Serata in ricordo di Giuseppe Laino

Serata in ricordo di Giuseppe Laino

Cooperativa San Martino di Ferno,  28/11/2015

Pubblichiamo le letture della serata che è stata voluta dalla Cooperativa San Martino di Ferno per ricordare Giuseppe, scrittore e socio della cooperativa.
Grazie alla collaborazione di numerosi amici abbiamo ricordato Giuseppe attraverso letture di brani dei suoi romanzi.
Ci ha accompagnato la voce narrante del Maresciallo Uccellatore, ormai divenuto nostro compagno inseparabile.
E’ stata una magnifica serata. Pensiamo che Giuseppe ne sarebbe stato felice.

MARESCIALLO
La lettera

Buonasera Ferno,  
l’invito a partecipare a questa serata mi ha colto di sorpresa. M’ha costretto a scendere a patti con i limiti che mi hanno sempre voluto vicino alle pagine di un libro, più che alle vie tortuose e scivolose di questa realtà. Limiti in parte insuperabili, certamente. Ma sono convinto che rispondere a questa inattesa e pur gradita chiamata, sarà per me l’occasione per sopperire a quel vuoto a cui tanto spesso la vita ci costringe; un vuoto fatto di azioni solo immaginate o scritte da altri, un vuoto che ci condanna ad una non esistenza consensuale.
Con il mio più bel sorriso, che mi auguro possiate sentire in ogni parola, decido stasera d’esser vivo e lasciare che la mia voce v’accompagni per un pezzo di strada.
Su questa strada. Fatta di luoghi, persone e storie nostre, che meritano d’essere raccontate.
Non posso cominciare se non con una domanda. Perché io? Sarà stato forse il mio bel cappello da Maresciallo a darvi questa sicurezza nel pensare “questo è uno che le idee le tiene al caldo!”, o forse la mia pancia da buongustaio che poco s’addice all’idea di un vegano! O quei palloncini che fan tornare bambini e leggeri, i colori….
Forse è solo che in qualche maniera mi son guadagnato la vostra simpatia. Che bello pensarlo, mi da una gran gioia! Perché a raccontare e a raccontarsi ci vuole un bell’impegno. Ma se dall’altra parte si trova affetto e la stessa voglia di condivisione e, nella migliore delle ipotesi, un bel sorriso…ah, allora! Allora è come cucinare la preferita fra le ricette, godendo di ogni ingrediente, nella meravigliosa attesa del risultato finale, quel nutrimento dello spirito che solo una cosa ben fatta ci sa regalare.

Il Maresciallo Uccellatore raccontato da  Gianni Rej

Che tipo strano e in gamba quel maresciallo.
Quando erano stati a tavola, il Maresciallo aveva bisbigliato, quasi distrattamente, che per conoscersi e poi anche apprezzarsi occorreva potersi raccontare molto.
Gianni Rej gli aveva chiesto spiegazioni ma lui era sembrato prendere tempo perché si era messo ad esporre in dettaglio la ricetta del delizioso piatto che stavano gustando.
Si tratta di fare un soffritto, con tre, quattro spicchi di aglio tritato fine in olio. Al momento giusto unisci al soffritto il cavolo nero tagliato in striscioline lunghe e sottili, precedentemente messo in acqua bollente per appena due minuti e i fagioli borlotti già cotti, i più carnosi che trovi. Mescola il tutto per qualche minuto a secco in modo da far conoscere intimamente  aglio e olio a verdura e legumi, e poi aggiungi un cucchiaio, non di più, di passato di pomodoro mescolato  a mezzo bicchiere di vino rosso. Dopo aver fatto asciugare, aggiungi acqua, non troppa, e sale, e fai cuocere per una mezz’oretta. Servi nei piatti in cui, sui bordi, hai posto delle fette di pane tostato in forno ancora calde, e infine, aggiungi peperoncino frantumato a volontà.
Il vino poi facilita la cosa ancora di più. Osserva questo rosso.  Si chiama Merletto perché è fatto con il Merlot e il Brachetto. Nessuno potrebbe indovinare che è prodotto a Golasecca ad appena qualche kilometro da Brughiera Seprio. Senti come sa di petali di rosa e di prugna e persino di pepe.
Era sembrato a Gianni Rej  che il maresciallo non volesse più fermarsi  (di raccontare). E allora gli aveva chiesto ancora se era quello il raccontarsi di cu aveva parlato in precedenza.
Non sai che sono vegano? Gli aveva risposto. E non sai che questa scelta, non è cosa riguardante la dieta ma è come una disciplina che ha a che fare con l’etica e il saper vivere.
E che quando ti avrò raccontato i miei motivi non avremo parlato del più o del meno. Avremo parlato di me e allora tu che nel frattempo lo avrai percepito profondamente mi parlerai di te e dell’impronta che hai deciso di lasciare su questa terra e insieme, forse, impareremo un po’ anche a vivere meglio. Perché se non impariamo l’un l’altro a vivere meglio che senso ha il frequentarci e il gran discutere che a volte facciamo? Gianni Rej pensava che un maresciallo dei carabinieri vegano era davvero una stranezza insensata anche se interessante e piena di possibili ricadute;  ma quando, in un’altra serata memorabile, lo aveva sentito esprimersi liberamente su leggi e giustizia ne era stato davvero entusiasta e aveva pensato che in questo mondo può succedere davvero di tutto.

MARESCIALLO
Passato e presente

La Brughiera è una terra povera, desolata, mesta; è una terra che va bene per le volpi più che per il grano; o per le volpi che il grano lo sanno tirar fuori dal niente. Tuttavia ha in se qualcosa di robusto e fiero come le braccia dei contadini che su di essa hanno sempre faticato, come lo sguardo caldo del sole tra le nebbie umide e malaticce di un mattino d’inverno.
Qui riposa Brughiera Seprio, noiosa come solo un paese lombardo sa essere. Eppur viva, ricca di storia e di storie che l’un l’altro si intrecciano, a formare un disegno silente, nascosto, in oziosa attesa di un qualche curioso sfaccendato, uno di quelli che ha tempo da perdere per fermarsi ad osservare.
Io non sono qui, vengo dal Sud, dalla bella Sicilia. Ma ne ho speso di tempo a cercare di capire il paese in cui vivo e i suoi abitanti. Ne ho studiato il passato, affrontato il presente e ho sperato per il suo futuro. Ora chiedo a voi di ricordare quel che è successo qui, vicino a noi. Quel che è successo ieri e ieri l’altro. Quel che è successo prima, quando qui c’era la guerra per tutti, non solo per chi la voleva. E ancora indietro, quando il lavoro era dolor di schiena e camminare, camminare….
Fate uno sforzo, chiudete gli occhi. Ascoltate le storie di chi è stato qui prima di voi e di chi è ancora qui, perso da qualche parte fra le nebbie della Brughiera, in cerca di uno sguardo amico, di una parola di conforto, di un “Eh sì lo so, sono anch’io qui. Mi son perso tante volte, ma poi alla fine si trova sempre, in qualche maniera, la  strada di casa”.

Giuseppe Crespi

Giuseppe  Crespi nacque a Gallarate nel 1820 e morì vecchio, a Brughiera Seprio, nel 1905.
La sua tomba si può incontrare nella primissima fila a destra, di fronte all’entrata del cimitero del paese. E’ priva di orpelli. Un marmo grigio e macchiato dal tempo ne ricopre la grande superficie.
Suo padre Antonio era di Busto Arsizio. Era un parente di quel famoso Andrea Crespi Bosinetti detto Bilì, carrettiere di professione, che per tre giorni, nel 1814, fu incoronato re di Busto dai cittadini incazzati.
Francesi o austriaci era lo stesso per i bustocchi. Gli stranieri, chiunque fossero, pensavano solo ad arruolare soldati da spedire a morire in giro per il mondo intero. Giuseppe Crespi aveva sempre avuto il sospetto che suo padre c’entrasse, in qualche modo, con il tumulto popolare di Busto. Ma non era mai riuscito ad averne una qualche conferma. Non ne aveva voluto mai parlare in casa, suo padre. Sembrava gli procurasse persino fastidio il solo ricordare che era di Busto.
Giuseppe aveva appreso nel corso degli anni che Antonio Crespi con moglie e figlia appena nata, si era trasferito  a Gallarate agli inizi del 1815.
Giuseppe Crespi ricordava sua madre e Maria, sua sorella. Lavoravano nella vasta cucina.
La mamma a forza di braccia e di gambe sul vecchio telaio a mano fissato in una buca, nel pavimento di nuda terra del locale.
Seduta sulla panca collocata fra i due ritti anteriori, con movimenti regolari e continui schiacciava con i piedi le calcole che alzavano i licci, spingeva lo spillone in legno che ad ogni fase infilava il filo di trama, braccia stese in avanti e schiena piegata, e poi, con forza, tirava verso sé la cassa battente portante il pettine che era infulcrata in alto, sopra la sua testa.
Si giocava, si mangiava e si viveva con il rumore di quella macchina che impegnava qualcuno della famiglia continuamente, giorno e notte.
Suo padre appena tornava a casa dai campi in cui aveva passato la giornata, continuava il lavoro della donna e della bimba.
La campagna non si abbandonerà mai,  sentiva ripetere spesso dalle stesse persone che contemporaneamente sostenevano con forza e con rabbia che l’unica possibilità di riscatto per loro era il telaio,  perché con la sola terra, ne erano convinti, quando andava bene, si rischiava di mangiare tutta la vita patate, polenta e cipolle.
In sostanza, pensava Giuseppe, per loro non c’era speranza. In un modo o nell’altro erano comunque costretti a passare tutto il tempo che avevano a sgobbare come schiavi. Il lavoro era davvero una condanna a cui non potevano fuggire.

Carletto

Allora pensò che non c’era motivo d’avere paura. Non c’era neppure buio con quella luna enorme e bianca che impallidiva i filari. E non c’era anima viva per tutto l’intorno: dal punto in cui si trovava aveva una visuale perfetta, da stare del tutto tranquillo. Faceva freddo, sì, che si era ormai a metà novembre, ma di quello non doveva temere perché si era avvolto in una coperta militare spessa e pesante, da inverno pieno, e nel giro di qualche minuto il suo corpo avrebbe scaldato tutto quel buco. Ma sentiva il cuore pulsare forte nel petto e nelle tempie, e questo lo agitava e infastidiva non poco. Si trovava in un avvallamento del terreno, fra un filare e l’altro di un vitigno da cui avrebbero tratto, com’era tradizione di quel luogo, un buon nebbiolo. Qualcuno aveva messo tre assi affiancate appoggiate alla terra e sopra, a 40 centimetri, un tavolone che aveva ricoperto di terra e ciuffi di erba fino a far credere che quel terreno infossato fosse un piano perfetto.  In quei 40 centimetri lunghi due metri e mezzo s’era infilato Carletto, dato che nel comune di Mezzomerico in cui si trovava, era prevista un’incursione fascista, quella notte.
Una notte d’inferno stava passando Carletto. Una notte che non concedeva sonno  e nemmeno si decideva a finire. Uscì dal suo buco per sgranchire le gambe e fare un po’ d’acqua. Si guardò intorno, attraverso i filari, forse sperando che un volto amico gli sciogliesse l’ansia che aveva in corpo e fece anche due passi. Ma il freddo lo convinse presto a tornare e infilarsi di nuovo in quel buco di terra che gli faceva da casa e da letto.
Era quasi l’alba e da Mezzomerico non proveniva rumore. Chissà quanto sarebbe durata ancora la notte. Un rumore di motori richiamò Carletto alla realtà. Comparvero dalla curva che usciva dal paese, tre camion pieni di militari e davanti e dietro due macchine nere. A guidare la colonna c’erano tre moto che facevano un fracasso impossibile. “Chissà dove vanno… devo avvisare i compagni” si disse. Aspettò un bel po’  rintanato nel fosso e quando non sentì più alcun rumore uscì con cautela guardandosi attorno. Non c’era nessuno e si era fatto giorno. Conveniva scavalcare la collina e dall’alto guardare quello che stava accadendo.
Si mosse con calma, tra un filare e l’altro, abbassando il corpo sotto i fili tesi a reggere i tralci. Poi, alzò il capo  a guardare quanti metri gli mancavano ancora ad arrivare alla cima e si accorse di un tizio che dall’alto lo stava mirando con un fucile puntato.

Via Gaggio – Graziella e il ritrovamento del cadavere

Domenica 5 aprile 1998, invogliata più del solito dall’aria mite  e dal cielo sereno, Graziella decise di uscire per godersi la sua solita corsa settimanale. Aveva in mente un percorso sperimentato da tempo che amava moltissimo. Partendo dal centro di Ferno in cui da anni risiedeva, passava davanti alla vecchia chiesetta di Santa Maria e poi, costeggiando l’aeroporto di Malpensa e in seguito attraversando fitti boschi di robinia, giungeva sull’antica via del Gaggio che in un  passato ormai dimenticato, collegava Lonate Pozzolo al suo Porto e al suo mulino. Scendeva così sull’alzaia del Naviglio Grande e dopo circa due kilometri  verso nord, giungeva sulla via dei Mulinelli, percorrendo la quale si ritrovava  dapprima sopra costa e poi sulla via di casa.
Erano in tutto circa sedici chilometri che per lei costituivano un bellissimo e piacevolissimo esercizio.
Nei giorni festivi aveva occasione di incontrare un sacco di gente, chi in bicicletta, chi a cavallo, chi semplicemente a passeggio e molti a correre come lei. Questa assidua frequentazione  del luogo garantiva la sicurezza di tutti, tanto che nessuno avrebbe mai pensato, in quel continuo zigzagare fra boschi e nonostante il clima di insicurezza diffuso ad arte da politici schifosi e mass media compiacenti, di rischiare brutti incontri.
Dopo tanto incrociarsi, ognuno al proprio passo, superandosi e raggiungendosi in un continuo giocare e soffrire per la fatica, si era diventati tutti amici e quando, accarezzati dall’aria, ci si affiancava per qualche secondo, magari col fiato grosso, ci si salutava sempre calorosamente.
Quella mattina, essendo presto, c’era ancora poca gente,  ma dopo solo qualche chilometro Graziella scorse Maria appena una decina di metri avanti. Decise di accelerare per raggiungerla come si fa quasi sempre quando ciò che si vede dinanzi assume i contorni di una meta. Maria era una giovane sua vicina di casa che si era facilmente lasciata convincere della necessaria gradevolezza di una corsa settimanale. Era una ragazza sveglia e piacevole con la quale, pur vivendo porta a porta, non aveva mai avuto un solo diverbio. La pratica domenicale comune aveva poi ulteriormente rafforzato l’amicizia delle due donne tanto da creare  un legame assai stretto.
Quando si corre, infatti, tutte le cose vengono viste e vissute da una prospettiva diversa. Lo scorrere alterato del mondo che ti circonda e insieme l’affaticamento del corpo, conferiscono una leggerezza inusuale a tutti i fatti che ti riguardano, anche a quelli più assillanti e opprimenti. Ed è come una liberazione, come un alleggerimento dell’animo che sopraggiunge e ti invade. La pace e la serenità raggiunte sono le precondizioni che accomunano poi coloro che insieme corrono. Non serve parlare  e diffondersi in accurati ragionamenti per trovare assonanze e sentirsi simili: basta correre al ritmo del proprio cuore che batte come il tuo. Le due donne ne erano certe. Per questo motivo nulla e nessuno le avrebbe convinte a rinunciare a quelle due ore di assoluta libertà.
Colme di questi silenziosi ed edificanti ragionamenti giunsero alla vecchia dogana che segnava il confine, su sponda lombarda, fra l’impero Austro Ungarico e il Regno di Sardegna. Era un edificio in mattoni rossi abbastanza imponente, affiancato  da stalle che avevano accudito i cavalli focosi dei militari  e dei funzionari tedeschi tenuti a guardia dei sacri confini della loro altrettanta sacra patria. Da pochi anni era stato acquistato dal Parco del Ticino. Nei mesi successivi, per ricavarne degli uffici, sarebbe stato risanato e deturpato definitivamente da orribili vetrate che gli avrebbero donato l’aspetto di un moderno supermercato. In faccia, sulla sinistra della strada, le abitazioni di Tornavento, allineate in linea retta ai bordi della depressione che scendeva a valle verso il letto del Ticino, sembravano schierate compatte contro quella brughiera che aveva bevuto e accolto il sangue e i corpi dei duemila soldati deceduti inutilmente nella battaglia fra spagnoli e francesi avvenuta il 22 giugno del 1636.
Poco più avanti, prima della discesa del Gaggio, sulla destra, c’era una fontanella alla quale le due donne decisero di fermarsi. Graziella aveva una gran sete ma dal momento che era molto accaldata si limitò a poche gocce di acqua freschissima. Mentre si lasciava bagnare il viso dall’acqua corrente, piegato sotto il basso rubinetto e con la testa inclinata a destra, verso il sentiero che conduce alla chiesetta della cascina Maggia chiamata Oratorio della Beata Vergine della Consolazione, fu colpita, per una frazione di secondo, da un riflesso accecante che la costrinse a chiudere d’istinto gli occhi. Quando si sollevò in piedi aveva ancora quella luce in corpo e come rispondendo ad un richiamo decise di correrle incontro. L’amica meravigliata, pur non capendo nulla di ciò che stava accadendo, decise in silenzio di affiancarla.
Si diressero a passi veloci verso Cascina Maggia Dopo un centinaio di metri videro un’auto. Fu la nebbia scura che riempiva l’abitacolo ad attirare la loro attenzione.
E fu quel corpo abbandonato sul volante, le mani penzoloni lungo i fianchi, a farle urlare.

MARESCIALLO
Vite

Di uccidere siamo capaci tutti. Ogni giorno uccidiamo, che sia una mosca o l’ennesimo gatto passato davanti alla macchina nel momento sbagliato (e poi di chi è la sfortuna?). E siamo capaci anche di lasciare che altri uccidano per noi, per darci da mangiare, per riempirci le pance, per garantire la nostra sicurezza e il sopravvivere della nostra democrazia.
Siamo perfino capaci di uccidere noi stessi, soffocando ogni buon proposito con infinite giustificazioni,  scuse, rimandi.
Ne ho viste di cose brutte nel mio lavoro. Di cose che ti fanno chiedere “siamo forse una stirpe segnata, condannata al male e alla corruzione di tutto ciò che di  bello c’è in questo mondo?” Forse.
Ma intorno a me hanno vissuto e vivono tante belle persone, donne e uomini pieni. Pieni di vita, di speranza, di risate; pieni di sentimento, di sensibilità, di umanità.
Questo mi basta. Mi è sempre bastato, fin da bambino; la bellezza e la fortuna che mi sento addosso ogni volta che la incontro in qualcuno o qualcosa, ha sempre tirato a sé l’equilibrio di quella rugginosa bilancia che chiunque fra noi potrebbe sentir cigolare se avvicinasse per un momento l’orecchio al cuore.
Allora finché ci sono personaggi come questi nel libro che abbiamo fra le mani, che un po’ leggiamo e un po’ scriviamo, non posso credere che da qualche parte tra le pagine che verranno non si incontrerà prima o poi un lieto fine.

Alcina

Ci sono persone che per carattere o sensibilità non possono ignorare il dolore di cui sono circondati.
Sono una donna: di ciò che è umano nulla reputo a me estraneo. Fintanto vedrò  o sentirò qualcuno patire non mi potrò godere i sollazzi e i non sensi gioiosi che, per anni, hanno allettato tanti.
Il riso aiuta ad accettare il dolore, a dimenticarlo. Ad addolcire il mondo. Non cambia niente, seppellisce tutto sotto un metro di terra. E noi abbiamo invece bisogno di volare alto.
Di portare alla luce il marcio e di imparare ad indignarci.
Se ti venisse in mente che qualcosa per cambiare l’esistente potresti farla anche tu e prima ancora, se ti passasse per il cranio l’idea pazza che in effetti questo mondo è da cambiare perché così com’è è una vera merda allora, forse, avresti meno voglia di ridere per niente. E potresti anche essere felice per aver scoperto una dimensione nuova per te.
Non si tratta di sentirsi un Cristo sulla croce ma solo di acquisire un po’ di consapevolezza. Non si tratta neppure di fare il musone o il serioso ma solo di guardarsi attorno un pochino e vedere le crepe dietro il lustro delle apparenze.
Ma se niente ci importa di ciò che succede all’altro forse dovrebbe importarci di quel che succede a noi e ai nostri figli per la dabbenaggine altrui.
E’ il ridere vuoto che non mi piace.
E non mi piace mai neppure il sarcasmo tanto di moda perché è dei cinici a cui sta a cuore solo avere l’ultima parola.
Invece mi piace il sorriso amaro della satira, anche di quella cattivissima, perché unisce i deboli nel sentirsi estranei ad ogni potere. E mi piace anche divertirmi e stare in compagnia, nonostante so che poi, quando torno sola, mi viene sempre un poco di tristezza.
Mi piacciono i monti e le lunghe passeggiate, mi piace il mare d’inverno e tutte le cose che l’uomo produce con le mani. Mi piace leggere e ascoltare poesie e belle storie. Mi piace l’inverno e l’estate. L’autunno e la primavera. La pioggia e il vento. Il sole e la neve.
Mi piacciono i gatti – ne ho tre – e i cani e tutti gli animali. Mi piacciono i miei figli e mio marito. Mi piace stare sola. Mi piace essere ascoltata mentre parlo dei miei sogni.

La vide, mentre da una finestra altissima, spalancata nel cielo appannato da nuvole bianche, si buttava nel vuoto. La vide volare ma non era felice. Le scorse bene il viso contratto dalla fatica. E gli occhi aperti a non vedere più nulla. Come in una resa. In un abbandono.
Aveva smesso di sognare.

Cosenza

Mio padre è nato in un posto che si chiama Massacornuta, una frazione di Tortora.
E’ il primo paese della Calabria, scendendo lungo il Mar Tirreno.
Adesso sembra essersi trasferito in riva al mare perché la popolazione si è concentrata tutta lì e di conseguenza vi hanno traslocato  anche il Municipio e tutti gli uffici.
Ma quella è solo Marina di Tortora, una semplice frazione esattamente come Massacornuta. Tortora centro si trova a cinque kilometri dalla costa. A trecento metri di altezza. E’ un paese estesissimo con tante frazioni che si perdono sulle montagne.
Mio nonno Francesco si era costruito una casa a Chjiricalài, un piccolo rione di Massacornuta. Era isolata dalle altre e molto grande, proprio sotto la parete del monte Callimaro.
Sono nomi impressionanti e curiosi. Mi piace molto citarli. Sono i luoghi dei miei padri. Quando ne parlo mi sento vibrare dentro qualcosa, come se i morti sentendomi si ridestassero per trasmettermi una qualche energia.
Comunque mio padre nacque lì e da piccolo fu trascinato  da mio nonno Francesco su per la montagna, a tagliare piante e a costruire cumuli da cui ottenere carbone di legna, che era l’attività svolta anche da suo padre, il bisnonno Giuseppe. Mio nonno e mio bisnonno con quell’attività si erano arricchiti così tanto da poter comperare vari terreni. C’erano agrumeti meravigliosi su una superficie che negli anni si era ampliata di molto.
Mio padre, da piccolo, ci andava a raccogliere arance e limoni che poi sugli asini trasportavano  e vendevano lungo la Valle del Noce, fino a Trecchina, a Lauria, a Nemoli e persino a Lagonegro. Comperarono anche dei boschi nei dintorni di Maratea, il Comune a nord di Tortora, dalla parte del mare. Fu un’occasione strana perché furono ceduti ai miei per saldare un debito e, sebbene non molto distanti, risultarono parecchio lontani dai loro giri usuali e perciò furono abbandonati. Appena mio nonno più che novantenne morì, nel mese di marzo del 1970, iniziarono i guai. I due fratelli maggiori di mio padre, Giuseppe e Giacomo, decisero di appropriarsi degli agrumeti lasciando a lui solo i boschi selvaggi di Maratea. Nel frattempo mio padre, che si era sposato l’anno precedente, non stava passando un bel periodo. Mia madre si ammalò. Dovettero darsi da fare molto, frequentando medici e ospedali, per superare quel momento. Andarono, per qualche mese fino a Napoli, dove per fortuna delle cure appropriate risolsero in bene ogni cosa.
Mio padre era talmente immerso nei suoi problemi che non si accorse delle manovre che gli zii stavano tessendo. Quando il nonno morì fu costretto dalla legge ad accettare tutto ciò che gli fu imposto. Ma nessuno gli impedì di litigare duramente con i fratelli. Alla fine, giurando di non rivederli mai più.  Decise di andarsene definitivamente da Tortora.
Emigrò.
Si stabilì casualmente a Brughiera Seprio.

Vittorino

Aveva iniziato a lavorare nella prima metà degli anni settanta in una tintoria di Busto Arsizio.
E nonostante  fosse passato un mucchio di tempo, se li ricordava ancora molto bene i suoi primi giorni in fabbrica perché lo avevano messo in cucina colori a fare un lavoro sporco e schifoso. Doveva pesare polveri leggere come vapori seguendo ricette che il capo reparto gli passava su foglietti a quadretti, tenuti insieme in mazzette da dieci con mollette bellissime, in acciaio inox.
In quel locale buio che sapeva di tomba e di morte – la luce fredda delle lampade al neon non ne migliorava per niente la percezione da brividi – c’era su un muro, ad un metro e venti da terra, una finestrella ad arco che dava nel reparto tintoria, con un davanzale in legno molto largo a fare da ripiano e, sulla parte opposta, la porta d’accesso alla stanza, sempre ben chiusa. Accanto alla finestra, quasi a proseguire il davanzale, avevano sistemato un tavolino con sopra una bilancia da drogheria e un piccolo contenitore in vetro colorato in cui erano riposte le preziose mollette del Ripamonti che dirigeva il reparto da molti anni.
Vittorino in quel luogo ci aveva vissuto dalle otto alle dieci ore al giorno in compagnia di scaffali messi un po’ ovunque, quasi a disegnare un labirinto. Sui numerosi ripiani, fustini allineati ed accatastati ognuno con l’etichetta indicante il nome del colorante e della ditta che lo aveva fabbricato, facendo la figura di tanti libri un po’ più rigonfi del normale. C’era la serie dei gialli, dai più verdi ai più rossi, quella dei rossi che sfumavano, dagli ingialliti arancioni ai fucsia e ai viola colmi di blu e infine la serie dei blu che digradavano verso il rosso e verso il giallo. Ma non era bello vederli e, anzi, metteva in testa qualche brutto pensiero perché avevano sopra appiccicato e ben evidente il teschio con le tibie incrociate che da secoli indica pericolo di morte. Vittorino di sforzava di pensare ad altro quand’era chiuso lì dentro. Alla vita piacevole che scorreva fuori la fabbrica. Al sole, all’aria, ad un campo da calcio. E ai sogni che nutriva numerosi e alle donne che gli sarebbe piaciuto avere. Ma tutto quel lavorio di testa lo rattristava ancor di più perché serviva soltanto ad esaltare la sua condizione ad una morte orribile e acerba. Vittorino sapeva però resistere ed adattarsi anche al peggio perché era cosciente da generazioni che a garantirsi la vita è necessaria una paga certa ad ogni fine mese. E quando un lavoro lo si trova occorre sentirsi fortunati e tenerselo ben stretto e sperare che duri per sempre. Nonostante ciò quei giorni lontani furono duri. E gli ci volle del tempo per ambientarsi. Ma alla fine l’ebbe vinta.
Scoprì in breve e con grande meraviglia che con soli tre colori si può disegnare l’intero arcobaleno e, dal momento che faceva fatica  a capire come anche un grigio o un beige potessero saltar fuori unendo in determinate proporzioni giallo rosso e blu, si attaccò sul bordo in legno della finestra, a mo’ di promemoria e come fosse un quadro, il triangolo dei colori. Ogni tanto gli captava di fissarlo incredulo e affascinato. In quel triangolo era racchiusa ogni sfumatura, l’universo intero, gli veniva da pensare.
Quando, dopo circa due anni,  gli cambiarono lavoro se ne fece regalare una copia da appendere nel salotto di casa sua, accanto alla riproduzione di un celebre girasole di Van Gogh.

MARESCIALLO  
Mangiare e viaggiare

Ricordo un gioco che facevo da bambino. Dalla finestra dietro casa, guardavo l’orto di mio padre e contavo i colori che riuscivo a distinguere. Non erano mai meno di dieci, nemmeno negli inverni più freddi. Fiori, frutti, piante e verdure, ogni cosa era colore e la mia curiosità là dentro si perdeva e fantasticava sull’origine di quei prodotti meravigliosi da cui nascevano ricette e sapori che sapevano unire le persone, tenerle insieme. M’è rimasto il segno di quella magia, seppure per anni ho pensato ad altro, ho lasciato le domande del bambino per occuparmi dei problemi dell’adulto, fino a che un giorno mi sono accorto che a scavar nell’anima si fanno solo buchi mentre a scavar nella terra ci si può piantar qualcosa e vederla crescere. Così sono tornato nell’orto e ho ripreso a farmi domande seguendo la strada degli ingredienti di ogni mia ricetta, dalla terra alla cucina e poi alla tavola e, ancor prima, lungo le antiche strade che ha percorso prima di arrivare nel mio giardino. Ho scoperto nomi che non si usano più e viaggi che per farli ci son voluti secoli. E ho trovato che i prodotti della terra son come gli uomini, che non smetteranno mai di viaggiare in questo mondo alla ricerca di un posto dove poter crescere rigogliosi e dare buoni frutti, che mai si stancheranno di superare barriere e metter radici anche nei terreni più duri e inospitali, che sempre avranno il coraggio di allungarsi a cercare il sole aiutandosi l’un l’altro e intrecciando i rami in disegni inaspettati.
Se il destino ci vuole così, irrimediabilmente diversi ma incredibilmente vicini, perché non vivere le nostre divergenze come risorse, perché non ammettere che a unire sapori e colori diversi non si fa mai male, soprattutto se quel che ne nasce viene condiviso e diventa un legame?
Guardo il mio orto dalla finestra e ne conto i colori. Tutti si muovono e camminano verso chissà dove, in una lunga colonna variopinta che lascia solchi e scrive storie su questa terra silenziosa, morbida madre di miliardi di fratelli che ancora non si conoscono.

Perché sono vegano

In quei momenti tremendi in cui il dubbio su tutto ciò che sapeva di vita era così forte da farlo tremare di notte, fu aiutato dal vago sentore che forse quella era un’occasione che il destino gli offriva.
Intuiva il bisogno di una nicchia in cui rifugiarsi e in cui potersi sentire qualcuno. Forse, in una condizione del genere, avrebbe anche potuto ritrovare l’identità smarrita nell’omologazione pressoché totale in cui da anni viveva. E tornare a vivere meglio di prima.
Un giorno aveva trovato Ivan Merletti in quella che era la sede del Circolo culturale,  che leggeva un libro. Qui si parla della carestia che ha colpito l’Etiopia nel 1984, disse Ivan Merletti. Jeremy Rifkin sostiene che interi popoli soffrono la fame, perché la terra viene utilizzata per coltivare vegetali che diventano mangimi per animali. E dell’Etiopia dice che nel 1984 produceva semi di lino, di cotone e di colza destinati agli allevamenti di animali sparsi per l’Europa, invece di coltivare cibo per gli etiopi.
Naturalmente Rifkin esagerava imputando alla sola carne i mali del mondo. Ma il suo discorso di fondo è giusto. I nostri allevamenti intensivi stanno consumando l’intero pianeta. Nello stesso tempo milioni di persone muoiono a causa delle malattie del benessere dovute ai troppi alimenti di origine animale ingurgitata a furia di pubblicità. E altre persone muoiono di fame – sono quasi un miliardo a soffrirne – perché gli è sottratta la terra che serve ai nostri allevamenti.
Il maresciallo Uccellatore si era sentito a disagio a sentire tutti quei dati ma si era lasciato avvolgere dalle acque del fiume in piena fino ad esserne sommerso e quasi ad annegare. Aveva saputo di come gli allevamenti di animali si possano considerare fabbriche di proteine al rovescio. Di come un ettaro di terreno produce ventidue chili di proteine se usato per allevare animali e quattrocentotrè chili di proteine se usato per coltivare soia. Di come un chilo di frumento consumi duecento litri di acqua , mentre un chilo di carne ne consuma da venti a quarantamila. Di come un terreno di quattro ettari può servire al sostentamento di sessanta persone se coltivato a soia, ventiquattro se coltivato a frumento, dieci se a granturco e due se utilizzato per l’allevamento di bestiame.
Di come l’energia spesa per produrre cibo  animale sia maggiore di quella ottenuta dallo stesso cibo prodotto. Di come il settore agricolo produca  circa un quarto delle emissioni di gas serra, molto più di quello prodotto dai trasporti a livello mondiale, e di come gli allevamenti contribuiscano  per l’ottanta per cento a produrre inquinamento.
La sera di quel giorno il Maresciallo Uccellatore si era sentito come svuotato di tutto  quello che era stato  fino a quel momento. E come se avesse perso chili  di peso aveva ondeggiato  colpito da nauseanti giramenti di testa.
Ma aveva bisogno di un grande spazio nella sua mente per farci stare un altro e diverso racconto delle cose, della vita, del mondo.
A  poco a poco, nel giro di qualche anno, grazie al suo impegno e alla sua costanza nel documentarsi, era riuscito a sentirsi meglio di prima. A suo agio con gli altri e con la natura intera. Ma aveva dovuto impegnarsi molto. Dapprima si era occupato degli interessi economici enormi che hanno dietro la grossa lobby degli allevatori, dei trasportatori e dei macellatori di animali.
E poi della crudeltà raccapricciante con cui sono trattati, come fosse cosa normale e del tutto morale, degli altri esseri viventi.  Poi si era occupato dell’impatto ambientale causato dagli allevamenti e di come i baroni della medicina moderna si ostinino a consigliare le proteine nobili della carne invece di occuparsi di come la carne e il latte che ingurgitiamo  siano inquinati da antibiotici, ormoni e in moltissimi casi  anche da virus e batteri.
Da quel momento il maresciallo Uccellatore era stato preso, nelle ore in cui il lavoro non lo travolgeva, dai problemi del cibo, dalla ricerca di gusti e sapori antichi e dalla realizzazione di un ricettario vegano capace di offrire mille sapori diversi ma naturali.

GARUSLI e BOURGOLETTI

Sono siciliano e amo il mare che mi ha visto nascere!
Negli ultimi anni, tuttavia, devo ammettere di aver cominciato ad apprezzare anche la montagna, soprattutto d’estate. Nei mesi più caldi, non disdegno una bella passeggiata per le valli del Monte Rosa e fu proprio durante una di queste escursioni che feci una scoperta culinaria sensazionale.
Mi trovavo in Val Mastallone, sulle tracce di un sentiero poco conosciuto e ancor meno usato che, così avevo letto da qualche parte, conduceva ad una sperduta e suggestiva cappella in mezzo ai boschi. Passando nei pressi di un piccolissimo abitato, incrociai una vecchina, piccola piccola,  ma con un sorriso luminoso, largo e benevolo. Era tutta presa a raccoglier qualcosa, “erba” pensai io, “per la minestra” disse lei.
Mi fermai a chiacchierare con quella vecchina e scoprii che sapeva riconoscere quasi ogni filo d’erba che le cresceva intorno e che di ognuno poteva dire se era buon per la tavola o solo per pulir le scarpe!
Mi raccontò di come in montagna la vita è sempre stata dura e la povera gente aveva da sempre dovuto imparare a cavarsela, soprattutto durante i lunghi mesi invernali. In pochi minuti mi ritrovai seduto, con taccuino e penna alla mano, a prender nota della ricetta incredibile che segue.


INGREDIENTI

Garusli
Bourgoletti
Olio evo
Vino rosso

PREPARAZIONE

Cuocere i garusli in acqua finchè sono teneri, poi farli asciugare su un panno pulito.
Quindi friggerli in olio e poi aggiungere un po’ di sale. Sono ottimi con la polenta.

A parte, cuocere i bourgoletti in acqua un poco salata per almeno un’ora, e finchè sono teneri. Servirli ancora caldi, in una scodella con del vino rosso.

Curiosità: I garusli sono bucce di rape fatte seccare al sole.
I bourgoletti sono castagne secche, fatte seccare e conservate per l’inverno secondo l’uso della gente di montagna,

Emigranti   

Dissero che si innamorò del nome la prima volta che lo vide, su un ceppo, ai bordi di una strada e che si fermò a lungo a fissarlo che sembrava non volesse più muovere piede.
Dissero anche che tentò più volte di dirlo a voce alta, senza mai riuscirci, e che in quegli attimi di gioiosa attesa e toccante poesia fu ferita nei sensi fino a rimanere senza fiato e quasi a svenire. In un intenso e breve frammento di tempo si estraniò dalla sua storia di fatiche e miserie, e fremendo di piacere percepì attraverso la pelle, e poi in tutto il corpo, la bellezza e i profumi e i suoni penetranti dei prati fioriti e dei boschi verdi, della terra scura e pesante e del cielo celeste e azzurro con quelle nuvole bianche a rincorrersi l’un l’altra: era tutto vivo e allegro quel posto, e lei sorrise per la prima volta dopo molto, moltissimo tempo.
Allora si sentì debole e le tremarono le gambe ma era serena e si adagiò tranquilla nell’erba, fra papaveri e  e fiordalisi.
Decise che si sarebbe fermata lì, a Ruszkabanya-Krassoszoreny, per il resto della sua vita.
Il suo nome era Maria Pan e proveniva da Grantorto, a due passi dal Brenta. Con il padre e il fratello si era unita, tre mesi prima, ad un gruppo di disperati  di Cittadella, una dozzina fra uomini, donne e bambini. Erano tutti morti di fame, magri come chiodi o gonfi d’aria e di acqua, e non ne potevano più di sopravvivere alla giornata rosicchiando torsi di pannocchie rinsecchite o mangiando erba strappata dai campi.
Erano riusciti a raccogliere un bel gruzzolo, fra gli amici e i parenti meno coraggiosi, che poi in Dobrucia dove tutti dicevano che il clima era benigno e la terra munifica, avrebbero lavorato e mandato a casa i soldi a ripagare i debiti  e a far girar l’economia di Grantorto, che continuavano ad amare e a sentire nel cuore nonostante le angherie che da secoli avevano ricevuto a palate. Allestirono due carri trainati ciascuno da due cavalli e vi si sistemarono sopra con pochi bagagli, le patate, il mais per la polenta, i ceci e i fagioli secchi. Dopo 25 giorni avevano varcato il confine ungherese ed erano giunti in Romania. La Dobrucia era una regione spopolata, appena acquistata dalla Romania per chi sa quale bega, e gli italiani erano benvenuti da quelle parti.
Maria decise che quella sarebbe stata la sua America.
Fece due figli: Elena Pan e Peter Pan, che divenne famoso e non morì mai più per via della storia fantastica che gli costruirono attorno  e che avrei voluto scrivere io.

La canzone di Peter Pan

Hai dovuto lasciare Ruszkabanya Krassoszoreny
La tua isola che non c’è più.
Ti sei portato il ranuncolo rinsecchito, colore dei suoi occhi
E una scheggia di marmo della tua casa
E una conchiglia per non dimenticare di sognare.
Povero Peter Pan, fante del Piave.
Ti sei smarrito fra ferro e fuoco
E l’aria che ribolle e il sangue che gela
E le membra che non obbediscono alla mente.

Hai dovuto lasciare Ruszkabanya Krassoszoreny
La tua isola che non c’è più.
Te lo ha imposto qualcuno in nome della libertà.
E tu che hai obbedito
Ti sei portato il ranuncolo rinsecchito, colore dei suoi occhi
E una scheggia di marmo della tua casa
E una conchiglia per non dimenticare di sognare.
Ma tu che hai obbedito
Sei cambiato molto in fretta
E hai scordato tutto nel fondo di una tasca.
Hai trovato altra gente istigata come te
A sbranare tutti quelli motivati come te.
Hai smesso di sognare, hai ucciso, ferito e dilaniato.
Il tuo fucile e la baionetta e la patria tua
Ti han ridotto una bestia obbediente che non sogna più.
Ma tu che hai obbedito
Ora dormi su un monte uncino
Che non ti appartiene e che ti fa schifo
In un ossario muto che non insegna niente a nessuno
Insieme a ventimila compagni sconosciuti.
Povero Peter Pan, fante del Piave.
Ti sei smarrito fra ferro e fuoco
E l’aria che ribolle e il sangue che gela
E le membra che non obbediscono alla mente.
Povero Peter Pan, fante perso e mortrto sul Grappa.
Per una idea, per una patria, un dio,
che non assolve alla sua unica funzione:
quella di bruciare chi lo usa in modo infame.
Povero Peter Pan, fante morto ancora tutti i giorni
Da allora ad oggi e mille altre volte ancora.
Povero fante che non sei servito a nulla
Nemmeno alla tua isola che oggi non c’è più.

EPILOGO: LE COMUNITA’  

Questa sarà la prossima vera guerra.
Ci saranno comunità deboli che soccomberanno  accettando quello che verrà imposto  e così moriranno per sempre. I loro territori verranno devastato e i loro uomini morranno di tutte le malattie oggi esistenti.

E ci saranno comunità forti  che si salveranno costruendo il nuovo.
Saranno quelle capaci di disobbedire  e di autodeterminarsi divenendo nodi essenziali di relazioni estese su questo globo. Ciò le renderà più forti di qualsiasi stato- E costituiranno il futuro dell’umanità.
 E nel frattempo noi cosa dovremmo fare? Comprendere l’importanza della solidarietà con gli altri esseri umani  e vivere in armonia con una natura, non più oggetto da depredare.

Una risposta a Serata in ricordo di Giuseppe Laino

  • Ambrogio scrive:

    Tornando a casa sabato sera avvertivo l’esigenza di rielaborare dentro di me le emozioni percepite in quell’atmosfera Magica per coglierne la giusta dimensione. La mia prima sensazione che si andava oltre il normale sentire,da non disturbare neanche con un applauso.
    Si parlava di un maresciallo dei carabinieri, ma non come un tutore dell’ordine pubblico ma di una persona che andava oltre l’esigenza fisiologica del mangiare, amante della buona cucina.
    Si parlava anche di contadini, ma non come coadiutori della terra, che dissodavano, seminavano, ma di un contadino capofamiglia, di una donna, moglie e madre, di figli, tutti impegnati in un progetto, aiutarsi reciprocamente dando ognuno quanto ne era capace.
    E il canto, la musica, un invito ad elevare lo spirito, i pensieri.
    Si parlava del telaio, ma non visto nel suo aspetto tecnico, nella sua evoluzione da manuale ad automatico, ma come strumento utile all’uomo.
    Ecco l’uomo, l’adulto capofamiglia, la donna moglie e madre, i figli garanzia del futuro dell’umanità al plurale.
    Ecco l’umanità, al singolare, che traspare nell’uomo quando accantona le sue esigenze soggettive, i suoi egoismi, che si esprime come veramente è, un essere umano. Capace di guardare un fiore, un paesaggio, di cantare e fare musica, di elevare il proprio spirito, anche alla ricerca della propria matrice. Capace di amare, essere solidale, rispettare la natura e tutti gli esseri viventi.
    Ecco dunque che cosa andava oltre, che si sentiva, si intuiva, questa figura umana.
    Vi ringrazio per quanto avete saputo darmi, emozioni, esigenza di introspezione.

    Con stima

    Ambrogio

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