si sta diffondendo massicciamente il Land Grabbing. Lo scopo rimane sempre quello di accaparrarsi diritti e proprietà di terreni vasti come intere regioni, collocati in paesi poveri, in modo da assicurare la sopravvivenza alimentare e il consueto e dissipativo stile di vita dei sudditi occidentali, obesi, malati e inibiti dall’usar la testa.

Questo infame progetto è possibile, da una parte, perché i popoli occidentali acconsentono deliberatamente, complici e indifferenti, pur di gonfiarsi le pance, di affamare l’80% del’umanità. Insieme, accettano tutte le ideologie che giustificano anche la loro diretta e più totale subordinazione ai poteri forti a cui delegano i destini del mondo e, in contrappeso a questa delegittimante mancanza di coraggio e onestà, tutte le fantasticherie che vorrebbero inevitabile e scritta da dio la loro presunta superiorità che, invece, si regge semplicemente e spudoratamente su razzismo e xenofobia.

Dall’altra i poteri che dominano il globo (finanza, multinazionali, Stati occidentali, organismi internazionali al loro servizio) sono agevolati nelle loro continue rapine da èlite locali che loro stessi impongono e garantiscono con aiuti militari e finanziari. Queste èlite, corrotte e indebitate, debbono essere forti militarmente perché costrette a sottomettere con la violenza i loro sudditi; nello stesso tempo sono debolissime e ricattabili dagli occidentali loro padroni, perché clienti assuefatte di industrie produttrici di armi che, oltre a generare servi all’estero, ottengono in patria altri due preziosi risultati: alzano il Pil e danno parecchio lavoro a un’altra categoria di sudditi, questa volta oltre che servizievoli anche soddisfatti: quelli nostrani, impegnati a santificare il lavoro che viene loro concesso, qualunque esso sia.

         Le responsabilità delle devastazioni globali non sono generiche o ascrivibili ad un contesto generale. Sono invece sempre individuali, riguardando il modo di vita e le abitudini scriteriate che ognuno di noi, in prima persona, conserva e difende con unghie e denti.

         Molti testi e siti internet, oltre a sostanziare con dati e cifre le affermazioni testé fatte, quantificano l’enorme utilizzo di proteine vegetali che si è costretti a sprecare per produrre infime quantità di proteine animali. Da un punto di vista energetico è pura e vera imbecillità, dal punto di vista dell’umanità è semplicemente immorale.

Eppure ci si trincera ancora su presunte e scientificamente risibili, differenze esistenti fra proteine animali e vegetali. Le prime sarebbero “nobili” e, quindi, indispensabili all’organismo umano.

Quale enorme sciocchezza!

Pari solo all’altra, secondo cui l’essere umano, essendo onnivoro, deve consumare carne. Ma come? Non si è sempre pensato all’uomo come ad un essere intelligente?

Intelligente significa essenzialmente capace di scelte. Oggi sia le opportunità esistenti -enormi quantità di cibo praticamente sconosciuto- sia la necessità di risparmio energetico, imporrebbero il non consumo di prodotti altamente impattanti.

Necessità ma anche opportunità, quindi, non solo obbligherebbero ma consentirebbero l’uso dell’intelligenza necessaria per operare scelte innovative, capaci, cioè, di ridurre notevolmente la nostra impronta ecologica.

         Le proteine sono delle grosse molecole costituite da amminoacidi legati fra loro da un particolare legame chimico. Gli amminoacidi che formano le proteine sono solo venti ma avendo la possibilità di unirsi fra loro in molteplici combinazioni, danno luogo a moltissime proteine. Gli amminoacidi essenziali, quelli che il nostro organismo, non essendo in grado di produrre da sé, deve acquisire attraverso l’alimentazione, sono nove.

Non c’è alcuna differenza fra amminoacidi di origine animale e amminoacidi di origine vegetale.

         La carne è un composto che contiene raggruppati tutti gli amminoacidi essenziali.

Ma il nostro organismo non richiede né una necessaria compresenza, amminoacidi diversi possono assimilarsi in pasti diversi, né un’unica fonte. L’esempio tipico è la pasta e fagioli della cucina mediterranea che unisce proteine di cereali e di legumi. La mutua integrazione (complementarietà proteica) è possibile consumando, in ottime e gustose combinazioni, cibi diversi. È praticata da sempre nelle cucine tradizionali di molti popoli, ed è auspicabile che venga sempre più diffusa e approfondita da aggiornati studi e da una adeguata informazione.

         Comunque, la quantità di proteine di cui il corpo umano abbisogna è molto inferiore a quanto normalmente si pensi. Tenuto conto, inoltre, che le proteine sono acidi e che l’alimentazione umana deve prestare particolare attenzione alla questione della reazione acida o basica degli alimenti, non si dovrebbe esagerare neppure con quelle di origine vegetale.

         La dieta occidentale è essenzialmente acida e in ciò contrastante con una salutare alimentazione. L’organismo umano per non ammalarsi è impegnato a recuperare sostanze atte al ripristino dell’equilibrio compromesso. Ciò che in pratica fa è recuperare sostanze alcaline e ciò che più facilmente trova a disposizione nel corpo è il calcio delle ossa. È per questo motivo che, al contrario di quanto si sostiene nei cicalecci dei mercati, i paesi che più consumano latticini sono quelli in cui più è diffusa l’osteoporosi che consiste, appunto, in una demineralizzazione (decalcificazione) delle ossa.

         Non c’è nessun mammifero che consuma latte dopo lo svezzamento: questa pratica così cara all’uomo da secoli, si scopre essere, oggi, del tutto innaturale. Ci sono autori come Lorenzo Acerra che, con argomentazioni scientifiche, svelano le innumerevoli patologie causate dall’assurdo consumo di latte e invitano a non consumarne affatto. Ci sono pediatri che ormai lo sconsigliano del tutto dopo lo svezzamento del bambino e comunque proibiscono l’uso di latte diverso da quello materno.

         Un pezzo di grana fa sempre bene! È quello che abbiamo sempre sentito dire. Per il calcio, per le ossa. Ma il calcio contenuto nel formaggio è inibito dal venir assorbito dal nostro corpo proprio dall’acidità derivata dalla compresenza di proteine. La caseina che costituisce l’ 87% delle proteine del latte vaccino è, inoltre, un veleno per il nostro intestino, alterandone la sua permeabilità. Valdo Vaccaro sostiene che la caseina favorisce coerentemente tutti i singoli stadi del processo tumorale.

         La carne è da evitare totalmente: oltre alle proteine contiene innumerevoli altri acidi da cui occorrerebbe stare molto lontani. È talmente da evitare che molti autori la definiscono non cibo, includendo in questa categoria sia il pesce che ogni suo derivato.

         Tutti, volendosi documentare, potrebbero facilmente apprendere che mangiare carne significa ingurgitare, oltre che una sostanza di per sé non definibile cibo, una quantità enorme di varie schifezze, tra cui medicinali dati quotidianamente ad animali ammalati. Ma significa anche assumere apprezzabili dosi di pericolose tossine che lo stesso animale, costretto alla sofferenza, libera nelle sue carni e poi trasmette al carnefice che lo divora.

         Ma che razza siamo mai noi? Che cultura potrà mai essere quella che si basa sulla sistematica elargizione di sofferenza? E sull’indifferenza complice di chi si copre occhi e orecchie e si ingurgita di violenza?

Gli animali sono vivi, capaci di percepire dolore.

Dovrebbero poter godere gli stessi nostri diritti. Dovrebbero potere godere del rispetto che accomuna in fratellanza ogni essere vivente.

         Qualcuno di noi sta iniziando a percepire -finalmente- che anche la natura inanimata merita rispetto. Che, quando avviene il contrario, quando si pensa di forzare i suoi naturali cicli, avvengono disastri ambientali immani, capaci di sommergere e cancellare qualsiasi civiltà. Certo non è tutto merito dell’intelligenza umana essere giunti a questa comprensione, ma della forzata percezione di una realtà che, giunta al limite del collasso, ci sollecita prese di posizioni urgenti. Siamo costretti a prendere atto di esserci infilati in un cul de sac. Le nostre speranze si affievoliscono ogni giorno che passa. E però, nonostante le motivazioni siano costrette, dovute al totale arrendersi alle circostanze sempre più evidentemente minacciose, nonostante non siano, quindi, frutto di una libera scelta, qualcosa sta lentamente maturando.

         Una nuova coscienza ecologica sta prendendo piede. E più questa si diffonde, più è inspiegabile l’imperterrita indifferenza nei confronti del mondo animale/animato.

         Come è possibile professarsi amanti della natura, ecologisti, rispettosi dei suoi cicli e nello stesso tempo produrre su di essa la più vergognosa violenza dissipandone l’energia per produrre carne, torturando e uccidendo esseri senzienti per mangiarne i loro cadaveri lavati in candeggina, colorati come il gusto del consumatore esige e  poi avvolti in petrolio trasparente? Come è possibile separare la produzione intensiva di carne e dei suoi derivati dalla sistematica devastazione ambientale che gli è necessaria?

         Da questo punto di vista è incomprensibile sia l’atteggiamento di chi pensa di riuscire ad allevare in proprio e con il dovuto rispetto degli animali che poi, accantonando ogni riguardo uccide e mangia, – lo si farebbe con il proprio gatto o cane?- sia quello di coloro che, pur considerando inaccettabile il consumo diretto di carne, pensano possibile il consumo di pesce o di derivati della carne come latte e uova.

         La maggior parte della carne consumata su scala globale –siamo vicinissimi al cento per cento- è prodotta in allevamenti intensivi. D’altra parte, non si avrebbe a disposizione sufficiente terra su questo nostro limitato pianeta, volendo soddisfare una richiesta globale in costante aumento con metodi di produzione più rispettosi (?) della natura e dell’animale.

         I consumi attuali richiedono tipologie di allevamento intensivo, così come l’elevata produzione che ne deriva abbisogna di una domanda crescente. Domanda ed offerta si rincorrono gonfiandosi a vicenda.

Ma non è l’aumentata produttività ottenuta in questi luoghi di pena che ancora e senza alcuna vergogna, chiamiamo allevamenti che, facendo diminuire i prezzi, consente, secondo i molti apologeti della sofferenza, di sfamare quasi gratuitamente una gran parte dell’umanità. Questa tesi è assurda quanto la maggior parte dei luoghi comuni sorti a mitizzare il consumo di proteine animali.

L’allevamento intensivo di animali è in realtà una pericolosa forzatura della natura che si regge sul mancato riconoscimento dei limiti naturali e sull’accantonamento di costi di produzione in realtà ineliminabili.

I prezzi risibili con cui il cibo spazzatura a base di carne viene venduto in ogni parte della terra, sono il frutto di una esternalizzazione dei costi che le legislazioni e la politica di Stati orgogliosamente democratici, hanno vergognosamente reso possibile. L’inquinamento di aria, acqua e terre è da far pagare alle comunità –con tasse e malattie- e non agli inquinatori: se così non fosse la produzione di carne sarebbe da molto tempo considerata attività improponibile per i suoi elevati costi, proprio da un punto di vista puramente economico.

         I pesci li abbiamo sterminati.

Non è solo questione dell’incivile e insensibile pescatore che, dopo una paziente attesa, in una bella giornata passata ai bordi del fiume in compagnia della famiglia e magari di un cagnolino a cui mai neppure sognerebbe di fare alcun male, gode o è indifferente nel veder morire soffocato il piccolo essere sensibile che ha appena catturato.

I metodi di pesca attuali utilizzano i satelliti per individuare la zona in cui far confluire i pescherecci. Non c’è scampo. La maggior parte del pesce che consumiamo è ormai d’allevamento e gli allevamenti intensivi di pesce sono quanto di più inquinante i mari contengano.

         Abbiamo trasformato animali che per secoli hanno accompagnato e reso possibile la nostra storia in oggetti mostruosi.

I tacchini con petti tanto gonfi e deformi da impedire il loro naturale accoppiamento e persino lo stare semplicemente ritti sulle zampe.

I polli in due innaturali specie: da carne e da uova, ambedue accomunate dal medesimo duplice scopo: crescere nel più breve tempo possibile e consumare il meno possibile.

Li abbiamo stipati in ambienti sporchi, saturi di gas tossici, fra animali morti di stenti, schiacciati l’un l’altro, immersi nel sangue, nell’urina e nella merda.

La metà circa dei bellissimi pulcini destinati a produrre uova, essendo maschi e non adatti ad essere utilizzati per produrre carne, vengono semplicemente soppressi e, in molti casi documentati, gettati vivi in letamaie. L’altra metà viene forzata alla crescita e stipata in ambienti sempre illuminati in modo che la cancellazione del ciclo solare faccia aumentare la produzione di uova. Quando questa, essendo stata così massicciamente stimolata, in un brevissimo lasso di tempo diminuisce, si provocano artificiali mute con lunghi digiuni. Dopo giorni di sofferenza in cui i polli perdono le penne e molti di loro muoiono, la produzione potrà riavviarsi ma gli sfortunati sopravvissuti, a quei ritmi, dureranno poco. Presto verranno uccisi e sostituiti con nuovi animali, così come normalmente si fa con l’elemento rotto di un qualsiasi meccanismo.

Le scrofe, intelligenti e sensibili, sono costrette in gabbie in cui poter allattare i propri cuccioli senza schiacciarli. Non possono muoversi e compiono il loro dovere di madri immobilizzate fra atroci dolori alle articolazioni. I maialini, come i vitellini, vengono sottratti dopo pochi giorni di svezzamento alle madri che piangono, ma che devono essere sottoposte a nuove inseminazioni perché sono macchine produttrici di carne (le scrofe) e di carne e latte (le mucche).

Costringiamo i maiali a vivere in porcilaie dove un umano può entrare solo munito di maschera a gas. E loro non sono sporchi come comunemente pensiamo. Non sono abituati a vivere in quel modo in cui noi, solo noi, li costringiamo.

Le mucche le inseminiamo artificialmente a ritmo continuo per produrre enormi quantità di latte, incrementato ulteriormente da discreti quantitativi di ormoni e medicinali. I vitelli sono un sottoprodotto da allontanare al più presto dalle madri. Quelli che muoiono subito sono più fortunati dei loro simili sottoposti a trattamenti vergognosi e inenarrabili solo perché la clientela umana predilige una carne più bianca.

Abbiamo trasformato dei ruminanti che naturalmente mangiano erba, in consumatori di cereali (mais) perché ci siamo accorti che economicamente è più vantaggioso e che le carni divenivano più grasse e quindi più buone al gusto. Ma con ciò abbiamo diffuso varie patologie digestive estremamente fastidiose e dolorose per gli animali. A noi, ovviamente, non importa gran che, perché queste malattie non farebbero in tempo ad uccidere bestie che destiniamo comunque al macello in età giovanissima. E comunque sono imbottite di medicinali che hanno lo scopo di farle giungere in piedi al macello, apparentemente sane, tanto che le industrie farmaceutiche producono profitti immensi proprio grazie alle richieste provenienti dall’industria della carne.

I cavalli li imbottiamo di sostanze dopanti per ottenerne prestazioni migliori. E vergognosamente ce ne accorgiamo solo quando qualche delinquente, dopo averli macellati, ce li offre in pasto mescolando le loro carni a quelle di manzo. Non un parola per i poveri cavalli, costretti ad una vita breve, colma di patimenti. Costretti ad ammalarsi ancor giovanissimi. Deportati in macelli o comunque uccisi, appena inutilizzabili per fare soldi in altri modi.

         Ma che civiltà è mai la nostra? Chi potrebbe mai dirsi civile dopo aver accettato e condiviso simili aberrazioni?

Nessuno può far finta di non sapere.

Ma l’errore e l’orrore continua perché, anche i più ribelli fra noi, hanno accettato la menzogna più degradante che un uomo – un individuo – potesse mai accettare.

In un’epoca in cui ideologicamente si sostiene che l’individuo sia tutto, senza cogliere nessuna contraddittorietà, si è accolta e condivisa l’idea che quanto noi, piccoli, insignificanti singole persone facciamo tutti i giorni, sia marginale su una scala maggiore di economia e di storia mondiale. Nell’epoca dello sbandierato individualismo ci si è lasciati convincere che siamo individualmente delle pure nullità e che il nostro fare sia del tutto privo di qualsivoglia potenza.

         Questa mistificazione allontana e separa la politica dalla vita. E confinando la politica nei cieli astratti del dover essere, ha consentito all’uomo reale, quello che qui ed ora vive i suoi giorni, lo smarrimento più totale.

         È una situazione che ricorda spaventosamente quella del piccolo impiegato il cui scopo era (e doveva essere) di fare arrivare i treni in orario e a cui nulla importava (perché non gli doveva competere) del contenuto di quei vagoni. Ricorda la banalità del male, quella della gente comune e per bene, che compie atrocità senza neppure rendersene conto. Ricorda quelli che bruciano o massacrano poveri immigranti o semplici barboni, per riempire le loro vite vuote di emozioni.

Questa situazione dovrebbe farci tremare dalla vergogna. Dovrebbe indignarci. Dovrebbe reclamare pratiche diverse.

         Ma che civiltà è mai la nostra?

Sono forse senz’anima questi nostri pur vivi animali?

È facile considerarli tali, avendo trattato da schiavi, e per millenni, altri umani soltanto perché sconfitti, di colore diverso, di etnia, di genere o religione altra dalla nostra. O perché semplicemente poveri.

In molte parti del mondo la pratica della schiavitù è ancora molto diffusa: dovremmo per questo giustificare la violenza che usiamo nei confronti degli animali?

E’ facile per certi umani considerare gli animali senz’anima e quindi oggetti in loro balia, abituati come sono a cosificare qualsiasi rapporto, persino quello con le donne che da madri e compagne divengono oggetti su cui sfogare rabbie, debolezze, impotenza con una violenza che da sola basta a marchiare di infamia la nostra tanto riverita civiltà.

È facile esercitare questo abominio quando si è invogliati da religioni che mentre prospettano la loro unicità e grandezza, rivelano il loro miserevole essere “umane, troppo umane” proprio nella misura in cui immaginano, storpiandone il valore,  un uomo padrone e signore di tutto il creato.

         Siamo ancora in grado di fare un altro passo in avanti nella storia della nostra civiltà? Ci pensiamo ancora capaci di una vita degna?

Confesso che nella mia mente i dubbi si fanno sempre più pressanti ma sono convinto che, nel caso mostrassimo appena un poco di coraggio, appena tornassimo a immaginare possibile un uomo naturale che del suo habitat fa davvero il suo “corpo esterno”, allora dovremmo innanzi tutto rimettere in questione la nostra alimentazione e con essa – ne seguirebbe immediatamente- il nostro rapporto con il mondo naturale, animato o inanimato che sia.

         La cosa avrebbe una portata rivoluzionaria ma si fatica a comprenderlo.

         Ci sono molteplici motivi che frenano questa comprensione. Molti di essi sono stati esaminati da importanti autori in innumerevoli testi.

Vorrei prenderne in esame soltanto tre.

         Sembrerebbe che l’abitudinarietà sia inestirpabile.

Ma l’abitudinarietà è un fatto puramente ideologico, costruito, artefatto. Uno degli esempi più calzanti di questa ovvietà riguarda proprio l’alimentazione.

Gli allevamenti intensivi di carne si sono diffusi solo nel corso del ’900. L’enorme consumo di carne è fatto recentissimo. Basterebbe parlare con i nostri nonni per sapere quanta poca carne fosse da loro consumata.

Nessuno riesce a mettere in relazione abitudini che sembrano acquisite alla mitologia che ci viene offerta in pasto come necessario condimento dei cibi artefatti che ingurgitiamo?

Eppure basterebbe poco per conoscere la reale potenza di un’industria che ha inventato la moderna catena di montaggio ancor prima dell’industria automobilistica. E che, oggi, in sinergia con agribusiness e industria del farmaco è realmente padrona delle sorti del mondo. Basterebbe poco per conoscere l’influenza smisurata che questa potente industria esercita nei confronti degli organismi internazionali incaricati di raccontarci quali sono le dosi minime di proteine di cui l’organismo umano avrebbe bisogno. E l’altrettanta smisurata influenza che esercita nei confronti degli istituti scientifici che forniscono dati di qualità atti a convincere il consumatore.

Quando lo si consente, i soldi fanno davvero tutto. E la produzione, la persuasione pubblicitaria, la diffusione di luoghi comuni, sono tutt’uno.

         Anche la percezione che abbiamo della ricchezza risente di questa manipolazione perpetuata ai danni del consumatore. I nostri vecchi mangiavano poca carne perché poveri. Ora noi viviamo nell’opulenza e il consumo di carne ci fa sentire ricchi, come il possedere tre televisioni e due automobili ciascuno. Aveva ragione il Cardinal Martini a sostenere che “esistono ricchi poveri e poveri ricchi”, ma il problema è che non se ne può più di poveri che pensano di essere ricchi: forse occorrerebbe iniziare a raccontare loro una nuova storia. A svelare le loro miserie, le loro continue malefatte, il loro odio per l’umanità, per i propri figli, persino per loro stessi. Parliamo finalmente e a muso duro delle loro indolenza e ignoranza. Della meschinità e della loro vita indegna. Di cosa è davvero povertà e cosa è davvero ricchezza. E quale momento migliore di questo? Quando tutti condannano il populismo come male dei mali, forse, finalmente, un po’ di verità buttata in faccia al popolo selvaggio e inumano che in questi ultimi anni ha dato il peggio di sé costruendo un mondo ormai in rovina in cui ognuno è causa diretta del male di tutti, svelerebbe davvero chi populista non è.

         Sembrerebbe che l’essere vegano sia snob, una maniera altezzosa per darsi un’identità. E comunque, anche a voler essere buoni, rimarrebbe una testimonianza soggettiva di nessuna rilevanza politica. Coloro che con i vecchi arnesi di una politica ormai logora, vorrebbero ancora cambiare il mondo, guardano i vegani con un sorrisetto scemo, come a compatire il povero illuso; non vogliono accettare l’evidenza: il vegano impatta sul globo almeno sette volte meno di lui e in ciò la sua rivoluzione, magari piccola, l’ha già fatta.

Ma lui è un’attivista, un  militante impegnato a costruire il mondo e sa che  i problemi sono altri, sono quelli che ha in testa lui e che lui la carne la mangia e la mangerà sempre perché, come ogni altro cibo legato alla tradizione, ha un grande valore di convivialità e perché gli ricorda il profumo e il sapore degli involtini cotti nel  sugo di pomodoro che sua madre gli preparava la festa.

Questi personaggi sono convinti di avere tante ricette in teste capaci di rivoltare il mondo e intanto passano la vita ad aspettare Godot che una volta si chiama partito, un’altra vittoria elettorale e un’altra ancora conquista del potere. Non hanno capito, nonostante l’abisso in cui è sprofondata la politica tradizionale basata sulla delega e la rappresentanza, che la politica non è l’espugnazione del palazzo e che sarebbe ora di smetterla di fantasticare di battaglie e di conquiste come fossimo in guerra. La politica è ciò che si programma per il futuro a partire dalle relazioni che si creano oggi. La politica è il modo in cui vivi. La politica è ciò che realmente fai.

         Quando si delega a qualcun altro il potere della scelta si commette un duplice errore. Non solo ci si spoglia volontariamente della possibilità di prendere decisioni che hanno a che fare direttamente con la propria vita, ma addirittura si pretende di trasferire fisicamente il potere dai nostri corpi in quello degli eletti.

Si vorrebbe operare una scissione innaturale. Il diritto alla vita è di ogni corpo vivo. Per questo le insorgenze molteplici e diffuse in ogni angolo della terra oltre ad essere giuste, sono inevitabili. E non si domeranno tanto facilmente. Non ci sarà nessun potere capace di imporre a delle comunità vive qualcosa che ostacoli il loro diritto alla vita. Non ci sarà nessuna democrazia che, in nome di una comunità allargata, potrà mai accampare diritti di vita o di morte su un qualsiasi individuo. Non ci sarà nessun potere che, volendo essere nel giusto, potrà costringere alla guerra e all’odio dei singoli individui. Costoro, conservando in sé un briciolo di dignità, saranno sempre legittimati alla disobbedienza e alla ribellione pacifica.

         I modi per far crescere consapevolezza di sé, per poter scoprire le possibilità e potenzialità racchiuse nei nostri corpi, nella nostra intelligente umanità, e che sono le basi su cui costruire un futuro degno, consistono proprio nel fare scelte individuali che negano al sistema dominante, sempre più lontano e incommensurabile, il potere della decisione. Questo potere molto concreto modifica i luoghi in cui dovremmo vivere, crea deserti e distrugge relazioni e conoscenze vive in nome di interessi che non ci appartengono. Così facendo incide direttamente sulle nostre vite.

         In qualche modo dobbiamo ribellarci, opporre una resistenza.

         La mia fiducia nel futuro è legata alla constatazione che le pratiche capaci di legare finalmente la politica alla vita, quelle pratiche capaci di fondare nuove comunità in cui solidarietà e rispetto prevalgano, siano ovunque, in ogni parte del globo, in forte aumento. E sono collegate alla creazione di nuove comunità indipendenti, strettamente connesse fra loro in relazioni che sfuggono quelle tradizionali basate su Stati e governi e vecchia politica.

         Sono le masse a fare la storia non i pochi che, con la forza e con il consenso sempre carpito, decidono per conto di altri. Sono le masse che sempre fanno la storia, alcune volte rivoluzionando sistemi e civiltà, molto spesso conservando biecamente l’esistente. (Per questo motivo è assai stupido e semplicistico idolatrare le masse).

Sono le masse che con semplicissime azioni quotidiane ripetute infinite volte – in ciò trasfigurano il semplice e apparentemente insignificante individuo, in un vero e potente agente storico – confermano o negano il reale.

         E sono le pratiche di vita quotidiana di ogni individuo che dovrebbero interessare il politico perché la politica non è altro che la modalità consapevolmente scelta per vivere.

         Produrre e diffondere pratiche altre, che minano l’esistente votato al suicidio in cui siamo sommersi, è compito del politico rivoluzionario e progressista. Invece il poveretto si è ridotto ad una nullità e, in questo, pari al suo compare conservatore: il suo scopo è divenuto gestire l’esistente, conservare e amministrare una realtà ammalata che fa ammalare chiunque l’accetti.

Tra i vecchi politici quelli più pericolosi sono coloro che a parole infiammano gli animi. Sono quelli che  maggiormente urlano. Sono gli onnipresenti della scena che compiacenti mas media sono sempre disponibili ad offrire loro.

Ma noi non abbiamo bisogno di messaggi, di sapienti, di tuttologi. Di gente che, per professione e per arricchire se stessi e le proprie famiglie, ci racconta cosa è meglio fare onde evitare le brutture della vita. Oggi c’è bisogno di esempi, di testimoni, di persone che raccontano nuovi modi di vita, nuove relazioni, non con parole ma con il loro quotidiano fare. Abbiamo bisogno di gente che non parli ma che ci racconti ciò che è con ciò che fa. Di gente capace di riconoscere le potenzialità enormi, la rivoluzionarietà che è nascosta in ogni piccolo gesto delle più minuta quotidianità. Abbiamo bisogno di gente consapevole.

         Sembrerebbe che essere vegano o vegetariano sia una scelta salutista attinente il singolo soggetto in cerca di radicalismi o fondamentalismi.

Una volta, solo qualche anno fa, si esigeva il diritto di poter fumare in ogni luogo perché si pensava fosse un fatto riguardante la libertà della persona. Poi si è scoperto il fumo passivo e le cose sono cambiate. Quali genitori, oggi, avrebbero il coraggio di fumare in presenza dei loro giovani figli? In verità c’è ancora molta strada da fare ma ottimi risultati sembrano ormai acquisiti.

         Quando si capirà che il mangiare carne, pesce e ogni derivato animale, danneggia tutti gli uomini e l’intero ecosistema nel quale e del quale l’essere umano vive, si sarà fatto un grande passo verso la civiltà. Quando si capirà che ciò che si mangia è strettamente connesso al tipo di rapporto che noi vogliamo costruire con la natura e attraverso la natura fra uomo e uomo, si sarà fatto un grande passo verso un’umana convivenza.

         Non stiamo parlando di cose semplici. Le implicazioni che per forza di cosa convogliamo nel nostro discorso sono innumerevoli. La questione del cibo è complicata perché riguarda tutto. Perché è ciò che unisce ogni elemento costituente l’intero cosmo al nostro corpo. Perché è la cosa fondamentale per la vita

         Ci ostiniamo a trattare questo argomento perché abbiamo la certezza che sia divenuto pericolosamente il contrario di ciò che è. Perché l’interesse dominante di chi ha e vuole mantenere il potere, passa attraverso la sua obnubilazione. Perché il riscatto dell’umanità è tutt’uno con la consapevolezza della sua importanza.

         Pensiamo ci debba importare come massima questione e che non sia giusto lasciarlo in balia dell’indifferenza, del caso, del gusto o della fretta da cui siamo presi in questo mondo che genera ansia.

         Pensiamo non sia da lasciare ad esperti che sembrano essersi moltiplicati, ognuno con ricette e verità diverse, ognuno molto costoso, ognuno unico sapiente conoscitore di ciò che è meglio fare.

         Ma noi mangiamo tutti i giorni. Tutti i giorni, mangiando, decidiamo il nostro destino e quello del mondo nonostante le convinzioni, le abitudini millenarie, i pregiudizi e le verità parziali, tramandate dalla tradizione e dalla cultura popolare; nonostante i dati che ci vengono elargiti come scientifici e da cui siamo sommersi quotidianamente, che producono confusioni e sovrapposizioni perché contrastano fra loro in modo netto; nonostante gli interessi economici  che appositamente confondono, camuffano, mentono pur di far prevalere il profitto.

Noi dobbiamo mangiare tutti i giorni e di fronte a questo immenso caos sembra pacifico dimenticare, non approfondire, essere leggeri e lasciarsi andare a ciò che di più semplice e facile ci viene consentito. A ciò che la grande distribuzione ci consegna incellofanato. A ciò che il nostro portafoglio ci concede.

         La stanchezza ci prende. È del tutto normale.

         Siamo stufi di guaritori che offrono soluzioni facili ad ogni male con prodotti, o diete miracolose. Secondo costoro ci sarebbe un prodotto vegetale o non, ovviamente biologico, capace di risolvere qualsiasi dolore o qualsiasi malanno. Sembra di essere tornati agli elisir medioevali solo che oggi il giro di denaro che coinvolge questo fiorente settore economico è semplicemente enorme.

         Ci sono persone che elargiscono consigli e diete e prodotti per amore del prossimo. Non vogliono soldi in cambio. Si accontentano della fama che acquisiscono in gruppi più o meno numerosi di fedeli adepti.

Ci sono presuntuosi che fanno sfoggio dei loro titoli accademici per sbandierare certezze, sebbene dicano, fra molte stupidaggini, anche alcune preziose verità. Alcuni di questi sono seriamente impegnati nelle loro battaglie, si documentano e diffondono conoscenza. Altri sono semplicemente venditori di fumo, ignoranti e pericolosi che diffondono dannose falsità.

Le diete proteiche, ad esempio, quelle che fanno pompare i muscoli che attraggono tanto i palestrati, quelle che farebbero dimagrire e darebbero tanta energia ai nostri stressati corpi, dovrebbero essere proibite per legge e invece sono uno dei tanti simboli di un sistema sanitario pubblico allo sfascio, impotente e permissivo di fronte al sacro profitto delle grandi e piccole imprese private.

         C’è un gran caos in cui è difficile districarsi. E molto spesso questa difficoltà non è compresa, anzi è accentuata dagli stessi convinti promotori di diete vegane o vegetariane che si affannano, come gli altri, a trovare soluzioni immediate ad ogni male che assilla ogni singolo individuo. La logica è sempre la stessa e non ce da meravigliarsene. Una realtà in cui il dare è sempre commisurato all’avere non lascia scampo. Una realtà in cui dare significa investire e in cui predomina la legge del profitto finisce con il permeare ogni azione, ogni sguardo. Siamo abituati, pagando, ad esigere subito in cambio un corrispettivo.

Vogliamo un prodotto naturale che non abbia controindicazioni ed effetti collaterali, perché non vogliamo ammalarci mai o perché vogliamo guarire subito.

         Essere vegano fa bene a se stesso e insieme fa bene al mondo perché diminuisce drasticamente l’impronta ecologica di ogni individuo e con ciò consente una vita degna di essere vissuta ad ogni essere vivente, compresi quelli che verranno. Ma non vuol dire che guarisce dalle malattie o che addirittura impedisca le malattie.

         Noi non siamo i padroni e signori a cui tutto è dovuto. Siamo costretti a tenere in debito conto i tempi necessari e le sinergie che, nel caso dell’insorgere di una malattia, entrano in gioco.

         Le cause di una malattia possono essere dislocate in tempi lontanissimi. Si pensi al mesotelioma pleurico scatenato dall’esposizione all’amianto. Può svilupparsi a distanza di venti anni con un picco di incidenza dopo i trentacinque, quarantacinque anni, dal momento della prima esposizione. O si pensi alle cause genetiche che secondo alcuni sono la vera spiegazione di moltissime gravi malattie. Non è improbabile pensare che quei geni che ci predispongono alla malattia si siano modificati nell’arco di parecchie generazioni e forse anche perché, nel corso di vari secoli, si è vissuto male e mangiato solo quel poco che si è potuto raccattare.

         Se tra causa ed effetto i tempi possono essere lunghi, in alcuni casi lunghissimi e coinvolgere intere generazioni umane, per le sinergie è ancor più difficile: esse sono, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche attuali, semplicemente incommensurabili.

Cosa ne sappiamo di quel che può succedere ai nostri corpi quando sono in balia di forze ostili che si sovrappongono, sviluppano, incrociano, rafforzano? Quando eredità genetiche, cattiva alimentazione, inquinamento di aria, acqua e cibi, campi elettromagnetici e radiazioni naturali e non, si incontrano? Quando ansia e mal di vivere si coniugano ad uno stato di indigenza o all’indignazione per le ingiustizie e le sofferenze dilaganti?

         Di fronte a queste difficoltà estreme è semplicistico pensare che cambiando alimentazione, magari a cinquant’anni e dopo altrettanto tempo di incuria totale per il nostro corpo, la salute ci sia dovuta.

Certo il nostro corpo è meraviglioso. Complicatissimo. Spesso riesce a superare difficoltà indicibili che fanno urlare al miracolo. Altre volte, inspiegabilmente, soccombe per un nulla. Ma è un ulteriore elemento che rende ancora più difficile ogni discorso, che misura la nostra profonda ignoranza.

         Anche per questo, pensiamo semplicistico, superficiale e anche in qualche caso deleterio sperare, per chi soffra un male serio, ad una dieta risolutiva, capace di invertire la situazione ripristinando la salute magari in qualche mese.

I tempi non corrispondono affatto. E non è più tempo per maghi.

A quel punto solo l’artificio di una forzatura qual è la medicina ufficiale potrebbe servire.

         Noi dovremmo mangiar bene perché ne ricaviamo piacere e benessere in prima persona ma dovremmo anche sapere che i tempi dell’individuo non sono i tempi dell’uomo.

Noi siamo impegnati a mangiar bene perché vogliamo che il nostro corpo non ingurgiti veleni ma anche perché dobbiamo rispetto al mondo che ci accoglie. Perché dobbiamo rispetto agli altri viventi e alla natura tutta. Perché i nostri figli e nipoti possano godere dei nostri stessi diritti e non abbiano invece a ritrovarsi a vivere di stenti nel deserto che, con la nostre sconsideratezze, stiamo riservando loro.

         Forse non basta essere vegano a cambiare il mondo. Occorre di certo anche molto altro. Ad esempio cambiare leggi.

Ma le leggi si cambiano in concorso con gli altri.

         Divenire vegano è cosa che si può non rimandare. Ha bisogno di una semplice, potente e personale decisione. Dipende solo da te stesso.

                                                                                                                                                      Giuseppe Laino

Ferno,  17 aprile 2013

   

  

 Chi fosse interessato può leggere sul mio sito i seguenti articoli trattanti lo stesso argomento.

1) Perché sono vegano

2) Cibo e democrazia. Una conferenza

3) Peter Singer  -  Jim Mason – Come mangiamo 

    Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari

4) Jonathan  Safran  Foer  -  Se niente importa

    Perché mangiamo gli animali?

5) Jeremy Rifkin – Ecocidio

    Ascesa e caduta della cultura della carne

6) Vandana Shiva – Il bene comune della Terra

7) Giuseppe De Marzo - Buen Vivir 

     Per una nuova democrazia della Terra

 

7 risposte a Né carne, né pesce. E nemmeno latticini

  • Roberto scrive:

    Ritorno su questo articolo, già letto tempo fa, perchè sento il dovere morale di commentarlo.
    Fin da quando sono diventato pressochè indipendente nelle mie scelte di vita (incluse quelle alimentari) ho vissuto oscillando tra vegetarianesimo, veganesimo e alimentazione onnivora. Ho iniziato ad essere vegetariano a 16 anni, poi a 21 ho ceduto “per gola”, ritornando ad esserlo circa 3-4 anni fa. Ed ora, quando posso, cerco di alimentarmi in modo più possibile vegano (cosa facilissima a casa ma parecchio difficile per chi, come me, viaggia molto per lavoro).

    Il punto che vorrei focalizzare col mio intervento è quanto trovi banale e disarmante il pensiero della stragrande maggioranza delle persone in tema di alimentazione. Mi spiego meglio. Anche quando, per circa 8 anni, ho abbandonato il vegetarianesimo tornando onnivoro (e l’ho fatto, ripeto, solo ed esclusivamente per il gusto e la bontà di carne e pesce, non per la perdita della convinzione etica retrostante il vegetarianesimo), non c’è stata una sola volta – e ripeto, non una sola volta – in cui, mangiando carne/pesce, non mi sia sentito in colpa. Lo facevo, e sapevo di sbagliare, sentendomi male con me stesso. Ne apprezzavo il gusto, ma non ero sereno.

    Ora, quello che vedo in chi mi circonda (amici, colleghi, famiglia) è qualcosa di diverso: manca completamente l’elaborazione del fatto in sè. L’uccisione dell’animale, la sofferenza inferta loro, rimangono completamente scollegate dall’oggetto (la bistecca, il salume, la grigliata). Colpa sicuramente della società in cui viviamo, che ha separato nettamente la catena alimentare in fase di preparazione da quella di consumo (ma qui si potrebbe iniziare a parlare del fatto che la società è pur sempre fatta di persone): chi ha mai ucciso un animale per mangiarselo? Il 10% delle persone a dir tanto? E allora ecco che la “fettina”, il filetto, il prosciutto, altro non sono che oggetti inanimati scollegati da ciò che sono stati, dal come sono stati creati.

    Ma la colpa non è, a mio parere, unicamente della società. Dopotutto, anch’io, anche tu, Giuseppe, facciamo parte di questa società, eppure abbiamo fatto una scelta diversa dalle masse. Voglio qui portare un esempio reale che penso sia capitato a tutti i vegetariani. Lo chiamo “il discorso delle 3P: pesci, pazzi, proteine” e descrive la reazione della “persona comune” quando scopre di aver di fronte un vegetariano. Senza esagerare, mi sarà capitato di vivere la scena almeno 20-30 volte negli ultimi anni.

    1. L’incredulità: appena dopo aver scoperto che non mangio carne, la persona, mossa da incredulità, spezza il ghiaccio: “Ma non mangi neanche il pesce?”. All’ovvia risposta, motivata, di solito la persona reagisce con un “ah, in effetti” di assenso.
    2. Il tentativo di riportare la mia scelta in un ambito di ‘normalità‘: subito dopo il punto 1, l’interlocutore incalza: “Ma il formaggio, quello sì che lo mangi, vero?”. Di solito poi la persona continua: “No, sai, un conto è essere vegetariano, ma i vegani proprio non li capisco, per me sono malati”, o qualcosa di molto simile.
    3. Lo scoglio dei latticini: a questo punto di solito cerco di spiegare perchè sia moralmente sbagliato mangiare formaggio, latte, uova e quant’altro, partendo con il classico esempio dell’agnello e dei polli, statisticamente il 50% della prole, destinati al macello. Qui la persona, fino a quel momento più che altro incuriosita, comincia a mettersi sulla difensiva. Perde il tono cordiale, comincia ad attaccare invece di chiedere spiegazioni. La reazione più comune prevede il passaggio “Allora non dovresti usare neanche più il cuoio, le scarpe, le cinture” (con voce alta).
    4. La riflessione solidale: al punto precedente, cerco sempre di riportare la discussione su toni calmi. La conseguenza è che la persona si incupisce, rimane in silenzio per alcune decine di secondi, e quindi espone tutta la sua solidarietà nei miei confronti. “Da un certo punto di vista hai ragione. Anch’io sono contro ammazzare gli animali. Però…”
    5. Le proteine: ebbene sì, immancabilmente, il “però″ del punto 4 è preludio alla ramanzina sulle proteine: “…però come fai per le proteine? Ho sentito che devi PER FORZA mangiare la carne, altrimenti hai gli scompensi e stai male”. La mia reazione è di cercare di spiegare, di solito nel modo più scientifico ed obiettivo possibile, l’assurdità della leggenda metropolitana su proteine, assorbimento del calcio ecc.
    6. La sferzata finale (punto opzionale, di solito capita non più del 30% delle volte): “ma se tu avessi un bambino, lui lo faresti mangiare normale, vero? Perchè un conto sei tu, ma un bambino…”. Qui emerge chiaramente il fatto che la persona non ti sta ascoltando veramente: ha già la sua opinione, tollera (nel senso originario, brutto di questo termine) la tua, ma non è disposta a fare concessioni di alcun tipo contrarie alla sua visione morale.
    7. La conclusione – versione 1: “Cioè, io sono d’accordo con te, però è troppo buona la carne”. Già, a chi lo dici. Infatti la mia scelta è morale, non di gusto.
    8. La conclusione – versione 2: “Ma quindi ieri cos’hai fatto?…”. L’interlocutore tronca il discorso e passa ad altro. Lasciandoti, per l’ennesima volta, con un profondo senso di tristezza.

    L’ho messa sul canzonatorio, ma chi è vegetariano si sarà riconosciuto al 100% in questa discussione, subita più e più volte. Non ho ora soluzioni facili da dare, indicazioni da suggerire. Vorrei però essere di stimolo per chi vegetariano ancora non lo è, spingendolo a riflettere seriamente su questo argomento, per decidere cosa è GIUSTO e cosa è SBAGLIATO.
    Perchè di questo stiamo parlando, nè più, nè meno.

  • Giuseppe scrive:

    Ricevo da Mimmo:
    Il 15/05/2013 20:01, Domenico ha scritto:
    Non sii può che condividere tutto senza eccezioni,anche se purtroppo per trasformare nel fare quotidiano tutto questo non è spesso facile. L’alimentazione non è che una parte,sebbene importante,verso quello che chiami consapevolezza. La grande difficoltà nel mettere nella coerenza quotidiana la consapevolezza di essere uno sì, ma in costante rapporto e parte integrata di tutto quello che ci circonda si scontra con non poche cose contrarie: il degrado dell’ambiente, la qualità del cibo e più in generale il degrado della qualità della vita sono abbastanza evidenti. Ciò nonostante l’ardente denuncia del tuo scritto è di vitale importanza. Cercherò di diffonderlo il più possibile perché conosco molte persone alla ricerca di un giusto equilibrio. Molti di noi hanno forse bisogno di un aiuto, la tua consapevolezza i tuoi scritti, il tuo esempio credo che un po ci aiuteranno. Un abbraccio Mimmo

  • Giuseppe scrive:

    Ricevo da Tonino:

    Il 09/05/2013 22:34, Antonio ha scritto:

    Ciao Giuseppe,
    grazie per il tuo articolo. Come sai , sono poco portato per la scrittura, cercherò comunque di darti il mio parere.
    Più che un articolo, il tuo scritto, per me è una dispensa importante che troverà posto tra la documentazione che mi ha permesso, procedendo con continui cambiamenti e aggiustamenti,di raggiungere l’alimentazione vegana consapevole.
    L’ articolo è quindi arrivato al momento giusto.
    La tua analisi molto precisa e dettagliata, mi ha fatto venire in mente quello che mi hanno raccontato di mio nonno : a Natale si presentava dal macellaio e chiedeva un pezzo di carne come quella acquistata l’ultima volta, cioè il Natale dell’anno precedente. Situazione legata sicuramente alla povertà, ma le scelte delle generazioni successive con l’avvento dell’industrializzazione e del conseguente benessere, hanno prodotto i danni che tu hai ben descritto.
    Continuo ad avere dubbi sulle possibilità individuali di sostenere e promuovere la scelta vegana.
    Rimane una mia forte preoccupazione la qualità del cibo che acquistiamo, anche se non OGM e BIO.
    Sto iniziando ad interessarmi alla ricerca sulla qualità energetica del cibo e comincerò con prove di auto produzione.
    Sono comunque perfettamente d’accordo con le tue considerazioni finali e cioè che la scelta vegana va fatta in ogni caso per motivi etici e sostenibili e come gesto sensato che rimarrà per un futuro migliore
    A presto
    Tonino

  • stefania scrive:

    La consapevolezza però sta aumentando, sia a livello individuale che collettivo, siamo i primi in Europa per produzione biologica, si moltiplicano mercati e operatori di distribuzione a Km zero, Milano è la prima città italiana per numero di GAS… Possiamo cominciare a pensare positivo!
    Stefania :-)

  • maria teresa laino scrive:

    Articolo pieno di verità, vorrei che venisse letto dalla Regione Lombardia che dopo tanta lotta e varie denunce non ci dà ancora risposte rassicuranti circa il pericoloso insediamento di 380mila galline ovaiole nel parco del Roccolo, un vero disastro sia sotto il punto dei vista ambientale sia paesaggistico, uno sfregio assurdo, ad uno degli ultimi polmoni verdi dell’alto Milanese.

  • Gregorio scrive:

    ciao Giuseppe, nonostante abbia letto i tuoi libri e tuoi articoli, riesci sempre e comunque a stupirmi.
    Ammiro la capacità di analisi e di approffondimento che dedichi a ad ogni argomento che affronti .
    Quando entro in rete a curiosare sui dati che elenchi, finisco sempre per sprofondare in un mare di informazioni di cui conosco spesso solo la superficie e dove più spesso, grazie agli stimoli dei tuoi articoli, trovo il piacere di documentarmi seriamente.
    Ho impiegato una buona mezz’ora per leggere il tuo “lavoro” e come sempre ne impiegherò anche di più a rileggerlo.

    ti devo dire ancora una volta grazie

    ciao
    Gregorio

  • Giuseppe scrive:

    Ricevo da Bianca e pubblico con piacere.

    Il 22/04/2013 23:38, Bianca ha scritto:
    Articolo denso e profondo. Mostra come una scelta apparentemente privata ed eccentrica possa rappresentare il primo passo per cambiare il nostro rapporto con gli altri (non solo umani), con l’ambiente, con la politica.

    Quello che non riesco a spiegarmi è come sia possibile che tante brave persone continuino a perpetrare queste crudeltà verso gli animali senza alcun rimorso. Ammetto che io non sono perfetta spesso, troppo spesso, cedo alle tentazioni e non riesco a resistere ad un buon pezzo di formaggio… Ma poi i sensi di colpa per le sofferenze che ho causato mi consumano. Come è possibile che invece gli altri non provino nulla nei confronti dei poveri esseri trasformati nel pezzo di carne che hanno davanti?
    Forse anche perché le nuove generazioni vengono educate all’insensibilità attraverso le trasformazioni che gli animali subiscono per diventare cibo. Cosa c’è di più crudele dell’allevamento intensivo dei maiali che produce pezzi di carne bolliti e triturati… Che poi ci vendono al supermercato in forme accattivanti, di un bel colore rosa e con il nome rassicurante di “tenerone”.

    Proprio in questi giorni sto leggendo “il giorno in cui decisi di diventare una persona migliore” in cui l’autrice, Karen Duve, racconta l’esperimento di diventare gradualmente vegana per rispetto degli animali e del nostro pianeta… Non so ancora se alla fine manterrà il suo proposito, ma sarebbe bello se le persone, almeno quelle che reputiamo brave persone, come ad esempio i nostri genitori, provassero a capire le posizioni di chi ha fatto consapevolmente una scelta diversa, mettendosi per qualche tempo nei suoi panni. Forse non cambierebbero idea, ma magari potrebbero smettere di guardare a vegetariani e vegani come a degli alieni…

    Ciao,
    Bianca

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