Una rosa rossa per Rosa

Omaggio a Rosa Luxemburg

 

I conti con il passato aprono vie nuove al futuro e creano speranze. Al contrario, dimenticare, o peggio, far finta di dimenticare, non protegge dalle sciagure, ma assicura all’umanità un tragico futuro. Auschwitz e Kolyma, terribili e nefaste, sono sempre davanti a noi, minacciose come  un ineludibile destino.

L’esigenza di andare oltre il ‘900 partiva proprio da tale legittima ed auspicabile esigenza. Ma l’aver affidato questo compito gravoso ad intellettuali che nel solo pensiero liberale andavano ad attingere, o a politici rifondaroli incapaci, e in ciò perfettamente in linea con le vecchie abitudini del ‘900, di coniugare in una sorta di benefica coerenza l’immagine, il vissuto, i modi dell’esistere con pratiche relazionali altre in un nuovo da realizzarsi oggi stesso, ha di fatto reso vano ogni tentativo.

Forse non è di questi tempi la tensione etica necessaria al coraggio della coerenza. Tuttavia gioverebbe molto ritornare sui nostri passi fino a quel bivio di una storia creduta erroneamente e troppo a lungo lineare, tra il 1895 e il 1905, in cui si sono compiute le scelte che hanno reso tragico il ‘900.

Troveremmo Rosa Luxemburg a parlarci.

A raccontarci del suo internazionalismo a cui era essenziale l’intero apparato delle libertà diffuse all’interno di ogni nazione e a cui nulla interessava dell’autodeterminazione delle nazioni, vuota fraseologia e pura mistificazione inventata da Lenin e fatta propria da Thomas Woodrow Wilson. La nazione, diceva Rosa, è fatta di classi e l’interesse della classe dominante, tesa ai profitti, alla guerra e alla conquista, non coincide mai con quello dei dominati e degli sfruttati.

Contro ogni opportunismo – oggi si definirebbe realpolitik – Rosa insegnava che le rivoluzioni non si fanno improvvisamente e con la bacchetta magica nemmeno se a quest’ultima si dà nome partito. Non si fanno concedendo privilegi ai contadini per carpirne l’alleanza e poi sterminarli o promettendo non ingerenza alle nazioni confinanti e poi invece spartirsele con altre super potenze. E che le lotte per la libertà e per i propri diritti sono la palestra attraverso cui costruire il socialismo. Che la democrazia consente il socialismo e che essa esiste solo là dove il movimento operaio è forte.

Gli apparati dei partiti di sinistra, nonché dei sindacati, saranno d’intralcio, ammoniva, perché tenderanno a conservare l’esistente. Gli operai meno organizzati saranno coloro che cambieranno il mondo. E la disciplina a cui Lenin si appellava e che definiva un positivo lascito dell’organizzazione capitalistica della fabbrica, era per Rosa inculcata al proletariato non soltanto dalla fabbrica, ma anche dalla caserma e dal burocratismo moderno: in una parola, dal meccanismo globale dello stato borghese centralizzato. E da essa occorreva (e occorre) liberarsi. Solo estirpando sin dall’ultima radice le abitudini di ubbidienza e di servilismo, potremmo cambiare il mondo. Solo con la più ampia libertà, diceva Rosa, quella riconosciuta non soltanto agli amici ma anche ed essenzialmente a coloro che la pensano diversamente, potremmo cambiare il mondo.

Il pericolo è il burocraticismo che è letale per la vita, che uccide la fantasia e impedisce ogni atto creativo. Il burocraticismo e l’opportunismo accomunano coloro che seguono vie parlamentari alla presa del potere ai loro apparenti acerrimi nemici che invece sognano prese di potere immediate con l’ausilio di strutture (partiti o sette terroristiche) costituite da intellettuali ubbidienti e capaci di infiammare, immettendo dall’esterno, nelle abbruttite ed alienate menti degli individui costituenti la massa, la necessaria  coscienza di classe.

Chi pensasse vecchia questa formulazione, chi pensasse non veritiera questa comunanza fra coloro che a lungo si sono contrapposti (riformisti e rivoluzionari), pensi a ciò che Rosa Luxemburg intendeva quando sosteneva che  la strada non va alla tattica rivoluzionaria attraverso la maggioranza, ma alla maggioranza attraverso la tattica rivoluzionaria. Non si conquistano maggioranze parlando alla pancia delle masse per carpirne il voto o assaltando i palazzi del potere con manipoli di armati, con l’intenzione di fare poi i cambiamenti necessari ma si fanno piccoli cambiamenti in un incessante attrito con il potere, passo dopo passo, errore dopo errore, in ogni luogo ove vi è sfruttamento e sofferenza, e attraverso questa incessante contrapposizione, aiutati dal tempo che matura coscienza, si conquistano maggioranze.

Nel 1904 Rosa Luxemburg sosteneva “All’intrepido acrobata, sfugge che l’unico soggetto, cui ormai spetti questo ruolo di guida, è l’io collettivo della classe operaia, che ovunque si ostina a commettere i suoi errori e a imparare da sé la dialettica storica. In conclusione – diciamolo francamente tra noi – i passi falsi compiuti da un effettivo movimento operaio rivoluzionario sono, sul piano storico, senza confronto più fecondi e preziosi dell’infallibilità del miglior ‘comitato centrale’.”  In ciò anticipando la nefasta vittoria dei bolscevichi e la sconfitta generosa degli Spartachisti in Germania.

Perché la rivoluzione è un processo lungo (in ciò Rosa assomiglia molto a Gramsci) E la lotta per il socialismo può essere combattuta solo dalle masse, non perché qualcuno stabilisce l’ora dell’insurrezione, e nemmeno con un decreto o una legge che stabilisca mirabilie come la diminuzione delle ore di lavoro o quant’altro. La lotta per una società diversa, per un mondo altro, deve essere combattuta da ogni proletario, da ognuno di noi, in ogni luogo che lo imprigiona. È così che si matura l’esigenza di un mondo diverso.

Ma la consapevolezza che dovrebbe spingere ogni singolo uomo alla disubbidienza consapevole di chi desidera altro dall’esistente non è volontarismo o spontaneismo. Non nasce all’improvviso una strana mattina. È il risultato di un’autoeducazione alla partecipazione in cui la tensione verso un futuro nuovo è sempre presente in ogni pratica quotidiana. È il segno di una moralità alta. Di chi è capace di indignazione e di chi sa scorgere nel seme la futura piantina. Di chi è consapevole che ogni suo atto crea o nega l’esistente. Di chi non può fare a meno, con ostinazione e caparbietà, di decifrare e modificare il presente.

A questo fine occorrerebbe riaprire la cassetta degli attrezzi di Carlo Marx. Capiremmo che la reale oppressione contemporanea nasce dalla schiavitù salariale. Che, come Rosa diceva, la base dell’oppressione è extralegale.

Il che significa due cose.

Che lo sfruttamento e la servitù, non essendo regolate da leggi ma dal mercato, non possono essere eliminati agendo su un piano legale, con semplici particolari rivendicazioni, ma con pratiche quotidiane che,  instaurando rapporti nuovi fra gli uomini, siano capaci di sfuggire i rapporti di dominio esistenti (Rosa parlava di pratiche che innalzano la coscienza di classe).

E che il socialismo consiste nell’abolizione del lavoro salariato.

Alla faccia di tutti coloro che, dall’estrema destra all’estrema sinistra, hanno costruito per tutto il novecento la mistica del lavoro salariato, dimenticando che esso è solo una determinazione storica del lavoro e che, attraverso esso, negli ultimi quattro secoli, è sempre passata la subordinazione al potere degli ultimi, in ogni angolo della Terra.

   

   

Metto nei miei archivi e a disposizione di tutti, la mia tesi di laurea.

A distanza di trent’anni penso sia stata scritta male, con molte ripetizioni, spesso con troppa sicurezza e utilizzando una fraseologia vecchia, a volte pesante.

Ma penso anche al mio controrelatore, il noto politologo Giorgio Galli, che mi disse, prima di discutere la tesi, che gli era molto piaciuta specialmente nella parte finale. Forse in quei tempi si parlava anche così.

E penso che al di là degli scarsi meriti linguistici, una qualche utilità possa averla ancora oggi. Specialmente per chi, mai abbarbagliato da ciò che da Lenin è provenuto, ha sempre immaginato il socialismo come la democrazia compiuta e la vera democrazia come il socialismo realizzato.

Giuseppe Laino

Ferno, 08 febbraio 2013

 

 

 

 Se voi leggere o consultare  la mia tesi su Rosa Luxemburg

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