Liberiamoci dagli economisti, ritorniamo alla politica

 

Liberiamoci da tutti coloro che ci dicono che due più due fa quattro e che i debiti vanno pagati. Con che coraggio possono raccontarlo alle migliaia di persone che hanno seri problemi di sopravvivenza? E che non hanno soldi, ma neppure debiti?  Con che coraggio spalmano su tutti i debiti contratti da pochi?

E se i debiti sono stati accumulati in decenni di cattiva politica e da amministratori incapaci e molto spesso ladri, perché loro, i tecnici, gli economisti, danno la colpa a noi?

Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre reali possibilità, ci raccontano. Avremmo dovuto renderci conto prima che stavamo spendendo troppo. Ma a chi pensano? Al pensionato che ha vissuto con meno di mille euro al mese? All’operaio con poco più? O al giovane disoccupato?

Liberiamoci da coloro che ci dicono che la crisi è finanziaria e che la cura consiste nello stampare più soldi e nell’aumentare la disponibilità di denaro di banche e di imprese.

Già nel 1963, un certo David Bazelon, che non era un economista e nemmeno un sovversivo ma solo un uomo avveduto e ragionevole, ci spiegò come la nostra economia sia sommersa dalla carta. E basterebbe pensare a quella minima percentuale di denaro circolante bastante a comperare tutti i beni esistenti sulla Terra per capire che, in effetti, c’è molto marcio nel nostro mondo. A che mai potrebbe servire tutto il valore in denaro che sopravanza il valore in merci e in beni acquistabili? A comperare o a ipotecare il futuro? O a inventarsi nuovi merci pescate fra i beni comuni, le nostre membra, i nostri organi, la nostra forza, la nostra stessa vita?

Liberiamoci da coloro che ci parlano di nuovi mercati: la frontiera è giunta al limite e in un mondo troppo stretto la coperta è in balia del più forte. E attenti a coloro che parlano di sviluppo eterno a fronte di materie prime in via di esaurimento: stanno cercando di accaparrarsi ciò che rimane, compresa, l’acqua e l’aria e la vita, essendosi già spartita la terra.

Attenti alle guerre a cui stanno pensando, comunque le ammantino. Sono sempre orribili, le guerre. Devastanti, disumane, mai umanitarie, mai capaci di apportare diritti o giustizia o democrazia. Partono sempre con il diritto di un popolo ad autodeterminarsi e finiscono sempre con il consegnare la parte povera di quel popolo a delle élite di ladri e dittatori, ricche violente e compiacenti con le élite che governano l’Occidente.

Liberiamoci da coloro che ci accusano di avere consumato troppo, dopo averci stordito con la necessità delle innovazioni di processo che hanno prodotto disoccupazione; con la necessità delle innovazioni di prodotto che hanno inquinato il globo con beni progettati apposta per durare poco e che, ancor prima che la loro già breve vita termini, diventano scarti che non si sa più dove riporre.

Liberiamoci da coloro che sognano di conservare l’esistente introducendo economie verdi che creerebbero occupazione e favorirebbero rinnovati affari. I carburanti verdi sottraggono terra agli alimenti; le energie rinnovabili abbisognano di una tecnologia che dal petrolio trae sostentamento e sono realizzate con materie prime in via di esaurimento. L’economia verde, in un contesto in cui lo sviluppo rimane la molla propulsiva, continuerebbe a produrre anidride carbonica e gas  serra in quantità insostenibili.

Liberiamoci anche di coloro che chiedono più lavoro. Puri imbecilli di destra e di sinistra. Ma dove vivono costoro? E a chi si rivolgono? A coloro che già lavorano? Non dicano di no! Non dicano che sognano di far lavorare tutti perché suonerebbe falso. Se così fosse non avrebbero allungato l’età lavorativa di uomini anziani e stanchi per non far lavorare i giovani. E, tutti concordi, hanno anche avuto il coraggio di chiamare ciò riforma!

Non avrebbero consentito straordinari a qualcuno e disoccupazione a molti. Impiego fisso ad alcuni, e a termine ad altri.

Non avrebbero consentito di chiamare riforma la dequalificazione, la subordinazione totale, la perdita di dignità del lavoro concedendo per legge decine e decine di modalità diverse di assunzione, tutte accomunate però dal male dei mali di oggi che è la precarietà.

Non sanno, gli asini, che la precarietà produce sottomissione e obbedienza. Non sanno che l’insicurezza, la fragilità dell’individuo divenuta filosofia di vita, consente a pochi di poter costruire l’inferno per i molti?

Ecco! È tempo di ritornare alla politica.

Andiamo a votare e chi non lo avesse ancora fatto ci vada.

Ma senza l’illusione di aver fatto la sola cosa che ci compete in una democrazia. Anzi, con la certezza che ben poche cose, con il nostro voto, cambieranno.

Perché la politica che delega non basta.

La politica è un fare che coinvolge. Un fare che riguarda ciò che già facciamo tutti i giorni e le relazioni che intrecciamo, attraverso questo nostro fare, con gli altri esseri umani e con la natura tutta. Queste relazioni oggi sono spesso labili, interessate, basate sul sospetto, sulla gelosia, sull’indifferenza. Noi, con le nostre scelte, possiamo rafforzarle nei loro aspetti più negativi, o, invece possiamo cambiarle e rinnovarle.

Se tornassimo alla politica con l’intenzione di cambiare l’esistente e se volessimo che le nostre azioni incidano davvero, dovremmo diminuire il nostro impatto sulla terra.

Ciò costruirebbe  relazioni positive.

Per conseguire questo risultato dovremmo essere maggiormente consapevoli di ciò che quotidianamente facciamo. E della potenza che  questo nostro apparentemente piccolo agire ha sulla situazione generale.

Se nulla importa, come recitava il titolo del libro di Safran Foer, che viviamo a fare? Se non ci importa di ciò che mangiamo, di quanto sprechiamo, di quanto inquiniamo, del dolore che causiamo ad altri – uomini ed animali – persistendo in uno stile di vita che uccide noi e il pianeta intero, se non ci importa del dolore, delle sofferenze della miseria che ci circondano mentre ci sollazziamo in cose futili, mentre ci gonfiamo i ventri mettendo a rischio la nostra salute, se non ci importa  di tutto questo che uomini siamo? Che viviamo a fare?

Tornare alla politica significa decidere cosa produrre, quanto produrre e come produrre. Ma come ci è possibile arrivare ad incidere sino a quel punto?

Nell’attesa che qualche gran maestro ci indichi la strada potremmo tentare immediatamente anche facendo scelte giuste nei nostri consumi e nelle nostre scelte quotidiane. Ma ad una condizione. Se tutti, o almeno una gran parte, fossimo d’accordo, il PIL diminuirebbe. E se il PIL diminuisce diminuirebbe anche il lavoro necessario a soddisfare i nostri bisogni divenuti più umani e più compatibili.

È questo che vogliamo?

Se sì, è ora di ridistribuire il lavoro necessario.

È ora di una giornata lavorativa più breve, magari di tre o al massimo quattro ore.

Tornare alla politica significa pensarsi capaci di cambiare. Significa pensare possibili cose che fin dalla nascita ci hanno spacciato per eterne. Come il mondo e la nostra impotenza a modificarlo.

                                                                                              Giuseppe Laino

Ferno, 24 febbraio 2013

 

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